Il governo e le prospettive della politica estera dell’Unione Europea nel quadro globale

Marzo/Maggio 2003Version originale de

art1172 Credo che nella fase attuale di discussione sulla costituzione dell’Unione Europea, il tema del governo della politica estera non possa essere in nessun modo lasciato a lato o relativizzato: esso infatti impone la sua centralità a partire da una constatazione molto semplice –è attorno alla politica estera , alla questione irachena , che l’Unione Europea si è rotta ma che ha anche, nel medesimo momento, subito un soprassalto: se infatti essa non aveva forse bisogno di mostrare il peso della sua presenza a livello globale, aveva tuttavia la necessità di mostrarsi come polo aggregativo, cuneo di rottura efficace di ogni pretesa unilaterale. Definire oggi un governo della politica estera per l’Europa significherà allora porsi anche il problema della forma nella quale il governo imperiale della globalità viene costituendosi e di come il soggetto Europa si ponga all’interno di questo processo costitutivo.
Per affrontare questi temi qui si comincerà, in primo luogo, dall’alto, dagli schemi giuridici di costruzione della Costituzione europea, per poi discendere, in un secondo momento , a qualche problema ravvicinato, dal basso, di tattica costituzionale e di movimento — insomma a quei problemi attorno ai quali sia immediatamente possibile fare Europa e insieme movimento sociale e politico.
In primo luogo, dunque, cominciamo dall’alto. Ci sono molti problemi che riguardano la costituzione europea in generale ed alcune indicazioni strutturali che sono state proposte allo scopo di procedere nel lavoro costituente. L’elemento forse fondamentale di questa metodologia costituente è l’assunzione del dispositivo « multilivelli ». Che cosa significa « governo della politica estera » inquadrato in una struttura a « multilivelli »? Questa è la prima questione che ci dobbiamo porre. In secondo luogo ci chiederemo: il processo di costruzione di una costituzione europea, « multilivelli », quali analogie formali e/o strutturali può presentare con i processi di costituzione politica, normativa dell’assetto globale? Sarà essa compatibile con una costituzione « unilaterale  » dell’ordinamento globale o potrà esserlo solo con una costituzione « multilaterale »?
E’ attorno a questi temi che qui cercherò di procedere, senza pretesa di presentare soluzioni ma semplicemente con l’intenzione di articolare delle ipotesi.

