Per un’Europa minore

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art1169La disfatta

All’inizio del giugno 2003, sollecitati da un intervento firmato da Jurgen Habermas e Jacques Derrida, alcuni prestigiosi intellettuali sono intervenuti scrivendo brevi saggi comparsi nei diversi paesi per contribuire al processo di unità europea che attraversa un momento di particolare delicatezza e drammaticità. Era ora che accadesse qualcosa del genere, perché negli anni passati il progetto politico europeo non ha suscitato né mobilitazioni sociali né riflessione intellettuale né passioni civili. Fino a questo momento il processo di unità europea è stato affare di banchieri e di burocrati, asettica costruzione di ingegneria amministrativa. Il concetto-Europa è rimasto così sfocato, la discussione intorno all’elaborazione di una Carta Costituzionale ha coinvolto soltanto le elite politiche, ed esangue è stato l’interesse per il processo di creazione di un’entità politica originale.
Non sono certo da rimpiangere le retoriche nazionaliste che accompagnarono in altri tempi i processi di formazione di nuove entità politiche, tra squilli di tromba e proclami di aggressiva superiorità. Ma nel processo di unità europea è in gioco l’unica possibile invenzione politica capace di innovare il panorama mondiale. Perciò concettualizzare lo spazio europeo dovrebbe diventare finalità principale del movimento di pensiero autonomo.
L’appello di Habermas e Derrida ha dunque una funzione positiva, perché chiama ad una assunzione di responsabilità intellettuale ed indica l’Europa come il focus di un’attenzione non solo politica ma anche filosofica. Ma temo che il paradigma di pensiero entro il quale si muove il loro contributo sia inadeguato a far fronte alla situazione attuale. Il tentativo di Habermas e Derrida appare nobile ma perdente, perché assume il punto di vista di un’identità culturale del passato.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito alla disfatta del progetto unitario europeo così come esso è maturato fino a questo momento. E questa disfatta è legata all’obsolescenza del paradigma concettuale umanistico e illuminista entro il quale la storia europea si è mossa, e che forse non è più capace di elaborare quanto di nuovo emerge nella storia del mondo.
I segni della disfatta sono emersi evidenti nel confronto che ha opposto il nucleo franco-tedesco dell’Unione europea al fronte bellicista che si è costruito al seguito della Presidenza Bush. La prima finalità della presidenza americana nella guerra iraqena della primavera del 2003 era la sconfitta e la divisione dell’Unione europea. Questo scopo è stato raggiunto. L’Europa deve ridefinire strategicamente non solo la sua funzione geopolitica, ma anche la sua specificità culturale e sociale, se vuole avere un ruolo originale ed autonomo, se vuole conquistare il diritto all’esistenza.

Il nazional-liberismo: devastazione sociale e guerra preventiva

Il fronte bellicista che si è costituito sotto la direzione della presidenza Bush ha come missione l’estensione illimitata del principio liberista. Anche se è ormai evidente che il primato degli interessi privati sull’interesse collettivo ha portato al collasso le strutture della vita sociale civilizzata, i gruppi dominanti dell’economia mondiale non hanno intenzione di recedere da queste politiche, anzi vogliono portare alle estreme conseguenze la privatizzazione di ogni fonte energetica, di ogni spazio comunicativo, di ogni bene e servizio primario. L’egoismo nazionalista o di clan prevale ormai sulle retoriche del globalismo. L’intervento statale autoritario si sostituisce sempre più spesso alle dinamiche del libero mercato per imporre gli interessi delle grandi corporation. Un liberismo nazionalista, intimamente antiglobalista, è quello che si va formando sotto lo scudo dell’infinita guerra americana. Lo chiameremo nazional-liberismo. La privatizzazione dell’acqua, del patrimonio genetico, dello spazio della comunicazione sono nuovi campi nei quali si proietta il disegno di conquista delle corporation globali. Soltanto se sarà autonomo da questa tendenza, e saprà avviarne il rovesciamento, il processo europeo avrà un senso. Ma l’attuale gruppo dirigente europeo non ha né la cultura né l’intenzione né soprattutto la potenza per opporsi al disegno nazional-liberista. Perciò non può portare a compimento il progetto europeo, che deve invece diventare oggetto di riflessione e di azione dei movimenti sociali anticapitalisti. Solo a questa condizione il processo di unificazione europea avrà caratteri di originalità. E in questo modo i movimenti sociali antiliberisti troveranno una finalità positiva.

