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Europe et réfugiés : l’élargissement

L’accueil des réfugiés conduit à un élargissement démographique et non territorial de la construction européenne, qui va exiger une nouvelle élaboration politique car la confédération d’États actuelle est incapable de traiter ce problème. Il faut inventer de nouvelles règles et perspectives d’accès à la citoyenneté européenne, qui pour les réfugiés sera une citoyenneté fédérale. Une politique économique européenne commune sera nécessaire pour la confirmer. Il faut que l’initiative unilatérale de l’Allemagne se transforme en solidarité communautaire générale.

Europe and Refugees: Enlargement

The arrival of refugees leads to a demographical (rather than territorial) enlargement of the European construction, which will call for a new political elaboration, since the current confederation of national States is unable to address this issue. New rules and new perspectives for gaining a Euro-pean citizenship must be invented, a federal form of citizenship designed for refugees. A common European political economy will be needed in order to confirm and support this evolution. Germa-ny’s unilateral initiative must evolve towards a broader form of solidarity within the European community.

Entretien réalisé par Manuela Bojadzijev, Sandro Mezzadra et Isabelle Saint-SaënsFor quite some time Europe has become the space for political action and reflexion, on the identity and on the borders of Europe. Etienne Balibar has been writing on these issues for a long time, combining a « postnational » option with a criticism of European […]

Alle frontiere dell’apartheid

Articolo dal Il Manifesto Alle frontiere dell’apartheid
Cittadini negati LA RIVOLTA nelle banlieue è il risultato del razzismo istituzionale che caratterizza non solo la Francia, ma tutta l’Europa. Nel vecchio continente oltre alla militarizzazione dei confini esterni, si stanno costruendo delle frontiere interne che seguono la linea del colore ma anche quella sociale. Un’intervista con il filosofo Etienne Balibar
CONFLITTI GLOBALI

ROBERTO CICCARELL I: Atre settimane dall’inizio delle rivolte nelle banlieue Etienne Balibar è indignato, ma anche inquieto. Con la psicoanalista Fethi Benslama, la giurista Monique Chemillier-Gendreau, il filosofo Bertrand Ogilvie e l’antropologo Emmanuel Terray, ha sottoscritto un appello che ha individuato «nella disoccupazione di massa, nello smantellamento dei servizi pubblici, nella segregazione urbana e nella discriminazione professionale, nella stigmatizzazione religiosa e culturale oltre che nel razzismo e nella brutalità poliziesca quotidiana» le principali cause delle rivolte. «L’appello è intitolato Casse-cou, la Republique! – ha spiegato Balibar in una pausa del convegno Spinoza: Individuo e moltitudine tenutosi a Bologna lo scorso fine settimana – lo abbiamo scritto il giorno dopo l’approvazione dello stato d’emergenza ed è stato diffuso nell’ultima settimana su Internet e pubblicato il 16 novembre su L’Humanité». Oggi Balibar rilancia la sua analisi sul regime di apartheid che dalle frontiere esterne alla Ue si è installato nel cuore delle metropoli e denuncia il razzismo istituzionale che ha provocato le rivolte. Durante l’intervista esprime la sua perplessità sul tentativo compiuto da alcuni esponenti del partito comunista francese e della sinistra anti-globalizzazione che hanno cercato «nei primi giorni di strumentalizzare le rivolte presentandole come la dimostrazione delle loro posizioni contro la costituzione europea e per il no al referendum del 29 maggio scorso.

Questa rivolta – continua il filosofo francese – in realtà rivela il blocco totale del sistema politico francese. Non esiste alcuna prospettiva di rinnovamento sia per la maggioranza al potere che per l’opposizione». Una rivolta di cui molti governi, e non solo l’ultimo diretto da Dominique de Villepin, «portano una grave responsabilità». Ma la rivolta contro i ghetti non è una specialità francese, è una condizione diffusa anche nei Paesi Bassi e in Inghilterra. «Quelle in Francia mi sembrano però peculiari – risponde Balibar – perché sono legate alla sua storia coloniale che è ancora oggi onnipresente nel paesaggio urbano, anche se è stata rimossa violentemente dal sistema politico e dalla maggioranza della società che vive totalmente separata dalle banlieue».