1. Unione Europea: multilivelli e multilateralità imperiale.

La teoria giuridica che ha retto la costituzione onusiana, dalla sua fondazione ad oggi, è stata indubbiamente multilaterale, nel senso che ha privilegiato l’universalità della partecipazione degli Stati-nazione, anche se questo universalismo multilaterale è stato molto attenuato dalle tecniche di decisione incentrate sull’attività del Consiglio di Sicurezza. Il progetto, tuttavia, della costituzione di San Francisco è illuminista e multilaterale. Ora, man mano che l’integrazione dei mercati diviene globale, richiedendo dunque una potenza sovrana di regolazione, lo schema della multilateralità onusiana ha subito molte critiche e si è scontrato o è semplicemente scivolato su ostacoli sempre più spesso ostici, talora insuperabili. Vale la pena di ripetere che la teoria del multilateralismo ha una matrice essenzialmente europea: l’ONU nasce infatti come ultimo perfezionamento (e garanzia interna) del diritto internazionale classico, westfaliano e moderno, degli Stati-nazione.
Anche per quanto riguarda l’organizzazione della costituzione europea, la permanenza dell’ideologia moderna dello Stato-nazione come fonte di legittimità, e dell’efficacia del diritto internazionale contrattuale, si mostra ancora in maniera assai forte. In realtà: i veri avanzamenti nella costruzione europea si sono dati quando l’assolutezza dei principi moderni è stata indebolita e tradotta nelle forme « multilivelli » dell’organizzazione costituzionale. Detto con brutalità: l’indipendenza sovrana degli Stati-nazione viene qui indebolita e mediata verso l’unione sovranazionale in un processo « multilivelli » il cui motore è quello della « sussidiarietà ». Quest’operazione mostra qualche efficacia, ma solo su un terreno, per così dire, introduttivo all’assetto giuridico definitivo dell’Unione: è evidente, ad esempio, che l’organizzazione di una politica estera comune dell’Unione non potrà darsi se la costituzione « multilivelli » non viene in qualche maniera esasperata e quindi trasfigurata, se non subisce una interna, ma non dialettica, Aufhebung.
D’altra parte, per quanto riguarda il multilateralismo globale, quello interpretato dall’ONU, è evidente che il punto di crisi è stato già ampiamente misurato. Quanto è avvenendo attorno alla vicenda irachena mostra che la volontà unilaterale degli Stati Uniti non intende in nessun modo piegarsi al multilateralismo onusiano. ( Da quando l’amministrazione Bush si è istallata, si sono moltiplicati le decisioni contro la multilateralità onusiana e i dispositivi messi in atto a questo scopo, dalla non adesione al Trattato di Kyoto fino al rifiuto di partecipazione al TPI. Alcuni interpreti hanno avanzato l’opinione che gli Stati Uniti d’America seguano in realtà una linea « eccezionalista » fin dai tempi della prima formulazione della loro politica estera e che quindi l’adesione all’organizzazione delle Nazioni Unite debba presentarsi, essa stessa, come un’eccezione nello sviluppo della politica americana.)
Ma ritorniamo ora ai problemi europei. Se è in crisi il multilateralismo globale, è anche del tutto evidente che i modelli « multilivelli » europei sono in grave difficoltà ad operare, poiché al loro interno permane forte il fantasma della sovranità nazionale. Non è un caso allora che, sia per quanto riguarda la costituzione globale, sia per quanto riguarda quella europea, ci si proponga spesso di agire e di costruire le istituzioni e le politiche attraverso una analogia interna, stretta e forte, con i modelli di sovranità nazionale. Vi è, per così dire, ad un tempo, nostalgia dello Stato-nazione e proiezione verso un Superstato globale o continentale: non si sa immaginare alcunché di diverso. Non si sa come accedere ad un terreno effettivamente costituente.
In questa situazione il governo della politica estera dell’Unione Europea sarà sempre difficile se non impossibile. Qualora una politica estera si desse essa, più che la capacità di sviluppare innovazione, si mostrerebbe, di volta in volta, subordinata alla politica dello Stato-nazione al momento egemone, precarizzata da diverse influenze, resa impotente nella sua stessa genesi.

2. L’unilateralismo egemonico

E’ evidente che l’attuale politica dell’amministrazione Bush esprime, sulle dimensioni dell’ordine globale, politiche unilateralmente intese all’espressione di una volontà egemonica. In particolare, per quanto riguarda la decisione sulla guerra irachena, si è trattato, come altrove ho sostenuto, di un vero e proprio « colpo di Stato » operato dall’amministrazione Bush a livello globale. Si tratta del tentativo di piegare alla volontà imperialista dello Stato-nazione americano, i processi di costituzione imperiale. L’amministrazione Bush impone, contro il multilateralismo onusiano, un rapporto sovrano bizantino, vale a dire un rapporto di dominio simbolico e burocratico, e un dispositivo diplomatico e militare continuamente attivati al fine di determinare acute divisioni e nuove gerarchie a livello mondiale. E’ paradossale che George W. Bush abbia promosso, come attuali, in una prospettiva imperialista, le condizioni politiche della sovranità moderna, riproponendole in maniera intera, quale che fosse il loro fondamento teorico. ( E’ chiaro che la fondazione neoliberale e neoconservatrice oppure quella organico-schmittiana, che la legittimazione cristiano-autoritaria o quella islamico-integralista, per parlare solo delle tradizioni oggi particolarmente attive, hanno intensità ed estensione assai diverse: tuttavia il loro effetto è indifferentemente totalitario ed unilaterale).
La difficoltà dell’unilateralismo consiste tuttavia nel fatto che il paradigma stesso del potere si è, nel passaggio dal moderno al post-moderno, dalla produzione fordista alla produzione postfordista, nel compimento e nel superamento delle condizioni nazionali dello sviluppo, completamente trasformato. Il biopotere si confronta ad un contesto biopolitico, l’esercizio della forza si legittima non semplicemente in relazione alle sue proprie condizioni costituzionali ma in relazione alle determinazioni biopolitiche della convivenza globale di popoli e nazioni. Se non si comprende che il contesto di legittimazione è radicalmente mutato, un nuovo ordine (necessariamente globale) non potrà essere instaurato. Visto in termini di critica dell’economia politica, ad esempio, il costo della guerra (qualora questa sia intesa come nuovo fondamento esclusivo della legittimazione sovrana) non è stato ancora posto in relazione con forme di finanziamento o con metodi tassazione che ne possano permettere una prolungata efficacia: ricordiamo che sono l’affrontamento e la discussione di questo problema che hanno prodotto lo sviluppo ed il proliferare di varie forme di democrazia costituzionale. Inoltre, il rischio di deflagrazioni nucleari, di epidemie o di avvelenamenti chimici, riduce la capacità della coercizione sovrana e la trattiene, chiarendo che essa esige alte quote di consenso globale. Insomma, il potere globale scopre avanti a sé i lacci e i lacciuoli di una possibile opinione pubblica globale, e comunque quelli derivanti da un’integrazione culturale, sociale, economica, comunicativa, biopolitica sempre più coinvolgente. Di conseguenza, nella condizione biopolitica, un biopotere unilaterale non ha molte possibilità di realizzarsi, salvo produrre catastrofi immani o stravolgimenti straordinari dell’ordinamento politico.
Quando insistiamo su queste determinazioni, non lo facciamo in maniera surrettizia, per il gusto di svelare e di denunciare la figura demoniaca nella quale il potere americano sul globo si mostra; lo facciamo, al contrario, per mostrare le difficoltà, se non l’impossibilità, dell’unilateralismo; e, quindi per insistere sul fatto che la costruzione di un governo per una politica estera dell’Unione Europea dovrà fin dal principio escludere ogni determinazione unilaterale, ogni tentazione di ricorrere (nella costituzione stessa della politica estera) all’analogia con la politica estera degli Stati-nazione, componenti l’Unione.
D’altra parte tuttavia, la concezione « multilivelli » ( soprattutto se la si accosta ad una prospettiva multilateralista) presenta limiti fortissimi: come risolvere, in particolare, il problema dell’efficacia di un governo della politica estera che deve formarsi attraverso un sistema « multilivelli » ma che, nelle condizioni attuali può trovare efficacia solo come forza unilaterale?

