Dalla comunità di interessi alla lotta di classe

Costituzione del lavoro e migrazioni negli scritti di Weber sui lavoratori agricoliVersion originale italienne complète de art1804 paru dans le numéro 19 de Multitudes.

Ce texte constitue l’introduction de l’édition italienne de Max Weber : Dalla terra alla fabbrica. Scritti su lavoratori agricoli e Stato nazionale (1892-1897), éd. Laterza, 2005.

1. A lungo[[Per quanto l’introduzione sia stata discussa e messa a punto nella sua redazione definitiva da entrambi gli autori (che ne sono quindi parimenti responsabili), F. Ferraresi ha scritto materialmente i punti 1, 3, 6 e 7, S. Mezzadra i punti 2, 4 e 5. considerati «minori», gli scritti giovanili di Weber sui lavoratori agricoli e sulla questione nazionale (1892-1897) raccolti in questo volume si sono negli ultimi anni guadagnati il posto che meritano nella complessiva interpretazione dell’opera weberiana[[Il primo a intuire l’importanza di questi scritti per la successiva riflessione weberiana e in particolare per l’elaborazione dell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo fu Carlo Antoni nel suo Dallo storicismo alla sociologia (1° ed., 1940), Firenze, Sansoni, 1973, pp. 123-188, p. 133. Venti anni dopo ritorna su questo punto Reinhard Bendix in Max Weber. Un ritratto intellettuale (1° ed., 1960), Bologna, Zanichelli, 1984, pp. 3-4 e 14 ss. Nella letteratura più recente, tra le opere di rilievo ‘generale’, si vedano W. Hennis, Il problema Max Weber (1987), Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 87 ss.; D. Käsler, Max Weber (1995), Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 75 ss.; C. Torp, Max Weber und die preussischen Junker, Tübingen, Mohr Siebeck, 1998 e, in Italia, R. Marra, Capitalismo a anticapitalismo in Max Weber. Storia di Roma e sociologia del diritto nella genesi dell’opera weberiana, Bologna, Il Mulino, 2002, capitolo secondo e F. Ferraresi, Il fantasma della comunità. Concetti politici e scienza sociale in Max Weber, Milano, Angeli, 2003, capitolo secondo. Si segnala inoltre che di uno dei testi qui presentati esiste una precedente traduzione italiana, che ha avuto tuttavia una scarsa circolazione: M. Weber, Tendenze di sviluppo nella situazione dei lavoratori agricoli a est dell’Elba, a c. di R. Rovelli, Catania, Coneditor, 1984.. Sempre più spesso, cioè, sono stati letti non soltanto dal punto di vista della particolare lucidità della diagnosi storica che contengono, ma come una sorta di incunabolo di questioni e di categorie che Weber stesso sarebbe andato sviluppando ed elaborando lungo l’intero arco della sua vita. In questo passaggio ‘biografico’ dagli originari interessi giuridici allo studio dell’economia politica già si annuncia chiaramente quel nucleo di problemi che avrebbe condotto Weber a divenire uno dei fondatori di una nuova disciplina, la sociologia.

In questi lavori cominciano dunque a definirsi tanto i temi peculiari della riflessione weberiana matura, quanto gli strumenti concettuali e le strategie politiche che Weber adotterà per affrontarli. Lo sfondo su cui le sue analisi vengono maturando è il passaggio d’epoca dal patriarcalismo al capitalismo, dalla campagna alla città, dallo «Stato agrario» allo «Stato industriale». Per limitarci a una breve rassegna dei motivi d’interesse di questi testi, che saranno ripresi più distesamente nel corso dell’introduzione, essi spaziano dalla scoperta straniante della potenza «oggettiva» del capitalismo e della valenza politica della lotta di classe al tema della «condotta di vita» (Lebensführung) come snodo pratico tra processo di individuazione del soggetto moderno e coazioni esercitate dal sistema sociale; dalla questione del ruolo storico-sociale della borghesia tedesca al tema della «comunità nazionale» come dispositivo politico-ideologico di ricomposizione delle lacerazioni sociali prodotte dall’avvento del capitalismo; dal problema della «legittimità» del potere e dal concetto di «lotta» ai temi della razionalizzazione e della transizione dalla «comunità» alla «società».
Diciamolo meglio. Questi scritti, in definitiva, sono talmente importanti che tutta la successiva opera di Weber può essere interpretata come tentativo di risolvere i problemi e di rispondere alle sfide che qui si presentano: la crisi di legittimità di un modello di autorità politica e di un sistema sociale e produttivo incentrato sulla «comunità d’interessi» tra signori terrieri (Junker) e contadini; la questione del controllo e della normazione dei comportamenti soggettivi del lavoro; la rideclinazione in termini etico-economici del tema della «condotta di vita» nel passaggio dal ceto alla classe dinanzi al processo irreversibile della «democratizzazione passiva»; la definizione di un ethos borghese come strumento pratico di disciplinamento sociale e di educazione all’etica del lavoro; il problema del metodo connesso all’utilizzazione di strumenti statistici per la rilevazione delle «tendenze di sviluppo» dei processi economico-sociali. Come si vede sono qui prefigurati i temi che saranno al centro dell’Etica protestante, della Sociologia della religione, dei Saggi sul metodo delle scienze storico-sociali e degli Scritti politici.

2. I testi qui presentati sono il risultato di due differenti ricerche sulla condizione dei lavoratori agricoli: la prima condotta nel 1892 Verein für Sozialpolitik; la seconda svolta nei mesi successivi dal «Congresso evangelico-sociale».
Tra il dicembre 1891 e il febbraio 1892 il Verein für Sozialpolitik[[Sulla storia del Verein für Sozialpolitik si vedano F. Boese, Geschichte des Vereins für Sozialpolitik 1872-1932, Berlin, Duncker & Humblot, 1939; D. Lindenlaub, Richtungskämpfe im Verein für Sozialpolitik («Vierteljahresschrift für Sozial- und Wirtschaftsgeschichte», Beihefte 52-53), Wiesbaden, Steiner, 1967; M.-L. Plessen, Die Wirksamkeit des Vereins für Sozialpolitik von 1872-1890, Berlin, Duncker & Humblot, 1975; A. Roversi, Il Magistero della scienza. Storia del Verein für Sozialpolitik dal 1872 al 1888, Milano, Angeli, 1984 e N.M. De Feo, Riformismo, razionalizzazione e autonomia operaia. Il Verein für Sozialpolitik 1872-1933, Manduria-Bari, Lacaita, 1992. organizza sotto la presidenza di Gustav Schmoller un’inchiesta sui lavoratori agricoli in tutte le regioni del Reich, affidata a Hugo Thiel, Max Sering e Johannes Conrad. Al giovane Weber viene attribuito il compito politicamente più scottante, quello cioè di elaborare il materiale relativo alle province prussiane situate a est dell’Elba[[Per l’inquadramento e la genesi della ricerca weberiana si tengano presenti M. Riesebrodt, Einleitung, in M. Weber, Die Lage der Landarbeiter im ostelbischen Deutschland (1892), Max Weber Gesamtausgabe, Abteilung I, Bd. 3, 2 Halbbde., hrsg. von M. Riesebrodt, Tübingen, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1984 (d’ora in avanti citata MWG I/3), pp. 1-33 e W.J. Mommsen, Einleitung, in M. Weber, Landarbeiterfrage, Nationalstaat und Volkswirtschaftspolitik. Schriften und Reden 1892-1899, Max Weber Gesamtasugabe, Abteilung I, Bd. 4, 2 Halbbde., hrsg. von W.J. Mommsen in Zusammenarbeit mit R. Aldenhoff, Tübingen, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1993 (d’ora in avanti citata MWG I/4), pp. 1-68.. L’incarico gli viene affidato per la sua competenza scientifica in materia di rapporti agrari, dimostrata nello scritto di abilitazione sulla Storia agraria romana (1891)[[Sull’attività di Weber nel Verein für Sozialpolitik si vedano D. Krüger, Max Weber und die «Jüngeren» im Verein für Sozialpolitik e E. Demm, Max Weber und Alfred Weber im Verein für Sozialpolitik, in W.J. Mommsen e W. Schwentker (Hg.), Max Weber und seine Zeitgenossen, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1988, rispettivamente pp. 98-118 e 119-136.. L’inchiesta si basa su due questionari inviati a circa tremila «datori di lavoro», il primo dei quali richiede dati precisi sui rapporti contrattuali e sull’entità dei «salari», mentre il secondo sollecita informazioni sullo standard dei rapporti sociali e culturali dei lavoratori[[I questionari sono pubblicati come appendice all’Editorischer Bericht, in MWG I/3-1, pp. 34-37 e qui omessi. . I risultati complessivi della ricerca sono stati pubblicati nel 1892 dall’editore Duncker & Humblot di Lipsia nei volumi 53, 54, 55 delle Schriften des Vereins für Sozialpolitik con il titolo Die Verhältnisse der Landarbeiter in Deutschland. Il contributo weberiano è compreso nel 55° volume intitolato La condizione dei lavoratori agricoli nella Germania a est dell’Elba. L’impatto sull’opinione pubblica dell’epoca fu notevole. Georg Friedrich Knapp, l’economista tedesco che aveva affrontato il tema della «liberazione dei contadini» e delle riforme prussiane d’inizio Ottocento[[Knapp aveva analizzato la questione agraria prussiana nei seguenti testi: Die Bauern-Befreiung und der Ursprung der Landarbeiter in den älteren Theilen Preußens, 2 voll., Leipzig, Duncker & Humblot, 1887 e Die Landarbeiter in Knechtschaft und Freiheit, Leipzig, Duncker & Humblot, 1891., accolse il lavoro weberiano con queste parole: «soprattutto quest’opera ha suscitato in me l’impressione che le nostre conoscenze siano superate e che dobbiamo ricominciare a studiare daccapo»[[Citato in Marianne Weber, Max Weber. Una Biografia (1926), Bologna, il Mulino, 1995, p. 202 (d’ora in avanti citata Biografia)..

In questo stesso giro di anni Weber è attivo anche all’interno del movimento evangelico-sociale, luogo di raccolta di teologi, economisti e riformatori. Esso propugnava una politica sociale d’ispirazione cristiana, che nelle intenzioni dei suoi esponenti più conservatori doveva rappresentare una sorta di terza via tra marxismo e liberalismo «manchesteriano»[[Sul punto si vedano Biografia, pp. 205-211; R. Aldenhoff, Max Weber und der Evangelisch-soziale Kongreß, in Mommsen e Schwentker (Hg.), Max Weber und seine Zeitgenossen, cit., pp. 285-295; U. Gastaldi, Max Weber tra protestantesimo e capitalismo, in M. Miegge, L. Corsari e U. Gastaldi (a cura di), Protestantesimo e capitalismo da Calvino a Weber, Torino, Claudiana, 1983, pp. 136-144. Sulla storia e l’attività del congresso cfr. G. Kretschmar, Der Evangelisch-Soziale Kongreß. Der deutsche Protestantismus und die soziale Frage, Stuttgart, Evangelisches Verlagswerk, 1972.. Weber era vicino alle posizioni della generazione più giovane del «Congresso evangelico-sociale», e in particolare a Paul Göhre (il cui lavoro in fabbrica per fare esperienza diretta delle condizioni di vita operaie verrà da lui difeso in un articolo pubblicato in «Die christliche Welt»)[[M. Weber, Zur Rechtfertigung Göhres (1892), in MWG I/4-1, pp. 106-119. e a Friedrich Naumann[[Sul punto si vedano W. Spael, Friedrich Naumanns Verhältnis zu Max Weber, St. Augustin, Liberal-Verlag, 1985; P. Theiner, Friedrich Naumann und Max Weber. Stationen einer politischen Partnerschaft, in Mommsen e Schwentker (Hg.), Max Weber und seine Zeitgenossen, cit., pp. 419-433 e Id., Sozialer Liberalismus und deutsche Weltpolitik. Friedrich Naumann im Wilhelminischen Deutschland (1860-1919), Baden-Baden, Nomos, 1983.. I programmi di riforma sociale di questa generazione si differenziavano notevolmente da quelli del gruppo raccolto intorno ad Adolph Wagner, Adolf Stoecker e Moritz August Nobbe, presidente del Congresso, più favorevoli alla conservazione della struttura patriarcale della società prussiano-tedesca. Tra il 1892 e il 1893 Weber conduce per conto del Congresso, in collaborazione con il segretario generale Göhre, una nuova inchiesta sulle condizioni dei lavoratori agricoli, differente da quella del Verein für Sozialpolitik perché i questionari vengono inviati, anziché ai datori di lavoro, ai pastori dei distretti rurali, che li dovevano compilare dopo avere interpellato direttamente i lavoratori: in tal modo, Weber tentava di rispondere a un’obiezione che soprattutto da parte socialdemocratica era stata sollevata a proposito dell’inchiesta del Verein für Sozialpolitik, che si era basata esclusivamente sulle ‘voci’ dei datori di lavoro. I risultati vengono presentati nella relazione I lavoratori agricoli tedeschi[[Infra, pp. ???-???. (nota anche come Korreferat) alla quinta assemblea del Congresso, svoltasi il 16 e 17 maggio 1894 a Francoforte.