L’illusione pericolosa del nazionalismo europe

Nel corso dell’ultimo anno, in coincidenza con l’accentuazione dei toni bellicisti dell’amministrazione americana, si erano diffuse illusioni sull’autonomia dell’entità politica europea. Nonostante la condizione di minorità strategico-militare, anzi proprio grazie al basso profilo militare dell’entità europea, molti hanno creduto che l’Europa a guida franco-tedesca potesse costituire un’alternativa al modello americano. A mio parere è stato un modo sbagliato di impostare la questione. Ponendo il problema in questi termini si è finito per ragionare sul progetto politico europeo in termini nazional-europei. L’idea che un polo franco-tedesco-russo possa costituire il partito della pace e un punto di resistenza contro il nazi-liberismo non ha fondamento.
La Francia e la Germania difendevano i loro interessi economici e geopolitici quando si sono opposti alla strategia americana di guerra d’aggressione. E i loro interessi economici e geopolitici sono perdenti. Il titolo nazistoide del film di guerra Shock and Awe cui abbiamo dovuto assistere impotenti nella primavera del 2003 mostra con chiarezza che la strategia americana mirava a minacciare ed a terrorizzare non solo i paesi arabi, non solo il mondo islamico, ma anche tutte le potenze nazionali e tutte le forze sociali che vogliono cercare strade alternative alla dittatura globale nazi-liberista. Se a questa minaccia opponiamo un progetto di tipo nazionalista europeo la battaglia è perduta in partenza.
A nulla varranno le alchimie sulle modalità decisionali. L’Europa è divisa e subalterna, e non riuscirà a diventare una potenza militare capace di ostacolare o di condizionare il nazi-liberismo americano. E se lo diventasse, costruendo un esercito potente e unificato, e una improbabile capacità di decisione politico-militare, questo sarebbe un incubo ulteriore, non la liberazione dagli incubi presenti.

Non America non Europa, ma un movimento globale contro la guerra e il nazi-liberismo

Anche nell’ambito del movimento si è accreditata l’ipotesi di una contrapposizione tra egemonismo americano e autonomia europea che trova il suo contenuto nella difesa dei diritti civili e di un liberismo moderato dalla socialdemocrazia.
Ma questa rappresentazione va respinta. Non c’é America ed Europa. C’é un’opinione democratica di euro-americani contro la guerra. C’é un’opinione contro la guerra largamente maggioritaria in Europa e minoritaria negli USA. Questo é il punto.
L’Europa è uscita sconfitta dal confronto. Ma quel che conta é la costituzione di una cultura cosmopolita e internazionalista che si è opposta alla guerra.
Dimenticare l’Europa, dunque? Niente affatto. Il movimento democratico anti-liberista deve opporsi alla riduzione del concetto di Europa ad un nazionalismo. geopolitico, o economico, e deve affermare un concetto d’Europa come principio di costruzione estensiva post-nazionalitaria dal basso. Quel che di meglio vi é (stato) nell’esperienza europea é proprio questo: la creazione di reti che non coincidono con alcun territorio, e che si protendono verso aree distanti dall’Europa storico-geografica.