3. Ragionando, in maniera aperta, sulla multilateralità.

Come si può immaginare una molteplicità di soggetti che, non semplicemente attraverso la chiave depotenziata della sussidiarietà, non semplicemente attraverso i formalismi « multilivelli », riesca ad esprimere una prospettiva di politica estera cosmopolitica, tanto multiversa quanto efficace? Come potrà fissarsi il dispositivo del governo della politica estera dell’Unione Europea, assumendo le condizioni (di cui abbiamo fino a qui parlato) come presupposto?
La condizione essenziale per la posizione di questo problema, sta in uno spostamento del punto di vista, che ci permetterà di considerare il momento della decisione politica non come l’emanazione da una sostanza originaria di potere (comunque questa sia organizzata, unica o plurima ma unificata) bensì come il prodotto di una dinamica tra base democratica o cittadinanza e governo, tra moltitudine e sua espressione politica. La sovranità non è una natura, non è un’essenza, tantomeno bizantina; è un rapporto tra governo e moltitudini.
Il dispositivo di un governo della politica estera dell’Unione Europea può cominciare ad essere identificato solo quando esso si rappresenti come risultante dei movimenti sociali, come interlocuzione continua con l’opinione pubblica continentale, come incontro fra moltitudini.
Se noi vogliamo identificare uno schema teorico che ci permetta di costruire questo processo, dobbiamo cominciare con il riconoscere che quando una moltitudine si incontra con un’altra moltitudine, non si incontrano soggetti compiuti ma si incrociano le singolarità (individui o gruppi) che costituiscono ogni moltitudine. Per chiarire quest’ipotesi, diciamo allora che ogni eventuale decisione che possa essere legittimata a livello costituzionale nell’Unione Europea (ed in particolare ogni decisione del governo di politica estera) non potrà in alcun caso essere qualificata come atto principesco, di forza assoluta, di efficacia unitaria schiacciante: ogni decisione (anche di politica estera) dovrà invece essere formulata attraverso procedure, che permettano il confronto e la proliferazione delle opinioni, dei bisogni e dei desideri che costituiscono la soggettività politica delle moltitudini. All’obiezione che una siffatta figura democratica del processo decisionale non può confrontarsi alle urgenze ed alla eccezionalità della politica estera in generale, si potrà rispondere che l’ultimo atto di forza (e nello stesso tempo il primo atto fondativo della nuova comunità imperiale) dovrà consistere nell’uniformare universalmente le procedure di decisione nella politica estera, per trasformarle in dispositivo costituzionale interno. E infatti, nel formarsi progressivo della costituzione imperiale e nel costituzionalizzarsi dei mercati globali, che cosa significherà più « politica estera »? (Quanto è avvenuto nel corso dell’attuale campagna per la pace, rispetto a pregresse esperienze pacifiste è stato forse molto importante perché, nell’opinione pubblica e nelle sue espressioni militanti, si è potuto ormai leggere questa trasformazione della questione della pace).
Quanto vengo dicendo è puramente metodologico, troppo astratto per essere vero, francamente irritante dal punto di vista della costituzione delle categorie giuridiche. Eppure, attraverso questa raffigurazione astratta, noi possiamo fissare almeno due punti essenziali per il governo della politica estera dell’Unione Europea.