Ma che cosa significava, nella Germania e soprattutto nella Prussia degli anni Novanta dell’Ottocento, discutere di «questione agraria»? Sarà bene anticipare che attorno a questo tema, così come attorno a quello della «questione urbana»[[Sul punto si vedano H. Matzerath, Urbanisierung in Preussen 1815-1914, Stuttgart-Berlin-Köln-Mainz, Kohlhammer-Deutscher Gemeindeverlag, 1985 e A. Petrillo, Max Weber e la sociologia della città, Milano, Angeli, 2001., si svolse un complesso dibattito scientifico e politico, al centro del quale era il futuro economico, sociale e politico della Germania stessa, che si trovava al crocevia tra lo sviluppo capitalistico-industriale e il mantenimento dell’ordine sociale garantito dai grandi latifondi prussiani, tradizionale roccaforte dell’aristocrazia terriera degli Junker e della monarchia.
A partire dagli anni Settanta, in un contesto generale di recessione economica, una grave crisi aveva investito la produzione di cereali destinata all’esportazione, concentrata per la maggior parte nelle campagne prussiane[[Sulla crisi agraria si vedano H. Rosenberg, Große Depression und Bismarckzeit, Frankfurt a.M.-Berlin-Wien, Ullstein, 19762, pp. 169-191; W. Abel, Congiuntura agraria e crisi agraria, Torino, Einaudi, 1976; H.-U. Wehler, L’impero guglielmino 1871-1918, Bari, De Donato, 1981, pp. 51-68 e G. Corni, Storia della Germania. Dall’unificazione alla riunificazione 1871-1990, Milano, Il Saggiatore, 1995, pp. 60 ss.. Per fronteggiare la situazione, e anche per esaudire le richieste degli agrari, Bismarck vara i provvedimenti legislativi del luglio 1879, che prevedono l’introduzione di dazi protezionistici sui prodotti agricoli[[Sul punto si vedano Rosenberg, Große Depression und Bismarckzeit, cit., pp. 178 ss. e H.-H. Herlemann, Vom Ursprung des deutschen Agrarprotektionismus, in E. Gerhardt e P. Kuhlmann (Hg.), Agrarwirtschaft und Agrarpolitik, Köln, Kiepenhauer & Witsch, 1969, pp. 183 ss. e che nelle sue intenzioni avrebbero dovuto garantire lo smercio dei cereali prussiani almeno sul mercato interno, proteggendo altresì l’agricoltura delle regioni orientali dalla crescente concorrenza con l’industria[[Per il rapporto tra agricoltura e industria nella determinazione del prodotto interno lordo cfr. Wehler, L’impero guglielmino, cit., pp. 57 ss.. La politica liberista del suo successore, il cancelliere Leo von Caprivi[[Su Caprivi si veda K.D. Barkin, The Controversy over German Industrialization 1890-1902, Chicago-London, University of Chicago Press, 1970, pp. 44-128., costituisce una parentesi (1890-1894) nella storia del protezionismo doganale tedesco durato altrimenti fino alla prima guerra mondiale. Nell’interesse delle esportazioni tedesche e nella cornice di una politica di pacificazione con gli interessi e con i partiti borghesi, Caprivi decide una drastica riduzione dei dazi sui cereali per consentire agli Stati europei la ripresa delle esportazioni verso la Germania e, come contropartita, l’importazione dei prodotti industriali tedeschi. Gli agrari reagiscono fondando nel 1893 la «Lega degli agrari», un’organizzazione di massa che si poneva l’obiettivo di proteggere gli interessi dei proprietari terrieri dalle politiche liberiste del governo[[Su questi temi si rinvia ai saggi contenuti in G. Eley, Wilhelminismus, Nationalismus, Faschismus. Zur historischen Kontinuität in Deutschland, Münster, Verlag Westfälisches Dampfboot, 1991..

La crisi dell’agricoltura prussiana, che si protrasse fino all’inizio della guerra, corrispondeva in realtà – e così fu interpretata da Weber – allo sgretolamento di un’intera compagine sociale. Il paesaggio delle campagne orientali veniva modificato radicalmente dall’introduzione di coltivazioni intensive per il mercato internazionale (come la barbabietola da zucchero), che sostituivano le tradizionali colture cerealicole, aumentando a dismisura il fabbisogno di lavoratori stagionali e favorendo l’utilizzazione di braccianti avventizi, pagati male e «accasermati» alla meglio, che si fermavano solo per il periodo del raccolto. I vecchi lavoratori agricoli tedeschi, intanto, lasciavano a migliaia i distretti rurali, migrando dapprima verso le Americhe e poi in direzione delle province e dei centri urbani più industrializzati (Berlino, Amburgo, Renania-Vestfalia). Il fenomeno raggiunse dimensioni di massa intorno alla metà degli anni Settanta, facendo della «penuria» di forza-lavoro agricola un tema centrale nel discorso pubblico dell’epoca e inducendo i proprietari delle regioni orientali a utilizzare, in sostituzione dei braccianti tedeschi emigrati, lavoratori provenienti dalle province polacche dell’est, dalla Polonia russa e dalla Galizia. Il «nomadismo» dei lavoratori condusse a una vera e propria alterazione nella composizione ‘etnica’ e ‘nazionale’ della forza-lavoro a tutto svantaggio dell’elemento tedesco, sollevando il problema della «Polonisierung des deutschen Ostens» che lega a doppio filo la questione agraria con quella nazionale e con quella, ancora più generale, del futuro della civiltà tedesca[[Sull’insieme di questi processi, sono fondamentali i numerosi scritti di K.J. Bade, tra cui si vedano almeno: Massenwanderung und Arbeitsmarkt im deutschen Nordosten von 1880 bis zum Ersten Weltkrieg. Überseeische Auswanderung, interne Abwanderung und kontinentale Zuwanderung, in «Archiv für Sozialgeschichte», XX (1980), pp. 265-323; Politik und Ökonomie der Ausländerbeschäftigung im preußischen Osten 1885-1914. Die Internationalisierung des Arbeitsmarktes im ‘Rahmen der preußichen Abwehrpolitik’, in H.-J. Puhle – H.-U. Wehler (Hg.), Preußen im Rückblick, Göttingen, Vadenhoeck & Ruprecht, 1980, pp. 273-299 e soprattutto Id., «Preußengänger» und «Abwehrpolitik». Ausländerbeschäftigung, Ausländerpolitik und Ausländerkontrolle auf dem Arbeitsmarkt in Preußen vor dem Ersten Weltkrieg, in «Archiv für Sozialgeschichte», XXIV (1984), pp. 91-162. Ma si tengano presenti anche i lavori di J. Nichtweiss, Die ausländischen Saisonarbeiter in der Landwirtschaft der östlichen und mittleren Gebiete des Deutschen Reiches. Ein Beitrag zur Geschichte der preußisch-deutschen Politik von 1890 bis 1914, Berlin, Rütten & Loening, 1959, U. Herbert, Geschichte der Ausländerbeschäftigung in Deutschland 1880 bis 1980. Saisonarbeiter, Zwangsarbeiter, Gastarbeiter, Berlin – Bonn, Dietz Nachf., 1986, in specie pp. 15-46 e K. Roller, Frauenmigration und Ausländerpolitik im Deutschen Kaiserreich. Polnische Arbeitsmigrantinnen in Preußen, 2. erw. Aufl. Berlin, Bertz, 1994..
Si manifesta qui un campo di tensione tra gli interessi economici dei proprietari terrieri e la «ragion di Stato» al cui interno le politiche di regolazione dei movimenti migratori si sarebbero iscritte fino alla guerra, con effetti di grande rilievo sull’insieme del mercato del lavoro prussiano e tedesco: l’«obbligo di legittimazione» per i migranti polacchi, infine introdotto nel 1907, è anzi considerato dalla ricerca storica un decisivo salto di qualità, di rilievo ‘epocale’ nelle modalità di controllo statuale della mobilità del lavoro e delle migrazioni[[L’«obbligo di legittimazione» per i migranti polacchi fu introdotto allo scopo di impedire la diffusione della rottura dei contratti, con cui essi cercavano di migliorare le proprie condizioni di vita accettando proposte di lavoro più vantaggiose da parte di proprietari terrieri diversi da quelli che li avevano originariamente assunti o aggirando in molteplici forme il divieto (previsto a partire dal 1891) di cercare un’occupazione nei distretti industriali occidentali. Il ‘permesso di soggiorno’ in Prussia per i braccianti polacchi veniva rilasciato da un’agenzia semi-pubblica (la «Preußische Feldarbeiterzenterale») a nome del datore di lavoro – che effettuava attraverso la mediazione di agenti il reclutamento direttamente alla frontiera, potendo fissare a proprio arbitrio le condizioni di impiego – e la rottura del contratto, la rivendicazione pratica del ‘diritto di fuga’, veniva sanzionata con l’immediata espulsione. La «libera circolazione» rimase conseguentemente una chimera per i polacchi di cittadinanza non prussiana, la cui condizione di totale dipendenza personale dai grandi proprietari terrieri risultò infine sancita anche formalmente. Si vedano al riguardo, oltre alla letteratura citata alla nota precedente, S. Sassen, Migranti, coloni, rifugiati. Dall’emigrazione di massa alla fortezza Europa (1996), Milano, Feltrinelli, 1999, pp. 62 s. e K.J. Bade, Europa in Bewegung. Migration vom späten 18. Jahrhundert bis zur Gegenwart, München, Beck, 2000, pp. 222-231.. Ma andiamo con ordine: la politica del governo prussiano nei confronti dei lavoratori stagionali sfocia dapprima nei provvedimenti del 1885, con i quali viene decretata l’espulsione dalla Prussia di tutti i polacchi di cittadinanza non prussiana[[Sul punto si vedano H. Neubach, Die Ausweisungen von Polen und Juden aus Preussen 1885/86. Ein Beitrag zu Bismarcks Polenpolitik und zur Geschichte des deutsch-polnischen Verhältnisses, Wiesbaden, Otto Harrassowitz, 1967 e Bade, Politik und Ökonomie der Auländerbeschäftigung, cit., pp. 273-299.. Il provvedimento bismarckiano suscita le accese proteste dei latifondisti prussiani più colpiti dalla carenza di manodopera, tanto da essere mitigato cinque anni dopo da Caprivi. Secondo le cui nuove disposizioni potevano entrare solo lavoratori avventizi celibi, sottoposti però all’obbligo di abbandonare il territorio prussiano durante i mesi invernali[[Sul punto si veda Nichtweiß, Die ausländischen Saisonarbeiter, cit., in particolare pp. 33 ss.. Il provvedimento fu aspramente contestato dai circoli che miravano alla «germanizzazione» delle regioni orientali, tra i quali spiccava la «Lega pantedesca», cui Weber aderì nel 1893, uscendone nel 1899[[Weber si dimette dalla «Lega pantedesca» con una lettera del 22 aprile 1899 in cui scrive: «il motivo [delle dimissioni sta nell’atteggiamento della lega riguardo alla questione dei lavoratori agricoli polacchi. Mentre la lega parla e dibatte di cose rilevanti e irrilevanti (spesso perfino di quisquilie) con il medesimo entusiasmo, in una questione vitale per la nazione tedesca essa non è andata oltre l’espressione estemporanea di platonici e assai sporadici auspici, mai ha sostenuto l’espulsione totale dei polacchi […. La considerazione degli interessi finanziari del capitalismo agrario, che ha la sua rappresentanza nei numerosi membri conservatori della lega, conta per la lega più degli interessi vitali della nazione tedesca»; lettera citata in Biografia, pp. 301-302. Sulla storia della «Lega» si vedano A. Kruck, Geschichte des Alldeutschen Verbandes 1890-1939, Wiesbaden, Steiner, 1954 e R. Chickering, We Men Who Feel Most German. A Cultural Study of the Pan-German League 1886-1914, Boston, Allen & Unwin, 1984. Sui rapporti tra Weber e la «Lega» in relazione alla questione polacca cfr. W.J. Mommsen, Max Weber e la politica tedesca 1890-1920 (19742), introduzione all’ed. it. di P. Pombeni, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 116 ss.. Essi sottolineavano i ‘rischi’ dell’impiego di stagionali polacchi per la comunità e la cultura nazionale tedesca e mettevano in risalto la funzionalità del provvedimento di Caprivi agli interessi dei grandi proprietari. Weber stesso, nel 1895, scriveva: «un grande proprietario terriero con “coscienza di classe” [Bismarck, allora ai vertici della Prussia, li escluse nell’interesse del mantenimento della nostra nazionalità, e l’odiato oppositore degli agrari [Caprivi li accettò nell’interesse dei grandi proprietari terrieri che soli traggono vantaggio dal loro arrivo»[[M. Weber, Lo Stato nazionale e la politica economica tedesca (1895), in Id., Scritti politici, introduz. di A. Bolaffi, Roma, Donzelli, 1998 (citato SP), p. 14 (d’ora in avanti citato Stato nazionale)..