Al tempo stesso occorre pensare il futuro degli Stati Uniti d’America senza ridurci all’antiamericanismo. L’America di oggi é prossima a una forma di fascismo militare. La presidenza Bush sta andando risolutamente verso l’imposizione di un regime violento, oligarchico, fascista.
In un articolo dal titolo Gaining an empire losing democracy, Norman Mailer ha scritto: « la combinazione di potere capitalista, sistema militare e fanatismo della bandiera ha ormai creato un’atmosfera pre-fascista in America. »
E’ difficile sfuggire alla sensazione che il clan Bush abbia la stessa pericolosità che ebbe il partito nazionalsocialista tedesco, con in più la disponibilità di armi di distruzione totale, che a a Hitler fortunatamente mancavano. Ma gli Stati Uniti d’America non sono come la Germania degli anni ’30. Occorre far leva sulla contraddizione tra cultura democratica e libertaria degli americani e nazionalismo bushista, se si vuole uscire dalla trappola che l’ideologia della guerra preventiva ha ormai predisposto. Solo un movimento negli Stati Uniti d’America potrà liberare l’umanità dal pericolo del fascismo globale, non certo l’opposizione delle antiche virtù europee ai vizi dell’egemonismo americano.
Bush é prima di tutto il nemico degli americani. E’ negli Stati Uniti d’America che il movimento globale deve sconfiggere Bush, la sua furia nazionalista e il liberismo che ha prodotto questa follia.
L’elaborazione di un concetto di Europa deve servire anche a questo, non a creare un’opposizione tra identità europea e deterritorializzazione americana, ma a suscitare un nuovo movimento capace di disgregare il blocco sociale nazi-liberista.

L’eredità perduta dell’illuminismo europeo

Con l’appello di Habermas e Derrida, l’aristocrazia intellettuale europea ha tentato di rilanciare un disegno più alto, fondato sull’eredità culturale europea. Ma cosa resta vivo di questa eredità? Cerchiamo di individuare gli elementi essenziali della tradizione politica europea: alla base vi troviamo la lezione dell’Umanesimo che pone l’universalità della ragione umana al posto della forza. Vi troviamo inoltre gli elementi distintivi della storia politica della modernità quale si è costruita attraverso passaggi decisivi come la Rivoluzione francese, l’affermazione wilsoniana della autodeterminazione dei popoli, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e il processo di decolonizzazione.
Il senso comune di questi passaggi consiste nella sospensione della forza a favore del diritto che é manifestazione della universalità della Ragione. Qui sta la specificità dell’epoca moderna, ma questa specificità sembra cancellata del dilagare della violenza particolaristica, dal diffondersi di armamenti di distruzione di massa, dell’affermarsi di un regolatore politico egemonico ma non universale, un regolatore che non è la legge, il diritto o la Ragione, ma il terrore, l’uso della forza come elemento di minaccia, di costrizione.
I due elementi filosofici fondamentali della modernità di cui la cultura europea è stata il fulcro stanno nell’affermazione illuministica di diritti umani fondati sul carattere universale della Ragione, e nella affermazione romantica di una identità popolare, nazionale, territoriale. Ma proprio questi due irrinunciabili fondamenti dell’identità culturale europea sembrano uscire dalla scena del mondo.
La deterritorializzazione prodotta dall’Info-Capitalismo e dalla telematica digitale ha messo in crisi le forme di identità tradizionali e al tempo stesso ha eccitato reattivamente le rivendicazioni di identità. Le identità non sono scomparse, ma si sono trasformate in ossessioni reattive, aggressive e risentite. Quel che rimane del Romanticismo è oggi degradato in forme nazional-popolari o, peggio, in localismo razzista e comunitarismo securitario. Il Romanticismo non ha più alcun carattere progressivo, e l’Illuminismo non ha più alcuna potenza di governo universalista perché nella società reale prevalgono i particolarismi armati l’uno contro l’altro.