– A
Il governo della politica estera deve aprirsi all’incontro delle moltitudini sul livello globale. L’Unione Europea non è un’isola, « imperium in imperio », ma un elemento costitutivo della globalità. La politica estera dell’Unione Europea deve dunque attraversare ed interpretare gli incroci comunicativi e cooperanti delle moltitudini, essere cioè animata da uno spirito cosmopolita e universale. I comportamenti delle potenze centrali dell’Unione Europea nella crisi irachena, per quanto inaspettati, sono stati esemplari in questa prospettiva.

– B
La costruzione della politica estera dell’Unione Europea è un’operazione che dovrà mostrare la sua efficacia attorno ad un problema fondamentale: la dissoluzione della sovranità nazionale (per quel che ci riguarda nel processo di costituzione europea) e l’estinzione del concetto stesso di sovranità nazionale nei confronti di ogni nuovo potere unilaterale ovvero di ogni Superstato che voglia imporsi a livello globale e/o continentale.
La rottura e la disarticolazione della sovranità nazionale, fino alla sua estinzione, stanno alla base di un qualsiasi progetto democratico all’interno della globalizzazione. La politica estera dell’Unione Europea, ponendosi a questo livello, potrà forse permettere alle moltitudini di riconoscere un demiurgo.

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Riprendendo la discussione nel dopoguerra iracheno vanno introdotte nuove annotazioni e stabilito qualche nuovo punto di prospettiva per la politica estera dell’Unione Europea.
Si è dunque fissato, nell’agenda globale, uno scontro o comunque un’importante frizione, non di breve periodo, non aleatori né superficiali, fra politiche militari, finanziarie e commerciali degli USA e le prospettive europee sugli stessi terreni. Se ragioniamo di questo, se dunque assumiamo la resistenza contro il colpo di Stato americano da parte dei governi centrali dell’Unione Europea (probabilmente in buon accordo con le élites del capitalismo multinazionale, con quegli attori, cioè, dell’assetto globale che altrove abbiamo chiamato « aristocrazia imperiale »), noi potremo di conseguenza indagare sulle originali prospettive che la politica estera dell’Unione potrà assumere. Potremo in particolare considerare queste nuove prospettive rispetto alle diverse funzioni ( uno: relazioni tra gli Stati membri; due: politiche in senso proprio estere) che la politica estera dell’Unione deve eseguire.
Assumiamo allora, convenzionalmente, due piani di riflessione e di proposta: il primo chiamiamolo a e riguarderà i rapporti tra Stati-membri; il secondo lo chiameremo b e riguarderà la politica estera in senso pieno. Da questi due punti di vista affrontiamo qualche problema.
Un primo problema riguardante la Costituzione stessa dell’Unione:

– a1. In tema di allargamento dell’Unione.

Fin da principio è stata denunciata con gran forza la possibilità che l’allargamento dell’Unione rappresentasse un piège, cioè un trucco o trabocchetto per introdurre elementi di squilibrio irresolubili nel processo di costituzione europea, nel momento stesso in cui l’Europa stava operando un definitivo salto di qualità. A quest’obiezione da parte dei responsabili dell’Unione Europea si rispose che non vi era alternativa, che non era possibile tenere fuori dall’Unione l’insieme degli Stati ex-socialisti e che questa difficoltà poteva comunque trasformarsi in una risorsa. Sopraggiunta opportunamente, la guerra irachena ha tuttavia chiarito i veri dati del problema: l’Unione Europea, in tema di allargamento, doveva qui confrontarsi con una condizione politica dei paesi candidati certo diversificata ma generalmente precaria, incapace di effettiva autonomia e sostanzialmente ricattata, in termini di sicurezza militare, dalla pressione USA. La vecchia burocrazia stalinista si era convertiva volentieri, in quei paesi, all’influenza satellitare americana: che dunque non si parlasse di aderire all’Europa –e subordinatamente al patto per il TPI o a progetti aeronautici europei– se gli americani non lo volevano… La differenza all’unificazione delle due Germanie non poteva essere più forte! Da parte dell’amministrazione americana d’altronde, il tentativo di fare crescere zizzania tra la « vecchia » e la « nuova » Europa non ha avuto sosta. E’ auspicabile che, su questo tema, la prospettiva politica estera europea debba essere organizzata allo scopo di condizionare e di subordinare l’allargamento all’adesione da parte dei nuovi paesi ai principi fondamentali di indipendenza e/o di autonoma partecipazione europea al mercato mondiale ed alle strutture del suo governo.