Prese nel frattempo avvio, soprattutto negli ambienti nazional-liberali, un movimento per la «colonizzazione interna» delle regioni orientali, ossia per l’insediamento sovvenzionato dallo Stato di contadini tedeschi su piccole proprietà allo scopo di contrastare il predominio polacco, porre un freno all’emigrazione oltreoceano e limitare le migrazioni stagionali[[Sul punto si veda M. Sering, Die innere Kolonisation im östlichen Deutschland (Schriften des Vereins für Sozialpolitik, 56), Leipzig, Duncker & Humblot, 1893. . Il 26 aprile 1886 fu approvata la cosiddetta legge sull’insediamento (Ansiedlungsgesetz) e nominata una Commissione per l’insediamento (Ansiedlungskommission) con il compito di gestire le operazioni di acquisto dei latifondi dai proprietari polacchi e tedeschi della Posnania e della Prussia occidentale, la loro parcellizzazione e assegnazione a contadini tedeschi in cambio del pagamento di un affitto annuale allo Stato prussiano, con la prospettiva del riscatto dopo alcuni anni di regolari versamenti[[Sull’attività della commissione si veda P. Waldecker, Ansiedlungskommission und Generalkommission. Ein Beitrag zur inneren Kolonisation des Ostens, in «Jahrbuch für Gesetzgebung, Verwaltung und Volkswirtschaft im Deutschen Reich», XXI (1987), pp. 201-227..

Il programma di ‘riconquista’ delle province orientali fallì, anche perché i proprietari polacchi adottarono delle contromisure, fondando, per esempio, alcune banche dell’agricoltura, che seguendo un’oculata politica di acquisti impedirono che i fondi ipotecati dei proprietari polacchi finissero nelle mani della Commissione e costrinsero quest’ultima a rivolgersi esclusivamente ai grandi proprietari tedeschi (il che non corrispondeva esattamente alle sue intenzioni e finalità). Quest’ordine di fattori fu anche all’origine dell’aumento dei prezzi dei terreni agricoli: il coronamento dell’insuccesso della politica di colonizzazione. Si deve tenere inoltre presente che la socialdemocrazia, dopo aver avuto una grande affermazione nel febbraio 1890 nelle elezioni per il Reichstag e aver strappato alcuni collegi elettorali rurali, si poneva l’obiettivo di far breccia nelle campagne e in particolare nelle regioni orientali in cui più alta era la densità di salariati agricoli[[Sul rapporto tra socialdemocrazia e questione agraria si veda H.G. Lehmann, Die Agrarfrage in der Theorie und Praxis der deutschen und internationalen Sozialdemokratie, Tübingen, Mohr Siebeck, 1970..

Le ricerche weberiane rivestono quindi un’importanza fondamentale da più punti di vista: in primo luogo perché sono le prime inchieste sulla «questione agraria» dopo i provvedimenti di Caprivi sulla parziale riapertura delle frontiere orientali; in secondo luogo perché offrono ricco materiale per fare un bilancio dell’attività della Commissione per l’insediamento e della sua politica di «germanizzazione» dei territori orientali; in terzo luogo perché forniscono informazioni statistiche sulla penetrazione della propaganda e dell’organizzazione socialista nelle campagne; e da ultimo perché contribuiscono a chiarire la posizione economica e il ruolo politico-sociale della nobiltà agraria nelle province a est dell’Elba, tradizionale roccaforte del potere prussiano-tedesco[[Sui motivi d’interesse della ricerca weberiana si veda Torp, Max Weber und die preußischen Junker, cit., pp. 18 ss..

3. Nella ricostruzione weberiana della complessiva «costituzione del lavoro» (Arbeitsverfassung) delle province orientali prussiane si avverte, da un lato, l’influenza di Knapp, dall’altro quella di Karl Rodbertus e in particolare della sua teoria dell’oikos[[Sull’importanza della teoria dell’oikos di Rodbertus per questi scritti si vedano M. Riesebrodt, Vom Patriarchalismus zum Kapitalismus. Max Webers Analyse der Transformation der ostelbischen Agrarverhältnisse im Kontext zeitgenössischer Theorien, in «Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie», XXXVII (1985), pp. 546-567, in particolare pp. 550 ss.; L.A. Scaff, Weber before Weberian Sociology, in «The British Journal of Sociology», XXXV (1984), pp. 190-215, soprattutto pp. 197 s.; Id., Fleeining the Iron Cage: Culture, Politics and Modernity in the Thought of Max Weber, Berkeley-Los Angeles-London, University of California Press, 1989, pp. 38 ss.; Torp, Max Weber und die preußischen Junker, cit., pp. 41 ss. Sul rapporto tra Weber e Rodbertus si veda ora Marra, Capitalismo e anticapitalismo in Max Weber, cit., pp. 235-263. , ma anche del parallelismo da lui tracciato in riferimento a Roma antica tra l’evoluzione delle strutture agrarie e i mutamenti politici da essa prodotti. La valorizzazione dei tratti consociativi e comunitari delle aziende padronali prussiane rimanda invece alla tradizione germanista, e in particolare alla teoria della «consociazione» di Otto von Gierke[[Su Gierke, si veda S. Mezzadra, Il corpo dello Stato. Aspetti giuspubblicistici della « Genossenschaftslehre » di Otto von Gierke, in «Filosofia politica», VII (1993), 3, pp. 445-476.; tradizione ben presente nella formazione giuridica di Weber e la cui influenza è già evidente nella Storia agraria romana. Ma rinvia, altresì, ai fondamentali principî di orientamento vigenti all’interno della scuola storica dell’economia, soprattutto per ciò che attiene alle radici «etico-culturali» dei processi economici: tema che conoscerà importanti sviluppi nel successivo pensiero weberiano[[Sul punto si veda Riesebrodt, Vom Patriarchalismus zum Kapitalismus, cit., soprattutto pp. 554 ss. (sull’influenza di Karl Knies e di Gustav Schmoller in merito alla rilevanza economica dei fattori ideali); cfr. anche Hennis, Il problema Max Weber, cit., capitolo terzo, nonché K. Tribe, Strategies of Economic Order. German Economic Discorse, Cambridge – New York, Cambridge University Press, 1995, capitolo quarto..

Si può registrare l’effetto di queste molteplici influenze riflettendo sulle linee di continuità e di discontinuità che collegano la Storia agraria romana agli scritti sui lavoratori agricoli. Comuni sono alcuni modelli germanistici (mutuati soprattutto da August Meitzen, cui lo scritto di abilitazione è dedicato), a cominciare dall’idea di Hufenverfassung (ovvero di una costituzione agraria fondata sul principio cooperativo) e della sua dissoluzione: a Roma per opera della legislazione decemvirale; in Prussia in seguito alle riforme liberali d’inizio Ottocento[[Realino Marra sostiene che la Storia agraria romana è «una sorta di storia agraria tedesca rovesciata» (Marra, Capitalismo e anticapitalismo in Max Weber, cit., p. 166): mentre a Roma lo sviluppo procede, nell’ordine, dalla dissoluzione della Hufenverfassung all’azienda capitalistica con impiego di schiavi (Plantagenwirtschaft), all’azienda capitalistica con contadini soggetti a prestazioni obbligatorie (Gutsherrschaft), al colonato tardo-imperiale (Fronhofsbetrieb), all’economia naturale dell’oikos (Grundherrschaft), nelle province orientali della Germania, invece, a partire dalla fine del medioevo il processo va dall’economia naturale dell’oikos, coincidente con la signoria fondiaria (Grundherrschaft), all’azienda padronale capitalistica con utilizzazione di contadini sottoposti a prestazioni obbligatorie (Gutsherrschaft), alla progressiva dissoluzione della Hufenverfassung con le riforme di Stein e Hardenberg. Su questi scritti weberiani si veda anche L. Capogrossi Colognesi, Max Weber e le economie del mondo antico, Roma-Bari, Laterza, 2000..

Uno dei temi più ricchi di implicazioni è quello riguardante le «forme difformi» del lavoro dipendente sotto il capitalismo e le «lotte di classe» condotte dai soggetti del lavoro per il controllo delle condizioni della propria esistenza[[Su questo tema si veda Y. Moulier Boutang, Dalla schiavitù al lavoro salariato (1998), Roma, Manifestolibri, 2002. ; tema che percorre come un filo rosso sia gli scritti weberiani sull’antichità sia le ricerche degli anni Novanta, fornendo un’importante chiave di lettura delle differenze tra «capitalismo antico» e capitalismo moderno. Uno degli elementi di continuità che attraversa tutta l’antichità è infatti per Weber «la lotta fra forme libere e non libere di lavoro», che sono sempre convissute le une accanto alle altre[[«Il mondo antico conosce, accanto al contadino di condizione servile o semilibera, anche quello libero – in veste di proprietario, di colono parziario o di fittavolo; conosce, accanto all’attività domestica e al lavoro industriale non libero anche il libero artigiano – come “lavoratore a prezzo”, “salariato” (molto più diffuso), o (altrettanto diffuso) piccolo produttore facente capo ad una grande azienda; conosce l’impresa artigiana a carattere individuale (di gran lunga prevalente) o familiare, anche sotto forma di bottega gestita da un maestro, coadiuvato da uno o più schiavi e da apprendisti di condizione libera o (più spesso) servile. Conosce inoltre cooperative di piccoli artigiani (synergoi) paragonabili all’artel russo, e così pure le squadre di operai qualificati assunti di volta in volta da un imprenditore (ergolabòn) per l’esecuzione di determinati lavori, quasi esclusivamente lavori pubblici. [… Infine esiste, nel mondo antico, la figura del salariato libero e privo di istruzione professionale, sviluppatasi a poco a poco da colui che è venduto o si vende temporaneamente in schiavitù (figlio, debitore)» (M. Weber, I rapporti agrari nel mondo antico, in Id., Storia economica e sociale dell’antichità, prefaz. di A. Momigliano, Roma, Editori Riuniti, 19922, pp. 14-15, d’ora in avanti citati RA). , sebbene con la prevalenza del lavoro schiavistico soprattutto quando si consolida il sistema della villa tardo-repubblicana. La convivenza e l’antagonismo tra lavoro ‘libero’ e lavoro schiavistico in età antica, insieme con il carattere di «corporazione politica» della città, rendevano impossibile il costituirsi di associazioni di stampo corporativo (sul modello medievale) e, più in generale, rendevano impossibile il darsi di legami di classe sul terreno del lavoro produttivo[[Nel saggio La città Weber scrive che «questa concorrenza di lavoro servile e lavoro libero ha evidentemente stroncato sul nascere, nell’antichità, ogni possibilità di sviluppo di corporazioni»; le «unioni libere» antiche «hanno bensì abbracciato, proprio nell’epoca della democrazia classica, tutti gli altri possibili campi, ma non hanno in alcun modo posseduto o aspirato a possedere – a quanto risulta – il carattere di corporazione. [… Se esse avessero voluto acquistare carattere di corporazione economica, non avrebbero dovuto fare alcuna distinzione tra membri liberi e non liberi, – al pari che nella città medievale – dato che gli artigiani non liberi esistevano ormai in massa. Ma in tal caso esse avrebbero dovuto rinunciare alla loro importanza politica. [… L’antica democrazia era una “corporazione cittadina” dei cittadini liberi, e questo carattere determinava [… il suo intero atteggiamento politico» (M. Weber, Economia e società (1922), 4 voll., Torino, Edizioni di Comunità, 1999, vol. IV, pp. 442 e 444, d’ora in avanti citata ES). Sul punto si veda A. Heuss, Max Webers Bedeutung für die Geschichte, in «Historische Zeitschrift», 201, 1965, pp. 542 ss. e Ch. Meier, Max Weber e l’antichità, in M. Losito e P. Schiera (a cura di), Max Weber e le scienze sociali del suo tempo, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 357-372, p. 365.. La divisione trasversale del fronte del lavoro tra liberi e non liberi, la svalutazione etica del lavoro per cui «colui che gode dei pieni diritti politici è sempre un cittadino che non partecipa ad alcuna attività economica»[[RA, p. 38. , la concorrenza tra lavoratori stagionali ‘liberi’ e schiavi accasermati, nonché quella tra lavoratori autoctoni e schiavi stranieri erano tutti fattori di frammentazione e di segmentazione della forza-lavoro, che inibivano il suo organizzarsi come soggetto politico autonomo.