La barbarie

Il confronto che il gruppo neo-conservatore ha sostenuto con l’ONU e l’UE ha sancito la fine del primato del diritto.. Nei mesi che hanno preparato e seguito la guerra iraqena la presidenza americana ha mirato ad affermare una cosa essenziale: nulla ha più rilevanza se non la forza. Chi possiede la forza può fare tutto, e nulla è limite all’esercizio della forza. Perciò il Consiglio di sicurezza dell’ONU e la Unione Europea sono state dichiarate irrilevanti nel momento in cui si distanziavano dalle decisioni di guerra preventiva. La presidenza americana non ha tentato di occultare o attenuare il senso della sua azione. Il primato della forza è divenuto un elemento della dottrina. Occorre prenderne atto: è questa la nuova dottrina che prende il posto dell’universalismo politico moderno: il diritto non conta niente, solo la forza vale. Per l’illuminismo che sta alla base della costruzione culturale europea significa semplicemente la disfatta.
Da qui dobbiamo partire se vogliamo ripensare il progetto politico europeo al di fuori e al di là dei limiti del pensiero politico moderno, al di là del contesto filosofico illuminista e romantico. Non si può pensare di fermare la barbarie post-moderna riaffermando principi le cui basi sociali si sono dissolte. La base sociale dell’illuminismo è stata in Europa l’esistenza di una borghesia egemonica nella produzione nella politica e nella cultura. Quella borghesia produttiva di tipo protestante e democratico non esiste più, o comunque ha perduto il suo ruolo egemone. La società del semiocapitalismo postindustriale produce e scambia essenzialmente merce linguaggio. La legge rigorosa di determinazione del valore delle merci in base al tempo di lavoro necessario è sostituita dall’aleatorietà dei valori fluttuanti. La menzogna, la violenza, l’arbitrio, la relazione mafiosa non sono più eccezionali deviazioni dalla norma, ma la regola stessa dell’infocapitale.
La premessa della democrazia moderna era l’esistenza di una sfera pubblica nella quale poteva formarsi un’opinione pubblica relativamente indipendente, una seconda condizione era il rispetto di questa volontà da parte del potere politico. Il consenso era la base della democrazia. Ma oggi di tutto questo rimangono solo la retorica e i rituali, non più l’effettiva sostanza. Non esiste più alcun processo di formazione dell’opinione che sia indipendente dal potere sterminato dei media dominati dal grande capitale.

Il movimento dopo il 15 febbraio 2003

Il 15 febbraio è stato il punto di arrivo della storia del movimento globale iniziato a Seattle. Dopo il 15 febbraio la storia di quel movimento è arrivata a una svolta. Il movimento si è fondato sulla premessa che la mobilitazione dimostrativa è capace di erodere il consenso alla politica liberista. Era vero, è stato vero da Seattle a Genova. Ma dopo l’11 settembre il potere sul processo di globalizzazione capitalista è passato dalle mani del ceto politico globalista alle mani di un ceto puramente criminale. Perciò non ha più molto senso continuare nella politica dimostrativa, nella rituale contestazione (violenta o non violenta non importa) dei summit del potere globale. Il ceto economico politico e militare rappresentato da Bush è un conglomerato di interessi che punta all’eliminazione fisica di una porzione dell’umanità, alla distruzione sistematica dell’ambiente planetario, a una colonizzazione definitiva della mente umana. Non possiamo pensare che questo ceto economico politico e militare si possa fermare con la critica politica, non possiamo pensare che si possa fermarlo erodendone consenso. Esso può fabbricare la guerra a suo piacimento, e in questo modo imporre il consenso. L’atteggiamento dell’amministrazione Bush dopo il 15 febbraio significa semplicemente questo: « non abbiamo alcun bisogno del consenso. Esercitiamo il potere grazie all’uso della forza, grazie al terrore sistematico e alla gestione di un apparato globale di infiltrazione della Mente collettiva i cui vertici sono Rupert Murdoch e Bill Gates, e i cui vassalli sono i piccoli mafiosi locali come Berlusconi. »
Occorre capire il messaggio che proviene dalla presidenza Bush, e tirarne la logica conseguenza: il movimento deve modificare il suo metodo d’azione. Ha ottenuto in questi anni un risultato straordinario: ha eroso il consenso alle politiche liberiste, ha avviato un processo di autorganizzazione del lavoro cognitivo. Ma ora il contesto è mutato in maniera così drammatica che non avrebbe senso continuare sulla stessa strada. Il G8 di Evian lo ha dimostrato. Non hanno più molta importanza i G8, incontri multilateriali delle potenze globaliste. Il potere è concentrato nelle mani di alcuni grandi monopoli planetari del petrolio dell’informazione e della tecnologia militarizzata. Perciò la dimostrazione periodica contro i summit dei grandi diviene pura testimonianza.