– b1. In tema di NATO

Anche a questo proposito esiste un enorme problema: non è possibile immaginare l’Unione Europea come prefigurata dalla struttura della NATO. Questa, di contro, è stata l’inclinazione che ha caratterizzato l’adesione dei Paesi dell’Est europeo, oltre che la rinnovata insistenza della Gran Bretagna a mantenere il legame atlantico sopra ogni altro valore. Di fatto, il rapporto Unione Europea- NATO è in crisi da tutti i punti di vista. Non c’è più l’Unione Sovietica come nemico comune a compattare l’Occidente in un rapporto di antagonismo bipolare, e la stessa amministrazione americana ha d’altra parte mostrato una certa insofferenza rispetto a trattati che potevano indebolire la sua pretesa egemonica, teorizzando, di conseguenza, « coalizioni volenterose », aleatorie e temporalmente definite. Esistono inoltre urgenze economiche, tecnologiche e scientifiche, da collegarsi alle necessità dello sviluppo dell’innovazione scientifica e della imprenditorialità europee, che non possono essere determinate unilateralmente dal rapporto con gli USA, che sono anzi esaltate in maniera differenziata e spesso concorrenziale da altri attori del mercato globale. E’ quindi assolutamente necessario che lo sviluppo dell’Unione Europea non si dia in termini di rispecchiamento dell’organizzazione e delle strategie NATO.

Un secondo problema, già immediatamente presentatosi, è quello che riguarda la materialità del sistema costituzionale egemone nell’Unione.

– a2. In tema di valori sociali

E’ fuori dubbio che nei paesi centrali dell’Europa la legittimazione democratica si basa su un consenso più o meno generalizzato attorno ad un sistema di valori di solidarietà che ha rilevanza costituzionale materiale. L’Europa, come molti autori hanno chiarito e come l’attuale dibattito costituente illustra, è una società che dà senso comune ai valori di solidarietà, contrastando, con la sua stessa nascita ed esistenza politica unitaria, il radicale neo-liberismo del disegno globale dell’Impero americano. Inoltre la cooperazione produttiva e biopolitica in Europa esprime qualità e valori che si oppongono ad ogni pretesa monocratica nella gestione sociale (e tanto più ad ogni pretesa militarista ad una gestione unilaterale dell’ordine globale). Questa condizione deve essere fatta risaltare nel processo che conduce alla Costituzione europea, quali che siano le manomissioni attualmente messe in atto. Questo è un terreno, sostanzialmente vincente, di lotta sociale.

– b2. In tema di moneta europea

Con l’Euro, Unione Europea ha la possibilità di costruire, di
trasferire, di comunicare sistemi di valori. Se la moneta ha sempre la capacità di rappresentare e costituire assetti di valore, nella società postfordista (laddove cioè l’egemonia del lavoro immateriale è definitivamente data) il fattore monetario non rivela semplicemente sistemi di potere ma anche dispositivi di potenza cooperativa. La rottura con il « Washington consensus » , cioè con le politiche monetarie che veicolano decisioni capitalistiche centralizzate su un sistema di valori neoliberali in maniera congrua con gli interessi del governo monetario USA, appare qui allora come la condizione stessa di un valore autonomo dell’Euro. Questa condizione non riguarda solo l’Europa, riguarda o riguarderà, in brevissimo tempo, altri sistemi regionali a livello globale (a cominciare da quello in formazione in America Latina attorno al Brasile).