Già nella Storia agraria romana, così come nei Rapporti agrari nell’antichità (la cui prima edizione risale al 1897), è ben presente a Weber il ruolo decisivo svolto da questo punto di vista dalla città medievale[[Sul tema della città in Weber si vedano Song-u Chon, Max Webers Stadtkonzeption. Eine Studie zur Entwicklung des okzidentalen Bürgertums, Göttingen, Herodot, 1985; H. Bruhns e W. Nippel (Hg.), Max Weber und die Stadt im Kulturvergleich, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2000; Ch. Meier (Hg.), Die okzidentale Stadt nach Max Weber. Zum Problem der Zugehörigkeit in Antike und Mittelalter, München, Oldenbourg, 1994 e Petrillo, Max Weber e la sociologia della città, cit.. Mentre infatti, nell’antichità, il nemico di classe del contadino è il «rentier cittadino proprietario di terre e di denaro», nel tardo medioevo il conflitto sociale vede contrapporsi le schiatte aristocratiche insediate sulle tenute di campagna e l’artigiano che vive in città, il quale «non vuole trasformare la sua attività in un’industria domestica, diventando in tal modo forza-lavoro industriale di un “imprenditore” capitalistico»[[RA, p. 329. . La città medievale è in grado di superare l’antagonismo tra lavoro ‘libero’ e lavoro servile e di azzerare quindi la distinzione di diritto signorile tra liberi e non liberi: e questo perché in essa il sistema delle corporazioni, «ciò che vi è di più caratteristico nello sviluppo cittadino del medioevo», fa del lavoro professionale un veicolo di ascesa sociale e di emancipazione politica del nascente soggetto borghese. La complessa regolamentazione del lavoro operata dalla corporazione trasferisce la tipica lotta sociale dell’antichità tra lavoro ‘libero’ e lavoro servile nel campo delle «lotte medievali contro il “maestro” […, estranee concettualmente al mondo antico»[[RA, pp. 14-15. . Sul terreno del lavoro artigiano, infatti, si produce dapprima il conflitto tra maestro e apprendista, poi quello tra artigiano e mercante-imprenditore, che prelude a quello moderno tra capitale e lavoro. Il dato di novità è che ora il conflitto avviene entro l’orizzonte intrascendibile del lavoro, concepito come elemento che media il rapporto tra l’individuo e i presupposti della sua esistenza; è un conflitto per le condizioni di lavoro e per lo status che il lavoro consente di raggiungere all’interno di uno stesso ceto. Mentre lo schiavo antico doveva fuggire dall’ergastolo (del lavoro) per riacquistare la libertà, ora il lavoro stesso è la condizione imprescindibile per il godimento dei diritti politici e rappresenta una chance di promozione sociale sconosciuta allo schiavo antico.
Nella ricostruzione weberiana della storia sociale di Roma un ruolo fondamentale è svolto dall’analisi della tendenza all’ampliamento dell’autosufficienza dell’azienda schiavistica in età tardo-repubblicana e del connesso passaggio al sistema dell’oikos tardo-antico. Entro un processo che è dominato, da una parte, dal ritmo incalzante delle rivolte degli schiavi (a cui Weber dedica un’attenzione affatto particolare), dall’altra dalle esigenze di razionalizzazione della produzione (e soprattutto dalla necessità di risolvere i problemi del lavoro stagionale), muta radicalmente la posizione del lavoro. Quel che si determina è in buona sostanza la transizione dalla figura dello schiavo alla figura del «colono»: ma, mentre in età repubblicana il colono era il piccolo affittuario che versava un regolare canone in denaro al proprietario, in età imperiale, con la gestione diretta dell’azienda da parte del proprietario residente, «l’interesse a una rendita pecuniaria da spendere fuori dell’ambito rurale passò in seconda linea»; i coloni diventano agricoltori dipendenti vincolati stabilmente al fondo aziendale, i quali «si impegnano a prestare lavoro nell’azienda padronale relativamente alla coltivazione e al raccolto e, come remunerazione, ottenevano una quota del raccolto contro una quantità fissa di lavoro (a cottimo)»[[M. Weber, Storia agraria romana. Dal punto di vista del diritto pubblico e privato (1891), prefaz. di E. Sereni, Milano, Il Saggiatore 19822, pp. 164-165 (d’ora in avanti citata SAR).. Il rapporto tra signore e colono assume lo status giuridico di un rapporto di potestà, poiché prevede competenze signorili di carattere amministrativo e giurisdizionale sui territori dell’azienda, che si trovarono talvolta in conflitto con quelle delle autorità municipali e imperiali. Si configura così un assetto tendenzialmente ‘feudale’, che contempla, accanto ai poteri di signoria del proprietario terriero, il progressivo vincolamento alla gleba dei coloni, in una fase storica che vede il passaggio dall’economia monetaria a un’economia prevalentemente naturale e con esso il tramonto del «capitalismo antico». È un intreccio di motivi di cui ritroveremo molte tracce nelle campagne prussiane orientali, e che è certamente ben presente a Weber nel corso delle inchieste da lui condotte: il rapporto di colonato, in particolare, sarà per lui un costante punto di riferimento nell’analisi del rapporto tra il lavoratore fisso residente nel fondo e il padrone dell’azienda agricola (Instverhältnis).

Il vincolo alla propria mobilità e la configurazione del rapporto con il proprietario nei termini di un rapporto di dipendenza personale è dunque il prezzo che i lavoratori agricoli pagano in età tardo-antica per la liberazione dal sistema di vita degli ergastula, e per il riconoscimento della propria ‘umanità’ nel sistema dell’oikos signorile. È questo il motivo per cui Weber, invertendo il senso del motto medievale, può affermare con riferimento all’antichità che «l’aria di campagna rende liberi»; non si tratta certo, aggiunge, della «libertà individuale in senso moderno» che cinque secoli dopo avrebbe preso la direzione opposta al seguito dei «servi fuggitivi», ma si tratta del fatto che dai fenomeni di decadenza di una classe dirigente e di fine della schiavitù del lavoro dipendeva il «concetto di libertà che il singolo poteva formarsi, e da che cosa egli voleva essere libero e soprattutto in che cosa risiedevano le prospettive di uno sviluppo e la speranza di una esistenza degna [… di essere vissuta»[[SAR, p. 176. Su questo punto si veda P. Silverman, The Responsability of Power and the Interdependence of Science and Politics in the Thought of the Young Max Weber, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», XVII (1988), pp. 11-78, in particolare pp. 39 ss.. Il processo «etico» di ricostituzione di un ceto contadino con famiglia e patrimonio propri all’interno dell’oikos – sebbene in posizione semi-servile – «rappresentò un fenomeno di profondo e intimo risanamento che non fu pagato a un prezzo troppo caro con la caduta delle classi privilegiate in una barbarie plurisecolare»[[SAR, p. 182. Su questo punto si vedano J. Deininger, Einleitung, in M. Weber, Die römische Agrargeschichte in ihrer Bedeutung für das Staats-und Privatrecht (1891), Max Weber Gesamtausgabe, Abteilung I, Bd. 2, hrsg. von J. Deininger, Tübingen, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1986, pp. 1-54, pp. 52 ss.; S. Mazzarino, La fine del mondo antico. Le cause della caduta dell’impero romano (1959), Milano, Rizzoli, 1999, pp. 141 ss. e W. Nippel, Die Kulturbedeutung der Antike. Marginalien zu Weber, in J. Kocka (Hg.), Max Weber, der Historiker, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1986, pp. 112-118.. Sul finire del medioevo, quando la terra diventerà nuovamente oggetto di sfruttamento puramente economico, sarà invece, come si è detto, la fuga dei servi dalle campagne e la loro sottrazione a rapporti di vita e di lavoro avvertiti come coattivi a riaprire il conflitto all’interno della ‘comunità’ patriarcale dell’oikos, producendone il dissolvimento e avviando la ritrascrizione generale dei rapporti di comunità all’interno della città e del nascente capitalismo industriale.

4. Nelle ricerche weberiane dei primi anni Novanta sulla condizione dei lavoratori agricoli, il tema fondamentale è proprio quello della dissoluzione della «comunità d’interessi» tra il proprietario terriero e i contadini impiegati nell’azienda padronale, sotto l’incalzare delle forme capitalistiche di produzione ma anche di un insieme di comportamenti sociali nuovi, di cui sono portatori i soggetti subalterni[[Sulle ricerche di Weber si tengano presenti P. Honigsheim, Weber as Rural Sociologist, in «Rural Sociology», XI (1946), n. 3, pp. 207-218; Bendix, Max Weber. Un ritratto intellettuale, cit., pp. 14 ss.; M. Pollak, Un texte dans son contexte. L’enquête de Max Weber sur les ouvriers agricoles, in Actes de la recerche en sciences sociales, 65, novembre 1986, pp. 69-75; V.K. Dibble, Social Science and Political Commitments in the Young Max Weber, in «Archives européennes de Sociologie», IX (1968), n. 1, pp. 92-110; A. Mitzman, The Iron Cage. An Historical Interpretation of Max Weber, New Brunswick-Oxford, Transaction Publ., 20023; Mommsen, Max Weber e la politica tedesca, cit., pp. 69-87; W. Schluchter, Der autoritär verfaßte Kapitalismus. Webers Kritik am Kaiserreich, in Id., Rationalismus der Weltbeherrschung. Studien zu Max Weber, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1980, pp. 134-169; K. Tribe, Prussian Agricolture – German Politics. Max Weber: 1892-7, in «Economy and Society», XII (1983), n. 2, pp. 181-226; Scaff, Weber before Weberian Sociology, cit.; Id., From Political Economy to Political Sociology: Max Weber’s Early Writings, in R.M. Glassman e V. Murvar (eds), Max Weber’s Political Sociology: A Pessimistic Vision of a Rationalized World, Westport, Greenwood Press, 1984, pp. 83-107; Id., Fleeing the Iron Cage, cit., pp. 34 ss.; Riesebrodt, Vom Patriarchalismus zum Kapitalismus, cit.; M. De Bernart, Le ricerche di Max Weber sui lavoratori agricoli 1892-1899: opere «minori»?, in «Sociologia. Rivista di scienze sociali», XX (1986), nuova serie, gennaio-aprile, pp. 207-244; F. Tennstedt, Junker, Bürger, Soziologen. Kritisch-historische Anmerkungen zu einer historisch-kritischen Ausgabe der Werke Max Webers, in «Soziologische Reveu», IX (1986), pp. 8-17; Hennis, Il problema Max Weber, cit., pp. 87-104; D. Käsler, Der retuschierte Klassiker. Zum gegenwärtigen Forschungsstand der Biographie Max Webers, in J. Weiss (Hg.), Max Weber heute. Erträge und Probleme der Forschung, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1989, pp. 29-54; Id., Max Weber, cit., pp. 75 ss.; R. Marra, Aspetti giuridici e politici degli studi di Weber sui problemi agrari della Germania ad est dell’Elba, in «Materiali per una storia della cultura giuridica moderna», XXI (1991), n. 2, pp. 425-440; Id., La questione agraria in Germania, in Id., La libertà degli ultimi uomini. Studi sul pensiero giuridico e politico di Max Weber, Torino, Giappichelli, 1995, pp. 93-114; ora si veda anche Id., Capitalismo e anticapitalismo in Max Weber, cit., capitolo secondo; W. Nippel, Max Weber: «Nationalökonom und Politiker», in «Geschichte und Gesellschaft», XX (1994), n. 2, pp. 274-298 e Torp, Max Weber und die preußischen Junker, cit.. La «questione agraria», studiata a partire dalle condizioni economiche, sociali e politiche delle regioni a est dell’Elba, diventa per Weber il terreno privilegiato di analisi dell’ineluttabile dissoluzione della comunità dell’oikos; ovvero, per citare la definizione che Weber stesso ne avrebbe dato nelle pagine di Economia e società, dell’«economia domestica di grandi dimensioni – autoritariamente diretta – di un principe, di un signore fondiario, di un patrizio», la cui «ragione ultima d’esistenza non è il profitto monetario capitalistico, ma la copertura del fabbisogno del signore organizzata su base naturale»[[ES, II, p. 83.. La dissoluzione della grande tenuta fondiaria mette capo alla «proletarizzazione» dei contadini e con essa alla fine del carattere politico (e al tempo stesso etico) dei rapporti tra proprietario terriero e lavoratore agricolo e delle forme comunitarie e consociative tipiche dell’economia patriarcale. Nelle parole di Weber: «il governo rigidamente patriarcale veniva sopportato perché corrispondeva alle basi economiche del rapporto; stabilire se questo sia ancora oggi il caso, o se lo sarà in futuro, deve essere uno dei compiti prioritari di questa ricerca»[[Weber, Die Lage der Landarbeiter im ostelbischen Deutschland (1892), in MWG I/3-1, p. 80..
È evidente fin dal principio che la risposta di Weber a queste domande è categoricamente negativa. La posizione di potere degli Junker nella costituzione materiale del Reich guglielmino si fonda dunque su una finzione, e il rischio è che il Reich stesso finisca col risultare una forma politica che non corrisponde più ai rapporti di produzione della sua base economica. La chiave di lettura utilizzata da Weber, entro uno sviluppo teorico-politico che sarebbe culminato nel progetto di costruzione della comunità nazionale delineato nella Prolusione di Friburgo del 1895, è il grado di compatibilità dell’interesse economico degli Junker con gli interessi nazionali che andavano saldandosi intorno alla «questione polacca». Mentre, in altri termini, gli scritti sulla questione agraria rivelano a Weber il vuoto di legittimità che lo sviluppo del capitalismo sta aprendo nella compagine sociale tedesca, la nazione gli appare l’unico criterio capace di saldare modernamente una comunità politica che ospita al proprio interno la minaccia eversiva e nichilistica della lotta di classe. E gli Junker, che sempre più dipendono dall’impiego di forza lavoro «straniera» finiscono agli occhi di Weber col minare proprio il processo di consolidamento della comunità nazionale.