Il suicidio micidiale di massa

In altri momenti della storia moderna, di fronte alla tirannide e alla violenza, gli uomini e le donne rispondevano legittimamente prendendo le armi, formando gruppi partigiani e combattendo contro l’oppressione. Ciò non accadrà ora perché questa nuova generazione ha capito che la violenza genera il fascismo come il fascismo genera la violenza, e perché l’esistenza di cui questo movimento è espressione è incompatibile con l’azione militare.
Inoltre non è possibile immaginare un rovesciamento dei rapporti di forza perché sul piano della forza lo scarto tra chi detiene il potere e la maggioranza della società planetaria è assoluto: corrisponde allo scarto tra le bottiglie molotov e la bomba atomica. Vi è un’altra forma di azione che risponde ragionevolmente alla disperazione di chi non vede più alcuna possibilità di un futuro umano: questa forma di azione è il suicidio micidiale. Il suicidio sta diventando la principale causa di morte nella popolazione giovanile, e dobbiamo attenderci che un numero sempre più vasto di persone, non soltanto di fede islamica, sceglieranno di trasformarsi in bombe micidiali e di farsi esplodere in luoghi affollati, per placare la propria disperazione, e per procurarsi una vendetta contro gli oppressori. E’ una prospettiva agghiacciante, ma è la più probabile, e la vediamo ormai delinearsi con nettezza, come una moda di massa, come un comportamento contagioso, esemplare, dilagante.

Non c’è alcuna speranza. Inventiamola

E’ difficile, in questo momento, affermare che c’è una speranza. Perfino nei momenti più terribili della storia del Novecento, quando le truppe della Wehrmacht invadevano l’Europa e la bestia nazista si avventava sulle sue vittime indifese, una speranza all’orizzonte si vedeva. Era la speranza del comunismo che animava milioni di operai, era la speranza della democrazia, era la speranza del progresso tecnico e sociale. Ma oggi di quelle speranze non è rimasto nulla. La parola comunismo evoca memorie di oppressione di ipocrisia e di oscurantismo. La parola democrazia ha perduto ogni credibilità da quando Bush se ne è fatto paladino. La tecnica ha ottenuto successi strepitosi, ma di questi successi si è appropriato il sistema di potere, facendone strumenti di controllo, di violenza e di morte. Non possiamo parlare a nome della speranza, perché solo gli ipocriti possono dire oggi di nutrirne.
E neppure possiamo fermarci al dato di fatto della disperazione, come se questa fosse l’ultima parola nella storia dell’umanità. Noi dobbiamo inventare. Questo è il compito del movimento nella fase che si apre. Inventare ciò che non esiste e sabotare ciò che esiste. Disertare ogni luogo in cui si perpetua il dominio lo sfruttamento la guerra e costruire un nuovo orizzonte.
L’Europa è da inventare. Quella di cui parlano i politici che siedono a Bruxelles è un cadavere. Dobbiamo inventare il concetto capace di funzionare come principio generativo di un corpo nuovo, originale, mai visto, eppure adeguato alla ricchezza che il semiocapitale ha suscitato ma comprime, alle potenzialità contenute nella rete dell’intelletto generale.
Europa non è una identità, ma un divenire nel quale sono messe in gioco enormi forze sociali ed economiche alle quali manca un orizzonte positivo.
E’ forse Europa un territorio? Direi proprio di no.
Europa non può intendersi come relazione tra territori nazionali o regionali.
Non è uno stato internazionale, non è un patto tra nazioni.