Potremmo continuare ad approfondire le prospettive materiali della politica estera europea attorno ad altri temi e su altri terreni: preferiamo tuttavia, ora, riferirci alle articolazioni che queste politiche potranno e dovranno avere con i movimenti sociali. Porre il problema in questi termini significa non solo insistere sull’efficacia costitutiva dei movimenti, non significa solo immaginare, a partire dall’Europa, come cuneo antimperialista ed antiliberale, di costruire una vera e propria democrazia cosmopolita: si tratta anche di comprendere come i movimenti sociali possano sviluppare il rapporto « strategia -tattica » nella loro azione quotidiana, sia a livello locale che a livello globale.
Una prima considerazione. In questo momento, a fronte dell’iniziativa unilaterale statunitense, si sono definite due centrali difficoltà. La prima è indubbiamente la rottura, sul livello orizzontale dei rapporti di forza, fra i Paesi centrali nello sviluppo capitalistico. E’ fuori dubbio che questa rottura rappresenti la crisi dell’élites aristocratiche multinazionali: esse considerano la dimensione militare, espressa dal governo statunitense, certo terrificante ma insufficiente nella costituzione dell’ordine mondiale, sproporzionata rispetto alle misure e strutture biopolitiche della produzione economica e della riproduzione del sistema, pericolosa perché capace di suscitare contraccolpi incontrollati e incontrollabili. L’asimmetria militare non trova corrispondenza nel biopolitico dove trionfano piuttosto le simmetrie. Il primo problema che il movimento globale dovrà porsi è dunque: è utile pensare ad occasioni tattiche di alleanza tra forze aristocratiche e forze multitudinarie contro l’unilateralismo americano? E’-o sarà- produttivo costruire alleanze nel biopolitico?
Una seconda considerazione. Essa riguarda la tendenza, sempre più evidente, al configurarsi « regionale » o « continentale » del sistema degli Stati e delle politiche globali. Per esempio il processo dell’unità economica europea e la costituzione dell’Unione hanno forte risonanza in America Latina, nell’Asia del Sud-Est e soprattutto in situazioni già regionalmente unificate ed enormemente significative come la Cina. C’è lotta per il riconoscimento già aperta a partire da queste realtà regionali. La questione che il movimento dovrà porsi è come sia possibile, corrispondendo ad un progetto strategico che si vuole democratico, globale e cosmopolitico, trovare nei raggruppamenti regionali condizioni di alleanza tattica nella resistenza e nella lotta contro il neoliberismo.
Per tornare alla discussione europea, potremo dunque fissare i seguenti due punti, segnando con una c le alternative « strategico-tattiche » del rapporto tra vicende politiche globali e movimenti sociali di contestazione. Rispetto all’Europa, dunque:

– c1. La discussione in corso tra « sovranisti » e « comunitaristi », il conflitto che li divide lo scontro istituzionale e burocratico che ne caratterizza i comportamenti, sembrano incapaci di aprire il dibattito e di permettere alleanze fra componenti aristocratiche ed attori multitudinari della resistenza all’unilateralismo americano e neoliberale, anzi ne neutralizzano le forze. Sul terreno, dunque, della definizione di una tattica che permetta di operare in questo senso, è necessario rilanciare il federalismo democratico europeo: esso solo può darsi come spazio aperto di discussione, di cooperazione e di lotta, e soprattutto di ricomposizione di strati sociali, rifiutando sia la pratica ed il progetto essenzialisti del potere che vorrebbero i sovranisti (l’Europa come Superstato nazione) sia la concezione funzionale e burocratica che dell’Unione Europea hanno i comunitaristi. Vi è una sola tattica che ai movimenti è concessa: è quella delle soste e/o degli avanzamenti, delle repliche e/o delle invenzioni nella strategia della costruzione del comune. Non si può distinguere la costituzione europea dai valori dei quali deve essere portatrice. Un quadro democratico può essere costruito, rafforzato (o eventualmente mantenuto) solo in termini federalisti.

– c2. Può l’Europa funzionare come resistenza ideologica e politica contro i golpisti neoliberali globali? Può essere il punto dal quale muove una sorta di insurrezione proliferante di proposte democratiche e di solidarietà globale? E’ possibile una linea strategica europeista, postmoderna, che criticando l’esportazione della modernità operata da secoli dal capitalismo e dagli Stati nazione europei, si ponga ora il problema dell’esportazione della libertà e della solidarietà? E’ attorno a quest’indicazione che i movimenti debbono fare una scelta democratica e federalista, che consideri la costruzione dell’Europa politica un passaggio tattico nella strategia costituente di un ordine globale democratico.