Ma vediamo meglio le tappe di un percorso che, al di là del suo significato politico, presenta caratteri di straordinario interesse teorico. Come già si è accennato, Weber analizza i rapporti tra proprietari terrieri e lavoratori agricoli sullo sfondo del più ampio tema della costituzione del lavoro agraria, assunta in tutto lo spessore delle sue determinazioni economiche, politiche, giuridiche e culturali[[Sulla centralità del concetto di Arbeitsverfassung, inteso come «the key theoretical term in Weber’s major writings from 1892 to 1894» cfr. Scaff, Weber before Weberian Sociology, cit., pp. 200 ss.; si veda anche Torp, Max Weber und die preußischen Junker, cit., p. 38.. Al centro dell’analisi weberiana, come criterio fondamentale per la stessa valutazione della natura dell’economia agraria, è dunque il rapporto, o meglio il sistema di rapporti, tra lavoro e proprietà. Dopo la liberazione dei contadini, la figura giuridica che regola i rapporti tra lo Junker e il lavoratore agricolo è l’Instverhältnis (da Inste, lavoratore fisso residente), un contratto annuale incentrato su diritti di partecipazione stipulato dal proprietario terriero non «con un singolo lavoratore, ma con una famiglia di lavoratori»[[MWG I/3-1, p. 71 e infra, p. ???. Cfr. anche M. Weber, Agrarpolitik (Vortragsreihe am 15., 22. e 29. Februar, 7. und 14. März 1896 in Frankfurt a.M.), in MWG I/4-2, pp. 743-790, p. 771. Sul punto si veda Marra, Aspetti giuridici e politici degli studi di Weber, cit., p. 429..

Questo rapporto contrattuale mantiene i tratti tipici di una relazione patriarcale, secondo la quale i lavoratori sono soggetti al signore terriero, che instaura quindi un «rapporto di dominio sulla persona del lavoratore fisso residente nel fondo non solo de facto, come ogni rapporto di lavoro, ma anche de jure»[[MWG I/3-1, p. 79; infra, p. ???.. Così come, d’altro canto, esso assume come suo presupposto il potere patriarcale del capofamiglia sulla moglie e sui figli, dei quali questi si impegna contrattualmente a mettere a disposizione del signore la forza-lavoro. È la base economica del rapporto a legittimare il carattere politico-patriarcale dell’autorità del proprietario: l’economia del fondo non è orientata in modo esclusivo al profitto, ma alla copertura del fabbisogno del proprietario secondo «un’esistenza conforme al suo ceto»[[Infra (5), p. ???. In Die Verhandlungen der Preußischen Agrarkonferenz (1894), in MWG I/4-1, pp. 480-499, p. 487, infatti, Weber sostiene che «non esiste un postulato economico del sostentamento “conforme al ceto” [standesgemäss. Questo concetto è piuttosto di natura politica»., su cui si regge l’ordine politico-sociale della monarchia prussiana. Le prestazioni obbligatorie di lavoro (cui non cessano di essere sottoposti i contadini ‘liberati’) non sono retribuite con denaro, ma ricompensate con diritti di utilizzazione dei campi, con emolumenti fissi in natura o con redditi in natura di entità variabile (quote di cereali) e con l’assegnazione di porzioni di terra che permettono al lavoratore residente nel fondo di condurre una propria economia ‘privata’. I prodotti in eccedenza sono venduti sul mercato, dando luogo all’unica forma di scambio contemplata in queste condizioni. L’economia del fondo si configura in definitiva, tipologicamente, come economia prevalentemente naturale e autarchica, indirizzata in linea di principio all’autoconsumo, nella quale i contadini sono inseriti in posizione subordinata in una struttura cooperativa più ampia, potendo contare sul possesso o sull’accesso alla terra e agli strumenti per lavorarla.

Il principio della costituzione agraria su cui Weber richiama a più riprese l’attenzione è proprio quello «comunitario», tanto che egli parla di Wirtschaftsgemeinschaft («comunità economica», appunto), definendo i lavoratori fissi residenti dei «consociati di diritto inferiore»[[Infra (1), p. ??? Sulla derivazione da Gierke dell’elemento «genossenschaftlich» della costituzione agraria prussiana si veda Riesebrodt, Vom Patriarchalismus zum Kapitalismus, cit., pp. 550-551. . Tra il proprietario terriero e il contadino si stabilisce una intensive Interessengemeinschaft («intensa comunità d’interessi»)[[MWG I/3-1, p. 80. che si presenta come l’«unica base sicura» delle relazioni patriarcali, visto che «per il lavoratore fisso residente nel fondo era qualcosa di abituale nell’esperienza dell’azienda padronale l’idea che il signore, quando comandava, lo facesse nell’interesse comune di tutti, anche di coloro che obbedivano»[[Infra (5), p. ???.; la «completa sottomissione alla disposizione del signore» si coniuga così con la «comunità d’interessi economici»[[Infra (5), p. ???..

È la dissoluzione di questa comunità, seguita e descritta con apprensione e stupore, il tema fondamentale delle ricerche di Weber, che si inseriscono dunque a pieno titolo in quel clima culturale da cui era scaturita, pochi anni prima, l’analisi «tipologica» dedicata da Ferdinand Tönnies al passaggio dalla comunità alla società[[F. Tönnies, Comunità e società (1887), Milano, Comunità, 1979. Su Tönnies si veda il fondamentale studio di M. Ricciardi, Ferdinand Tönnies sociologo hobbesiano. Concetti politici e scienza sociale in Germania tra Otto e Novecento, Bologna, Il Mulino, 1997.. Weber segue il processo di trasformazione del lavoratore fisso residente in salariato agricolo, in seguito al quale «un rapporto fondato primariamente su una relazione di dominio si muta in una relazione di natura essenzialmente economica determinata giuridicamente»[[Riesebrodt, Vom Patriarchalismus zum Kapitalismus, cit., p. 552.. Lungo un processo che prende avvio con le riforme liberali promosse all’inizio dell’Ottocento da Stein e Hardenberg, la «liberazione» dei contadini assume agli occhi di Weber tratti marxiani: il lavoratore agricolo è sì tendenzialmente liberato da vincoli di dipendenza personale; ma al contempo è ‘liberato’ da ogni rapporto con la proprietà, è letteralmente espropriato[[Si veda M. Weber, Storia economica. Linee di una storia universale dell’economia e della società, introduz. di C. Trigilia, Roma, Donzelli, 1993, pp. 103-105. Sulle riforme prussiane è ancora utile l’opera di Knapp, Die Bauern-Befreiung und der Ursprung der Landarbeiter, cit.; si vedano inoltre W. Conze, Die Wirkungen der liberalen Agrarreformen auf die Volksordnung in Mitteleuropa im 19. Jahrhundert, in «Vierteljahrsschrift für Sozial- und Wirtschaftsgeschichte», XXXVIII-1 (1949), pp. 2-43; E.R. Huber, Deutsche Verfassungsgeschichte seit 1789, Stuttgart, Kohlhammer, vol. I, 19672, pp. 183-198; Ch. Dipper, Die Bauernbefreiung in Deutschland: 1790-1850, Stuttgart, Kohlhammer, 1980; R. Koselleck, La Prussia tra riforma e rivoluzione (1791-1848) (1967), Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 445-454 e H. Scheel (Hg.), Preußische Reformen. Wirkungen und Grenzen, Berlin (Ost), Akademie Verlag, 1982. . I suoi diritti di partecipazione, la possibilità di allevare bestiame, insieme con tutti gli usi comuni di cui poteva usufruire vengono progressivamente limitati e infine sostituiti con il Deputat, una quota fissa di prodotti naturali prima, di denaro in seguito. L’economia privata del lavoratore fisso residente si sgretola, mentre una serie di provvedimenti legislativi riducono progressivamente, e infine cancellano, i pascoli (Allmenden) e le marche di proprietà comune.

D’altro canto, anche il profilo sociale della proprietà terriera è soggetto a processi di radicale e accelerata trasformazione. Non solo per il fatto che la borghesia cittadina in ascesa comincia a mostrare interesse ad acquistare poderi, introducendo criteri di gestione «razionale», orientata al profitto, dell’azienda. Gli stessi Junker, in condizioni di accentuata concorrenza sia con la borghesia sia con i produttori stranieri, sono costretti a ricorrere a forme di valorizzazione che oltrepassano la soglia della copertura del fabbisogno all’interno dell’economia naturale dell’oikos e che travalicano anche la produzione per il mercato locale; devono cioè aspirare a uno standard di vita superiore, commisurato sulla quantità di denaro disponibile per la spesa. Quel che si dipana sotto gli occhi di Weber è un processo di transizione dal ceto alla classe, che Wilhelm Hennis così commenta: «dallo studio delle condizioni economiche delle regioni orientali Weber capisce chiaramente come il capitalismo metta fuori causa, su tutti i piani sociali, i parametri tradizionali della condotta della vita. Lo standard of life – un tipico concetto di classe – subentra alla condotta di vita»[[Hennis, Il problema Max Weber, cit., p. 95. Weber ritornerà sulla questione agraria criticando nel 1904 l’istituto del fidecommesso, in cui scorgeva un pericoloso strumento nelle mani della borghesia per garantirsi un titolo di nobiltà assicurandosi una fonte sicura di rendita non legata al lavoro produttivo e sopratutto un mezzo che avrebbe aumentato il prezzo delle terre migliori costringendo i contadini ad abbandonarle (cfr. M. Weber, Agrarstatistische und sozialpolitische Betrachtungen zur Fideikommissfrage in Preussen (1904), ora in Id., Gesammelte Aufsätze zur Soziologie und Sozialpolitik, Tübingen, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 19882, pp. 323-393). Ancora nel corso della guerra Weber si opporrà alle pretese feudali della borghesia tedesca criticando aspramente il progetto del governo prussiano, in seguito ritirato, di agevolare la formazione di nuovi fidecommissi, con cui la borghesia avrebbe potuto mettere al sicuro i profitti ricavati dalla guerra a tutto svantaggio dei contadini impegnati al fronte (cfr. M. Weber, Deutschlands äussere und Preussens innere Politik. II. Die Nobilitierung der Kriegsgewinne (1917), in Id., Zur Politik im Weltkrieg. Schriften und Reden 1914-1918, Max Weber Gesamtausgabe, Abteilung I, Bd. 15, hrsg. von W.J. Mommsen in Zusammenarbeit mit G. Hübinger, Tübingen, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1984, pp. 204-214). Sul tema si veda J. Rehmann, Max Weber: Modernisierung als passive Revolution. Kontextstudien zu Politik, Philosophie und Religion im Übergang zum Fordismus, Berlin-Hamburg, Argument Verlag, 1998, pp. 66 ss..
Su queste basi, Weber offre una dettagliata fenomenologia sociale del processo di transizione da una costituzione patriarcale a una costituzione capitalistica, che viene svolgendosi nelle campagne prussiane orientali sotto le pressioni ‘oggettive’ esercitate dal mercato internazionale. Intensificazione delle colture e meccanizzazione del lavoro sono i processi che fanno da sfondo a un mutamento della composizione del lavoro, che si fa mobile, «nomade» e migrante. Mentre si dissolve ogni «comunità d’interessi» tra lavoratori e proprietari, i contadini si trasformano in salariati agricoli. Esclusi da qualsiasi ripartizione del raccolto e privati della proprietà della terra, sono ormai costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di patate. Ne deriva che, scrive Weber, «in virtù della teleologia inconsapevole immanente ai rapporti sociali la trasformazione capitalistica della costituzione del lavoro è il nemico naturale di un elevato standard di vita dei lavoratori»[[Infra, p. ???..