Europa rete di reti

Se ci chiediamo che cosa sia Europa nella nostra esperienza, dovremo rispondere: Europa è una rete di reti.Ma una rete ha caratteristiche nuove rispetto alla storia delle politiche territorializzate. Prima di tutto la rete non ha geometria fissa, può allargarsi o restringersi a seconda delle specifiche funzioni che deve svolgere. Inoltre una rete può convivere con un’altra senza sovrapposizioni territoriali, e può interagire con un’altra senza identificarsi con essa.
Porsi il problema della costituzione nello spazio europeo significa dunque costituzionalizzare il divenire, perché le reti non sono, ma divengono.
Si può costituzionalizzare il divenire?
E’ possibile solo pensando a una costituzione che sia simile ad un software, un insieme di tecniche predisposte a mutare le regole man mano che si modifica il loro contenuto applicativo.
E il metodo generale è quello del privilegio della minorità. Minorità è la linea di fuga lungo la quale una rete cresce si sviluppa e diviene.

In rete vige il governo delle minoranze

La democrazia moderna si è basata sul principio del governo della maggioranza. Naturalmente questa regola aveva le sue buone ragioni, fin quando l’ambito di applicazione della legge era il territorio, uno spazio nel quale vige il principio newtoniano di impenetrabilità dei corpi, e in cui gli interessi sono contrapposti perché coestensivi.
Ma nella rete ciascuno è minore, perché in uno spazio indeterminabile (uno spazio in costante espansione) non esiste la possibilità di definire maggioranze stabili. Nessuno può comandare.
Un ripensamento radicale della democrazia è all’ordine del giorno. Alla parola democrazia non corrisponde quasi più niente, da quando la dimensione globale ha preso il sopravvento sulla dimensione locale, nazionale o regionale.
Quale democrazia è mai quella che permette alle corporation di decidere regolamentazioni che interessano la vita quotidiana di miliardi di uomini senza sottoporre al giudizio parlamentare o alla legittimazione elettorale scelte così decisive? D’altra parte non si può pensare che la democrazia del futuro sia semplicemente l’applicazione del principio « one man one vote » su scala planetaria.
Si può avanzare questa proposta, ma si tratta della segnalazione di un problema, non di una strada percorribile. Non solo per le difficoltà (superabili) di votazioni planetarie, ma soprattutto perché la formazione della volontà politica planetaria deve tener conto di differenze, specificità e scarti irriducibili, tali che a quel livello agirebbero enormi e incontrollabili agenzie di manipolazione della volontà, a cominciare con le corporation globali che già posseggono gli strumenti per modellare l’immaginario la domanda, i gusti, le paure e le illusioni.
Democrazia globale non vuol dire sommatoria planetaria della volontà generale, ma demoltiplicazione degli spazi di decisione, frattalizzazione della decisione politica.

Minuscole comunità vanno messe in condizioni di autogovernarsi come reti indipendenti eppure interconnesse che costituiscono la società. Il processo costituzionale europeo deve partire da una concezione frattale, reticolare, minore della formazione della volontà generale.

Democrazia postmodern

Ciò con cui ci misuriamo è una crisi postmoderna della democrazia che chiede un modello postmoderno di ridefinizione della democrazia.
Il movimento deve saper trasferire la potenza che si è manifestata il 15 febbraio dalla protesta contro la guerra alla costruzione di una forma nuova della democrazia. Dopo la guerra che il nazi-liberismo ha dichiarato contro l’umanità non basta più difendere i valori dell’umanesimo calpestato. Occorre reinventarne la cornice e i modi di funzionamento.

Bifo (Franco Berardi)

Aussi appelé « Bifo », est un philosophe et militant issu du mouvement autonome italien des années 1970. Militant marxiste, cofondateur de la radio libre Radio Alice, il a aussi connu et travaillé avec Félix Guattari à la fin des années 1970. Il enseigne aujourd’hui l’histoire sociale des médias à Milan. Il a publié récemment Tueries. Forcenés et suicidaires à l’ère du capitalisme absolu (Lux, 2016).