A fronteggiarsi dunque sono ora un datore di lavoro e un «proletariato di mangiatori di patate»[[Infra (3), p. ???. , gli interessi materiali del quale «vanno nella direzione opposta a quelli del datore di lavoro, predisponendolo a farsi conquistare dalla coscienza di classe, in grandioso sviluppo, del proletariato moderno, comprendente città e campagna»[[MWG I/3-1, p. 98.. Nel tramonto del mondo contadino come dimensione separata e autonoma della vita sociale Weber coglie con accenti tocquevilliani lo sfondamento di un intero orizzonte di senso – di una civiltà – che aveva trovato nella natura la sua norma e il suo principio d’ordine – la sua misura – e, dal punto si vista antropologico, il declino di un «tipo umano» che moriva sazio ma mai stanco della vita: esso viene rimpiazzato dall’«uomo civilizzato» (Kulturmensch) moderno per il quale la vita non è mai compiuta, la dismisura è criterio stesso di condotta[[Su questo tema si veda M. Weber, Intermezzo (1916), in Id., Sociologia della religione. II: L’etica economica delle religioni universali. Confucianesimo e taoismo (1920-21), a cura di P. Rossi, Torino, Edizioni di Comunità, 2002, pp. 315-352, pp. 348 s. Sul punto si rinvia a W. Schluchter, Religion und Lebensführung, 2 voll., Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1988 e 1991, vol. II, pp. 62-106 e ai saggi raccolti in W.M. Sprondel e C. Seyfarth (Hg.), Max Weber und die Rationalisierung sozialen Handelns, Stuttgart, Enke, 1981.. I lavoratori agricoli fuggono dalle campagne come erano fuggiti i servi nel medioevo in direzione delle città. Ora, però, non vi è ad attenderli l’organizzazione corporativa del lavoro artigiano né la preminenza sociale degli operai di mestiere, ma il rapporto sociale di fabbrica con la sua specifica disciplina. La lotta di classe è l’altra faccia della spersonalizzazione dei rapporti di dominio generata dal processo di produzione del capitale, descritta da Weber con toni che riecheggiano chiaramente alcune delle pagine più famose del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, altrettanto evidentemente filtrate dalla ricezione del tema nietzscheano del nichilismo[[Nel febbraio del 1920 Weber afferma che «l’onestà di un intellettuale e soprattutto di un filosofo die nostri giorni si può misurare dal modo in cui egli si colloca nei confronti di Nietzsche e di Marx. Chi non ammette che non avrebbe potuto svolgere parti importanti del suo stesso lavoro senza tenere conto del lavoro di questi due pensatori, inganna se stesso e gli altri. Il mondo nel quale noi spiritualmente viviamo è un mondo profondamente segnato da Marx e da Nietzsche». La citazione è riportata in E. Baumgarten, Max Weber. Werk und Person, Tübingen, Mohr, 1964, pp. 554-555. Sul punto si veda W. Hennis, Le tracce di Nietzsche nell’opera di Max Weber, in Id., Il problema Max Weber, cit., pp. 193-220. Sul tema si rinvia a F. Ferraresi, Max Weber e il nichilismo compiuto, in R. Esposito, C. Galli e V. Vitiello (a cura di), Nichilismo e politica, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 186-202.: l’antagonismo del servo nei confronti della persona del signore si trasforma nell’antagonismo «astratto», oggettivo, della classe operaia nei confronti della classe capitalista.

5. La fuga dei contadini dalle campagne in direzione delle città può essere considerata da questo punto di vista come causa ed effetto insieme del movimento storico di affermazione della società borghese, in un passaggio d’epoca che vede il capitale configurarsi come condizione generale della produzione e dello stesso processo lavorativo. Si tratta, però, di un doppio movimento, che Weber osserva in questi scritti sia dal punto di vista esterno e soggettivo del «lavoro vivo», per dirla in termini marxiani, sia dal punto di vista interno e oggettivo del capitale: la generalizzazione del rapporto di capitale si accompagna alla generalizzazione della condizione proletaria, che accomuna i contadini espulsi (o fuggiti) dai circuiti comunitari delle economie di villaggio e gli operai dell’industria. Il processo che riduce l’operaio a subjectum del comando capitalistico è infatti anche il processo opposto attraverso cui passa la soggettivazione in classe del proletariato; il meccanismo di sviluppo che dissolve ogni forma di proprietà contadina sulla terra, costituendo il capitale in totalità sociale, è lo stesso meccanismo che rende possibile la cooperazione sociale del lavoro vivo, la sua potenza soggettiva, che è il presupposto della sua mobilitazione in vista della lotta di classe. Weber interpreta questa contraddizione politica reale che alberga nel cuore del sistema capitalistico come soglia oggettiva della lotta di classe tra capitalisti e operai, come sfida storica che la borghesia doveva essere messa nella condizione di sapere e di potere raccogliere.

Uno dei motivi di maggiore interesse della ricerca weberiana di questi anni è proprio l’individuazione, accanto alla dimensione oggettiva e strutturale delle trasformazioni capitalistiche, della soggettività dei lavoratori e delle loro lotte (non solo aperte, ma anche «latenti») contro i residui patriarcali quali motori di queste stesse trasformazioni. C’è qui, in particolare, uno schema di analisi dei movimenti migratori ancora oggi di grande attualità[[Si veda a questo proposito S. Mezzadra, Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, Verona, Ombre corte, 2001, in particolare cap. I.. Nelle migrazioni dei contadini tedeschi, nella prospettiva di Weber, trova infatti espressione la volontà «latente» di sottrarsi a forme di dominio che, non trovando più giustificazione nell’organizzazione complessiva dei rapporti sociali di produzione, si configurano agli occhi dei lavoratori come involucro dispotico privo di legittimità sociale e politica. Il loro «sciopero latente»[[Cfr. infra (5), p. ???. Questa insistenza di Weber sui movimenti migratori dei lavoratori agricoli tedeschi come «sciopero latente» e primo inizio della «mobilitazione per la lotta di classe» colpì molto Kautsky, che alle ricerche weberiane si riferisce esplicitamente nel suo importante lavoro su La questione agraria (1899), Milano, Feltrinelli, 1959, in specie pp. 243-262. Una diversa influenza di questi motivi weberiani, può forse essere ipotizzata sulla grande opera di W.E.B. Du Bois, Black Reconstruction in America. 1860-1880 (1935), New York, Free Press, 1999, e in particolare sul capitolo quarto, in cui è presentata la ‘rivoluzionaria’ tesi di uno «sciopero generale» degli schiavi che accompagnò la guerra civile americana. Anche se non è attestata direttamente nel testo, l’influenza weberiana è resa plausibile dal fatto che Du Bois trascorse a Berlino gli anni tra il 1892 e il 1894 e vi conobbe Weber. È difficile del resto che il giovane studente afroamericano non abbia seguito con interesse i dibattiti sulla questione agraria prussiana, considerato il fatto che era già ampiamente affermata all’epoca l’idea di una sostanziale analogia tra la condizione dei territori prussiani orientali e quella del Sud degli Stati uniti. Si vedano a quest’ultimo proposito B. Moore Jr., Le origini sociali della democrazia e della dittatura. Proprietari e contadini nella formazione del mondo moderno (1966), trad. it. Torino, Einaudi, 1969, pp. 129 s. e S.D. Bowman, Masters & Lords. Mid-19th Century U.S. Planters and Prussian Junkers, New York – Oxford, Oxford University Press, 1993. è sia l’effetto dei mutamenti prodotti dalla razionalizzazione tecnica dell’agricoltura indotta dall’espansione internazionale del mercato e della concorrenza, sia la manifestazione di quella produzione di soggettività che si determina nella resistenza attiva che i lavoratori, espropriati della terra come condizione oggettiva e naturale della produzione e sottratti alla comunità economica con i singori terrieri, oppongono alla anacronistica riproposizione di rapporti servili di lavoro. Weber sottolinea l’azione della «magia possente e puramente psicologica della “libertà”», che nella maggior parte dei casi si rivela una «grandiosa illusione», ma che mostra come «le illusioni appartengano al pane quotidiano degli uomini»[[Weber, Die Erhebung des Vereins für Sozialpolitik über die Lage der Landarbeiter (1893), in MWG I/4-1, pp. 120-153, p. 152. e come la questione del lavoro agricolo non possa essere ridotta a una «mera questione del coltello e della forchetta»[[Infra (1), p. ???..

Nella mobilità dei lavoratori agricoli si riflettono due tendenze. La prima è la generale insofferenza dell’individuo ‘moderno’, una figura che si installa al centro della riflessione di Weber proprio a partire da questa analisi dei movimenti migratori dei contadini tedeschi, verso i legami comunitari e la conseguente aspirazione a «guadagnarsi il pane da solo, lontano dalla casa dei genitori e al di fuori della cerchia dei parenti». Nei comportamenti soggettivi dei lavoratori agricoli tedeschi Weber vede cioè rispecchiarsi un tratto peculiare del «mondo moderno», che ai suoi occhi costituisce il «prodotto di un’evoluzione psicologica di carattere generale» che separa nettamente il «medioevo», quando «nelle case dei commercianti delle città si conservava per generazioni la comunità domestica», dalla modernità, in cui ognuno è spinto a crearsi un «proprio focolare»[[Infra (1), p. ???.. La seconda tendenza è il desiderio del lavoratore agricolo non di un pezzo di terra, o di entrare in un «proletariato con proprietà terriera» (il «più orribile degli orrori», perché «trasforma il piccolo fondo in una maledizione»[[Infra, p. ???., coniugando la miseria con il vincolo alla terra), ma di «un’ascesa al di là di tale condizione»[[Infra (1), p. ???., cioè la possibilità di un’esistenza indipendente. Tale possibilità gli è però preclusa dall’affermarsi del capitalismo nelle campagne e dalla conseguente trasformazione dei contadini in proletari, per i quali non è più attingibile la «disposizione soggettiva a diventare piccoli imprenditori agricoli», perché «le condizioni di questa soggettiva disposizione sono più svantaggiose per i liberi lavoratori che per i lavoratori fissi residenti nel fondo»[[MWG I/3-1, p. 97.. I contadini non fuggono solo dalla miseria, né fuggono esclusivamente per necessità oggettive, ma fuggono, inseguendo l’illusione della libertà, dal terribile connubio rappresentato dal vincolo alla terra e dallo sfruttamento capitalistico del proprio lavoro, in assenza di contropartite: la prospettiva soggettiva di un futuro di indipendenza e di autoaffermazione individuale.

Il processo che conduce alla dissoluzione della costituzione patriarcale viene spesso vissuto dai lavoratori come «un sollievo». Soprattutto negli elementi più capaci della forza-lavoro agricola, osserva Weber, la tendenza più marcata è quella a sottrarsi alla «comunità domestica ed economica patriarcale [… a qualsiasi prezzo, anche a quello di entrare a far parte di un proletariato senza patria»[[Infra (1), p. ???. , di una forza-lavoro migrante che attraversa i confini delle nazioni. È più forte il desiderio di affermare un’autonoma soggettività attraverso il rifiuto del lavoro svolto sotto vincoli patriarcali, che non quello di ritornare nei recinti delle vecchie comunità. L’orizzonte di libertà dei lavoratori agricoli si determina come movimento – come fuga –, cioè attraverso pratiche di sottrazione alle forme di vita tradizionali in cui si evidenziano le ‘tentazioni dell’individualismo’ messe in luce da Weber. Questo «tratto fortemente individualistico» si configura dunque storicamente come specifico processo di soggettivazione proletaria, che al rifiuto del patriarcalismo associa spesso anche il rifiuto della disciplina di fabbrica, facendo sorgere il problema di nuove forme di disciplinamento del lavoro ‘libero’[[Sulla «innaturalità» della condotta di vita richiesta dal lavoro di fabbrica si vedano, in prospettiva storico-antropologica, i classici lavori di E.P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra (1959), Milano, Mondadori, 1969, Id., Società patrizia cultura plebea: otto saggi di antropologia storica sull’Inghilterra del Settecento, Torino, Einaudi, 1981 e ora il fondamentale studio di P. Linebaugh e M. Rediker, The Many-Headed Hydra: Sailors, Slaves, Commoners, and the Hidden History of the Revolutionary Atlantic, Boston, Beacon Press, 2000.. La conclusione dell’analisi delle motivazioni psicologiche del rifiuto del sistema patriarcale è l’irrimediabile condanna di quest’ultimo alla decadenza: «la soluzione del problema dei lavoratori agricoli risiede nell’eliminazione del carattere feudale della costituzione agraria dell’oriente tedesco»[[M. Weber, Agrarpolitik. Vortragsreihe am 15., 22. und 29. Februar, 7. und 14. März 1896 in Frankfurt a.M., in MWG I/4-2, pp. 743-790, p. 776..
Nell’analisi weberiana delle migrazioni dei braccianti tedeschi trova ulteriore declinazione l’antagonismo tra lavoro ‘libero’ e lavoro servile che aveva contraddistinto la storia sociale dell’antichità, ma decisive sono le differenze riconducibili alla mutata configurazione dei rapporti di produzione. Con il passaggio al medioevo il lavoratore si ‘libera’ vincolandosi alla terra, con la fine dell’organizzazione agraria signorile il lavoratore si libera facendosi migrante. Il controllo della mobilità del lavoro non potrà più realizzarsi attraverso il vincolamento alla terra, ma passerà semmai attraverso la «selezione» e la disciplina come dispositivi etico-politici del «grande internamento» nella fabbrica moderna.
Ma la compresenza di fattori oggettivi e soggettivi nel determinare la tendenza dello sviluppo della complessiva «costituzione del lavoro» attribuisce anche, sul terreno metodologico, una forte dimensione prospettica agli scritti weberiani[[Sul punto si vedano Dibble, Social Science and Political Commitment in the Young Max Weber, cit. e Tribe, Prussian Agricolture – German Politics, cit., che ci aiuta a comprendere, nel suo caratteristico impasto di analisi empiriche e di preoccupazioni di natura caratteriologico-antropologica su «come saranno» gli «uomini del futuro»[[Nella Prolusione del 1895 Weber scrive che «non come si troveranno gli uomini del futuro, bensì come saranno è la questione che si spinge a pensare al di là del vincolo della nostra generazione e che in verità sta anche alla base di ogni lavoro di politica economica. Noi non vorremmo alimentare il benessere degli uomini, quanto piuttosto quelle qualità alle quali associamo la sensazioni che creino la grandezza umana e la nobiltà della nostra natura» (Stato nazionale, p. 16). Sul punto si veda Hennis, Il problema Max Weber, soprattutto pp. 44 ss., la genesi complessa e stratificata di quello che sarà il ‘metodo’ weberiano, e in particolare di quella ‘relazione al valore’ che anche negli scritti metodologici sembra alludere a un ineliminabile fattore ‘etico’ e politico[[Sulla metodologia weberiana si vedano i saggi raccolti in G. Wagner e H. Zipprian (Hg.), Max Webers Wissenschaftslehre. Interpretation und Kritik, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1994 e, in prospettiva più ampia, F. Bianco, Le basi teoriche dell’opera di Max Weber, Roma-Bari, Laterza, 1997. . Se da una parte, per misurare il valore relativo delle rilevazioni empiriche effettuate, egli assume come costante punto di riferimento ricerche risalenti ai decenni precedenti, dall’altra è chiaramente alle indicazioni che se ne possono ricavare per il futuro che la sua attenzione è soprattutto rivolta. Ed è pur vero che i concetti fondamentali con cui Weber opera («fenomeni di massa», «tratti tipici», «tendenza») sono in buona misura ripresi dalle scienze statistiche del suo tempo[[Si veda Riesebrodt, Vom Patriarchalismus zum Kapitalismus, cit., p. 557. È il caso di segnalare, a fronte dell’insistenza di Weber sul budget della famiglia contadina negli scritti sulla questione agraria, l’ipotesi formulata da Ian Hacking (o meglio «cautamente» suggeritagli da Lorraine Daston) di un’influenza su Weber stesso dei lavori di Frédéric Le Play (1806-1882), che aveva posto al centro delle sue ricerche sugli «operai europei» proprio il bilancio familiare: cfr. I. Hacking, Il caso domato (1990), Milano, Il Saggiatore, 1994, p. 209.: ma quel che conclusivamente emerge è un’immagine dello sviluppo decisamente eccentrica rispetto ai dibattiti coevi, che soprattutto in ambito economico registravano una crescente polarizzazione attorno a quella teoria dei «gradi evolutivi» che in guise differenti era stata formulata da Rodbertus e da Bücher (nonché dal vecchio Engels), secondo la quale lo sviluppo economico-sociale seguiva una lineare e necessaria successione di stadi, che andava dall’economia domestica all’economia cittadina all’economia politica. E si tratta di una questione destinata a condizionare l’opera weberiana ben oltre l’arco temporale in cui vengono composti gli scritti qui presentati.

6. Nella prospettiva di Weber, in ogni caso, questo insieme di processi deve essere valutato in primo luogo dal punto di vista delle sue conseguenze politiche: «io considero qui la “questione dei lavoratori agricoli” del tutto esclusivamente dal punto di vista della ragion di Stato»[[Infra (3), p. ???.. E «decisiva», per lui, non è da questo punto di vista genericamente «la posizione svantaggiata dei lavoratori, ma la loro trasformazione in proletari»[[Weber, Die ländliche Arbeitsverfassung. Erster Diskussionsbeitrag (1893), MWG I/4-1, pp. 199-205, p. 203..
La ristrutturazione della produzione attraverso il ricorso a colture specializzate e il conseguente fabbisogno aggiuntivo di manodopera stagionale hanno come risultato, lo si è visto, che «la mobilità e instabilità della forza-lavoro si è ulteriormente accresciuta con l’impiego di lavoratori stranieri»[[MWG I/3-2, p. 743.. La concorrenza dei lavoratori stagionali polacchi determina nelle province orientali una compressione generalizzata dei salari e del livello nutrizionale della forza-lavoro autoctona. La trasformazione capitalistica della grande azienda padronale ha quindi conseguenze dirette sulla stessa composizione ‘nazionale’ della forza-lavoro agricola, e finisce dunque con l’entrare in contraddizione con l’obiettivo politico di contrastare «l’avanzata dell’elemento polacco»[[MWG I/3-1, pp. 365 e 591.. Il vero problema su cui si concentra l’attenzione di Weber è così espresso: «la grande azienda patriarcale ha conservato il livello nutrizionale e la capacità militare dei lavoratori agricoli, mentre la grande azienda organizzata su basi capitalistiche si conserva oggi a detrimento del livello nutrizionale, della nazionalità e della forza militare dell’oriente tedesco»[[Infra (1), p. ???. . La grande azienda capitalistica prussiana, l’antico «sostegno della monarchia»[[Infra (1), p. ???., diviene così «il nemico più pericoloso della nostra nazionalità, il nostro più grande polonizzatore»[[Infra (3), p. ???..
Weber trae tutte le conseguenze politiche da questa diagnosi, osservando che la questione dei lavoratori agricoli «costituisce [… un anello di una catena di trasformazioni molto profonde, che non possono che determinare una dislocazione fondamentale dei punti d’appoggio della dinastia e dell’amministrazione»[[Infra (1), p. ???. Sul punto si veda Mommsen, Max Weber e la politica tedesca, cit., pp. 75 ss.. La risoluzione del problema dei lavoratori agricoli deve essere consapevolmente assunta dallo Stato come proprio compito: «appunto perché e nella misura in cui la sua [dell’azienda padronale esistenza è senza speranze, o può essere salvata solo al prezzo degli interessi vitali della nazione, è ineludibile la decisione di prendere in mano, da parte dello Stato, lo sviluppo che si trova attualmente in corso e di dirigerlo in quei binari che corrispondono all’interesse della nazione»[[Infra (1), p. ???..

Vi è dunque in Weber un duplice riconoscimento: da una parte quello di uno sviluppo storico reale, «oggettivo», che disgrega il tradizionale ordinamento politico-sociale (che aveva condotto all’unificazione del Reich); dall’altra quello dell’esigenza di indirizzare il corso storico verso nuove condizioni che consentano, a partire da un assetto sociale che mette in primo piano il lavoro e la sua disciplina, la costruzione di uno Stato-nazione e di una politica nazionale all’altezza dei compiti che l’epoca pone. È il tramonto delle «illusioni di tipo gigantesco» che avevano accompagnato l’«età dei fondatori», in cui erano stati assicurati contemporaneamente il consolidamento dell’unità nazionale e l’avvio di uno sviluppo economico a tappe accelerate, che avrebbe condotto in pochi decenni la Germania a essere una potenza capitalistica decisiva sul piano mondiale. Se si vuole sfuggire alla «dura maledizione di essere degli epigoni»[[Infra (1), p. ???., c’è bisogno di nuovi valori su cui fondare la comunità nazionale. C’è bisogno, forse, di nuove illusioni.

7. Se riannodiamo i fili del discorso di Weber sui lavoratori migranti appare evidente la sua aderenza a una prospettiva teorico-politica che coniugando capitalismo, nazionalismo e costruzione di uno «stigma» razziale[[Nella Prolusione di Friburgo Weber parla di «differenze psicofisiche razziali fra le nazionalità nella lotta economica per l’esistenza»; delle «più basse esigenze nel tenore di vita [… che la razza slava deve alla sua natura»; di «razze meno sviluppate» e di braccianti tedeschi che «soggiacciono di fronte a una razza a loro inferiore»., fa degli «stomachi» dei lavoratori polacchi un significante della loro differenza sociale e della loro inferiorità culturale[[Weber scrive che «non è possibile far concorrere liberamente come lavoratori sullo stesso territorio due nazionalità con differenti costituzioni corporali, con stomachi diversamente costituiti per esprimermi in modo assolutamente concreto» (infra [3, p. ???). Su questo tema si veda S. Mezzadra, La comunità dei nemici. Migranti, capitalismo e nazione negli scritti di Max Weber sui lavoratori agricoli nei territori prussiani a est dell’Elba (1892-1895), in «aut aut», n. 275, 1996, pp. 18-42 e la letteratura ivi citata, a cui è ora da aggiungere G. Pollini, Gli approcci tipici, in Id. e G. Scidà, Sociologia delle migrazioni e della società multietnica, Milano, Angeli, 2002, pp. 41-64, in specie pp. 50-56.. Mentre Weber riconosce nella fuga dei contadini tedeschi verso le città un processo di individuazione e di soggettivazione di enorme rilevanza dal punto di vista politico e culturale nega che nella mobilità dei migrantipolacchi possa in generale esprimersi quel medesimo impulso verso la libertà, che addirittura contraddistingue ai suoi occhi il «mondo moderno». I lavoratori polacchi, anziché essere considerati individui che affermano e praticano una soggettiva presa di posizione nei confronti delle condizioni della propria vita, diventano i ‘nuovi barbari’ che minacciano con la loro semplice presenza la ‘civiltà tedesca’. Quella orientale assume lo spessore di una frontiera che separa civiltà e barbarie: lo Stato deve assumersi il compito politico di chiudere e armare i confini per salvare la civiltà minacciata da una «razza inferiore».

Quello che, in definitiva, Weber coglie nella filigrana delle condizioni del lavoro migrante è in ogni caso il carattere politico delle trasformazioni e dei conflitti in atto, ed è a partire da esso che egli ragiona. La distruzione della «comunità d’interessi» prodotta dall’affermarsi del capitalismo, infatti, sposta e ridefinisce la prospettiva a partire dalla quale devono essere analizzati i rapporti sociali e politici in Germania. Siamo in presenza di una crisi della legittimità tradizionale – sociale e politica – del patriarcalismo che, investito dalla trasformazione capitalistica e dalla conseguente mobilità (sempre in procinto di volgersi in mobilitazione[[Weber scrive che la «“mobilità” dei lavoratori agricoli è al contempo il primo inizio della mobilitazione per la lotta di classe»; cfr. infra (5), p. ???. Sul punto si veda Mommsen, Max Weber e la politica tedesca, cit., p. 76. E che soltanto di un «primo inizio» si trattasse è confermato, e contrario, dalla determinazione con cui i proprietari terrieri – che pure lamentavano continuamente la penuria di braccia e invocavano misure restrittive della libera circolazione – si rifiutarono sempre di riassumere lavoratori di origine rurale rimasti disoccupati in città, per timore della loro riluttanza alla disciplina lavorativa e della loro politicizzazione (cfr. K. Saul, Um die konservative Struktur Ostelbiens: Agrarische Interessen, Staatsverwaltung und ländliche « Arbeiternot ». Zur konservativen Landarbeiterpolitik in Preußen-Deutschland 1889-1914, in D. Stegmann, B.-J. Wendt e P.-Ch. Witt [Hg., Deutscher Konservatismus im 19. und 20. Jahrhundert. Festschrift für Fritz Fischer, Bonn, Verlag Neue Gesellschaft, 1983, pp. 129-198, in specie pp. 175 s. e 192 s.).) della forza-lavoro, si frantuma nella sua compattezza, consegnandosi al campo aperto dei rapporti di forza (della lotta di classe).

Nella crisi di legittimità del patriarcalismo e della forma Stato che su di esso si fonda si esprime l’esigenza di riattivare, dentro lo scenario inaugurato dall’erosione delle differenze di ceto, un processo di legittimazione del capitalismo e dello Stato borghese adeguato alla nuova configurazione conflittuale dei rapporti sociali. È a questa altezza che, nel pensiero politico di Weber, interviene lo Stato-nazione come principio di regolazione della crisi, come strumento di integrazione del proletariato entro le proprie strutture; vale a dire di chiusura e di esclusione, verso il basso, nei confronti dei ‘nuovi barbari’ polacchi, verso l’alto, nei confronti dei nemici esterni: gli altri Stati nazionali.

La questione su cui Weber richiama l’attenzione non è, da questo punto di vista, il capitalismo come sistema di sfruttamento sociale e nemmeno il «capitalismo agrario» in quanto tale, ma lo scarto temporale – all’origine della crisi – tra sviluppo del capitalismo e forme della legittimazione politica; tra storia economica e storia politica; tra interessi economici e valori politici. Il problema è allora quello di individuare un soggetto politico (una classe dirigente) in grado di gestire questa crisi affermando la propria egemonia politico-culturale sull’intera società; di produrre cioè la norma di convergenza tra il principio dell’autorità politica e il comando del capitale, tra società e politica, tra il dominio impersonale dei rapporti capitalistici e la legittimazione del potere che questi rapporti è destinato a sancire e a difendere, realizzando così, dopo quella politica della Germania, l’unificazione sociale del Reich. Non è il residuale patriarcalismo degli Junker a prefigurare agli occhi di Weber la figura di un coerente ‘potere capitalistico’, ma la borghesia tedesca, che si sarebbe però dovuta sottoporre a un processo di «educazione» e di «maturazione» politiche, emancipandosi dalla soggezione al modello autoritario prussiano e riqualificando complessivamente, attraverso questo movimento di soggettivazione egemonica, lo Stato-nazione. Sono questi i temi a cui è dedicata la Prolusione di Friburgo del 1895, che costituisce indubbiamente il documento più significativo del pensiero politico giovanile di Weber e che solo sullo sfondo dei testi qui pubblicati diviene pienamente comprensibile.

L’argomentazione svolta in questo testo, di indubbia lucidità e di grande fascino retorico, si fonda su una duplice opzione da parte di Weber. In primo luogo, egli si colloca con decisione, proprio per poter riqualificare l’«interesse generale» della nazione, dal punto di vista di una parte, di una classe: ovvero della borghesia[[Scrive Weber: «io sono un membro della classe borghese, mi sento tale e sono stato educato alle sue idee e ai suoi ideali» (Stato nazionale, p. 23).. In secondo luogo, opta chiaramente per il capitalismo industriale contro il capitalismo ‘politico’ orientato alla rendita caratteristico degli agrari, per gli interessi della borghesia industriale contro gli interessi capitalistici dello Junkertum. È in base a questa duplice opzione, maturata proprio negli scritti qui presentati, che la Prolusione di Friburgo si carica di una forte tensione progettuale, propugnando la fine della coalizione tra ceti agrari e gruppi industriali (tra «la segale e l’acciaio»)[[Cfr. a questo proposito L. Machtan e D. Milles, Die Klassensymbiose von Junkertum und Bourgeoisie, Frankfurt a.M.-Berlin, Ullstein, 1980. che si era assestata in Germania all’insegna del protezionismo e della paura delle masse. Egli coglie infatti dietro la facciata dell’alleanza tra borghesia e ceti agrari, come ben si vede ad esempio dalla lettura dell’ultimo intervento che viene qui proposto in traduzione, l’antagonismo irriducibile tra due modelli politici e sociali: lo «Stato industriale» e lo «Stato agrario»; e comprende che per scongiurare la rivoluzione socialista è necessario che la rivoluzione borghese si affermi contro la «reazione feudale», mettendosi nella condizione di «integrare» nello Stato «l’ampio strato delle masse lavoratrici»[[Weber, Die bürgerliche Entwickelung Deutschlands und ihre Bedeutung für die Bevölkerungs-Bewegung (1896), in MWG I/4-2, pp. 810-818, p. 816. Sul punto si veda Tribe, Prussian Agriculture – German Politics, cit., pp. 186 ss., ma anche di unificare i singoli interessi capitalistici nell’interesse unico di una classe capitalistica a partire dall’interesse ‘progressivo’ del capitale industriale borghese. Solo così, d’altro canto, la Germania può conquistare quella posizione di dominanza sul mercato mondiale che costituisce l’elemento su cui Weber punta per coronare il proprio progetto politico.

Il punto decisivo che consente di illuminare tutto il pensiero politico di Weber fino alla prima guerra mondiale è la stretta connessione che in esso si dà tra sviluppo borghese-capitalistico, sovranità dello Stato-nazione, imperialismo e integrazione del proletariato nelle strutture dello Stato. La risposta ai problemi dell’industrializzazione, della crescita demografica e dell’organizzazione del movimento operaio prodotti da uno sviluppo capitalistico a tappe forzate sta, secondo lui, nell’espansione imperialistica dello Stato-nazione guidata da una borghesia educata al «vangelo della lotta come dovere per la nazione, come compito economicamente ineludibile per il singolo così come per la collettività»[[Infra (6), p. ???.; ovvero nel dovere di assumere responsabilmente «l’enorme rischio che comporta per noi l’inevitabile espansione economica della Germania verso l’esterno»[[Infra (6), p. ???..
La conquista del mercato mondiale presuppone, invero, la politica di potenza dello Stato, la quale richiede a sua volta una comunità nazionale omogenea; vale a dire necessita della sovradeterminazione nazionalistica della lotta di classe, del farsi nazione della borghesia e del farsi Stato della nazione: «gli operai tedeschi devono comprendere che l’industria tedesca, il fondamento della loro stessa esistenza, è minacciata nel suo sviluppo se noi non possiamo intervenire ovunque con la necessaria determinazione e, se necessario, anche attraverso una forte potenza militare, a difesa dei nostri interessi economici»[[MWG I/4-2, p. 816.. La soluzione dei problemi della Germania può dunque venire solo dall’alleanza tra borghesia ed élites operaie sulla base dei comuni interessi nazionali e di una politica di modernizzazione capitalistica che metta fuori gioco tanto la destra pangermanista quanto la sinistra rivoluzionaria e marxista.

Ma si manifesta qui, in realtà, un problema che resterà centrale negli scritti politici di Weber anche negli anni della guerra e della rivoluzione di novembre: dietro l’enfasi sulla necessità del porsi della borghesia come soggetto politico unitario, c’è la percezione di uno sfasamento temporale dei processi di costituzione in classe degli operai salariati da una parte, che si manifestavano tra l’altro nella crescita impetuosa della socialdemocrazia, e della borghesia dall’altra. D’altro canto, nella misura in cui i temi della burocratizzazione e della «parcellizzazione dell’anima»[[M. Weber, Sulla burocrazia (1909), in SP, pp. 29-35, p. 33. guadagnano spazio nella riflessione di Weber, lo stesso sguardo rivolto ai problemi del lavoro registra nuove problematiche: negli scritti del 1908-1909 sulla Psicofisica del lavoro industriale, redatti sotto l’impressione di «ambivalente fascinazione»[[Rehmann, Max Weber: Modernisierung als passive Revolution, cit., p. 21. destata dal taylorismo, studiato nel 1904 nel corso di un importante soggiorno americano, emerge in particolare il rischio connaturato a un processo di disciplinamento della condotta di vita del lavoro vivo interamente affidato agli automatismi ‘tecnici’ dell’organizzazione del lavoro: «è la peculiarità “tecnica” del processo di produzione, in particolare delle macchine», si legge nell’introduzione metodologica a quegli scritti, «che determina immediatamente tutte quelle qualità dei lavoratori, di cui la singola industria ha bisogno»[[M. Weber, La fabbrica dei corpi. Studi sull’industria tedesca (1908-1909), a cura di A. Chielli e G. Cascione, Bari, Palomar, 2000, p. 49.. E questo rischio ripropone immediatamente la preoccupazione ‘antropologica’ di Weber, il suo inquieto interrogarsi sul destino dell’‘umanità’ nelle condizioni del capitalismo: «l’‘apparato’, così com’è, con gli effetti che esercita [… ha trasformato spiritualmente il genere umano tanto da renderlo quasi irriconoscibile»[[Ivi, p. 114..

La lotta di classe continua sì, in questo scenario, a rappresentare un fattore potenzialmente distruttivo, ma al tempo stesso Weber sembra pensare alla possibilità che essa costituisca la fucina di formazione di un ‘carattere’ sociale e personale capace di donare un senso culturale, specificamente ‘umano’, allo sviluppo capitalistico, ponendosi altresì dal punto di vista politico-sociale come elemento di educazione del proletariato alla cultura del capitalismo, nonché come possibile vettore del suo inserimento «come nuovo elemento autonomo, una volta che esso è sorto come classe a opera del capitalismo ed è pervenuto alla coscienza della sua specificità storica, nella comunità culturale dello Stato moderno»[[M. Weber, Nota introduttiva alla nuova serie dell’«Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik» (1904), in Id., Saggi sul metodo delle scienze storico-sociali (1922), a cura di P. Rossi, Torino, Edizioni di Comunità, 2001, pp. 138-146, p. 143. Su questo testo si veda P. Pasquino, Scienza e cultura. Osservazioni a proposito della Prefazione al XIX volume dell’«Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik», in Losito e Schiera (a cura di), Max Weber e le scienze sociali del suo tempo, cit., pp. 101-108. Per l’analisi del ruolo svolto dalle scienze della cultura nel dibattito pubblico di inizio Novecento sulla definizione dei modelli di società si veda R. Bruch, F.W. Graf e G. Hübinger (Hg.), Kultur und Kulturwissenschaften um 1900. Krise der Moderne und Glaube an die Wissenschaft, Stuttgart, Steiner, 1989..
Le analisi sul disciplinamento del lavoro operaio nel contesto dei processi di selezione e adattamento che organizzano lo spazio della fabbrica costituiscono così l’altro lato di una riflessione che Weber stesso aveva avviato per superare i problemi che le ricerche sui lavoratori agricoli gli avevano presentato: in queste analisi emergono, per così dire, tutte le difficoltà che gravano sullo stesso processo di costituzione in una classe politicamente ragionevole – cioè capace di subordinarsi disciplinatamente alla borghesia – degli operai industriali, che costituisce uno dei presupposti essenziali del progetto weberiano, che a questa altezza (e con questi limiti) comincia ad assumere i caratteri di un progetto di effettiva democratizzazione delle strutture dello Stato tedesco. Ma il punto è che l’altro presupposto, quello della costituzione politica in classe della borghesia, appare agli occhi di Weber, almeno in Germania, ancor più improbabile.

Il ‘vuoto’ di senso e di legittimità che il capitalismo era sembrato aprire nel cuore della società viene infatti dapprima colmato con la scoperta, attraverso le indagini sull’Etica protestante (1904-1905), di una figura soggettiva archetipica della borghesia – di una specifica condotta di vita – con il cui spirito Weber può finalmente identificarsi. Ma al tempo stesso, il significato del suo intero lavoro nel primo decennio del Novecento, della sua analisi del «capitalismo pienamente sviluppato» (Hochkapitalismus) condotta con particolare riferimento agli Stati Uniti e alla Russia, si può riassumere nella constatazione che le condizioni di esistenza di quella soggettività borghese stanno sgretolandosi, sotto l’incalzare di potenze ‘oggettive’ che minacciano di travolgere i suoi ‘valori’: «è veramente ridicolo», scrive Weber nel 1905, «attribuire all’odierno capitalismo pienamente sviluppato, quale esso viene ora importato in Russia ed esiste in America, un’affinità con la democrazia e la libertà […. Ci dobbiamo invece domandare se la democrazia e la libertà siano possibili a lungo termine sotto il dominio del capitalismo maturo»[[M. Weber, La situazione della democrazia borghese in Russia (1905), in Id., Sulla Russia 1905-6/1917, a cura di M. Protti, introduz. di P.P. Giglioli, Bologna, Il Mulino, 1981, pp. 27-79, pp. 70-71 (traduzione lievemente modificata)..
La crisi che, nella prospettiva della Prolusione di Friburgo, doveva essere risolta da un processo di soggettivazione egemonica della borghesia, viene così a infiltrarsi nella stessa filigrana di quella che Weber, sullo sfondo dei grandi saggi di sociologia della religione a cui comincia a lavorare intorno al 1911, descrive come razionalizzazione e come «burocratizzazione universale»: anche l’innovazione carismatica e il «politico di professione», le estreme figure a cui Weber affiderà i destini della democrazia e del capitalismo, della ‘libertà’ e della ‘nazione’, appaiono in ultima istanza subire questa crisi assai più di quanto non siano in grado di superarla in un nuovo orizzonte di ‘senso’.

Ferraresi Furio

Chercheur à la Faculté de Sciences Politiques de l'Université de Bologne, a publié {Il fantasma della comunità. Concetti politici e scienza sociale in Max Weber}, Milan, Franco Angeli, 2003.