E poi il governo. «Ciò che trovo inquietante nel suo comportamento è che si è impegnato nella repressione senza riflettere attentamente sui rischi dei conflitti sociali e le minacce aggravate alla sicurezza della popolazione che una simile scelta comporta», osserva Balibar. La reintroduzione della doppia pena, l’espulsione amministrativa degli stranieri, cioè dei residenti che possono essere «isolati» dagli altri cittadini in base alla loro identità annunciate dal ministro degli interni Nicolas Sarkozy, per Balibar «è indice della separazione tra i cittadini nazionali e gli stranieri, ma anche tra gli stessi cittadini francesi alcuni dei quali vengono stigmatizzati come immigrati, o come non francesi, pur avendo a tutti gli effetti la cittadinanza. Reprimere dei gruppi isolati dal resto della popolazione è una politica che non solo non rispetta i diritti umani, ma accentua al massimo le inquietudini della popolazione, moltiplica gli aspetti securitari e produce una polarizzazione ideologica in seno alla società francese che vede negli immigrati, nei giovani o negli stranieri dei capri espiatori».

Il prolungamento della legge d’urgenza per altri tre mesi è la creazione di uno stato di eccezione nelle città?

Questo è l’aspetto più inquietante, anche per i suoi risvolti simbolici, della reazione del governo. Quella applicata è una legislazione di guerra. E’ l’arma assoluta e reattiva che serve a spezzare le resistenze contro un nuovo ordine neo-coloniale, come già avvenne nella guerra d’Algeria. Questa legge non autorizza solo il coprifuoco, ma crea anche delle zone securitarie, autorizza le perquisizioni di giorno e di notte, le sanzioni penali sbrigative. Tutto questo non ha fatto altro che dare fuoco alle polveri a una rivolta che covava da anni e che, con ogni probabilità, continuerà ancora a lungo. La violenza ha toccato tutti gli abitanti delle banlieue, francesi e non. Questo è inevitabile perché chi subisce la violenza giorno dopo giorno, e per anni, poi colpisce senza operare alcuna distinzione di origine o di ceto sociale.

Lei ha denunciato più volte l’apartheid europeo contro i migranti. Si può dire che oggi, in Francia come anche in altri paesi europei, è venuto alla luce anche un nuovo apartheid, quello interno alle metropoli?

Assolutamente sì. Non ci si può accontentare di dire che la risposta del governo è inadeguata. E’ difficile evitare di credere che, al di là dei contrasti interni tra chi preme per una soluzione securitaria e chi per una di tipo paternalistico, il governo abbia voluto tracciare una specie di frontiera interna nella società che assume una configurazione sociale, etnica e razzista. L’applicazione di questa legge tende a isolare dal corpo della società francese una certa tipologia di persone e a differenziare le banlieue dal resto del territorio nazionale. In un certo senso tutto questo non è nuovo. Anzi è solo uno dei momenti di un processo di emergenza progressiva di forme di segregazione in tutta Europa che è iniziato da tempo.

In cosa consiste questo processo?

E’ un fenomeno tendenziale, molto articolato, che si va intensificando. Non lo considero ancora un dato acquisito, ma credo che quella in atto sia una trasformazione dello spazio europeo sul lato esterno e su quello interno. E’ un processo che ha come risultato la costruzione di un apartheid, cioè la moltiplicazione, o meglio, il raddoppiamento dei confini, quelli esterni dell’Unione Europea, e quelli interni nelle città. Questo processo ha spesso delle tragiche conseguenze come abbiamo visto nell’ultimo naufragio a largo di Ragusa di venerdì scorso, oppure in quello che accade a Ceuta o a Melilla in Spagna. Sono tutti effetti che fanno parte della politica protezionistica dello spazio sociale europeo che da un lato rafforza il muro che separa l’Europa dal Mediterraneo e dall’altro costruisce zone di controllo e di concentrazione dei migranti nell’Africa del Nord. Quello che accade nelle banlieue è una specie di effetto simmetrico, correlativo, di questo processo. E’ il risultato di una «meticizzazione» dei conflitti sociali che si accompagna alla militarizzazione delle frontiere europee. Il rischio che si corre è che i tentativi di sfruttare politicamente questi episodi accelerino il processo in atto fino al punto che un giorno sarà impossibile fermarlo.

A suo parere in che modo l’opinione pubblica francese e internazionale hanno interpretato le rivolte?

In Francia, il tentativo di classificare i ribelli con categorie di tipo religioso come il «fondamentalista islamico» è fallito immediatamente. Dall’altra parte c’è chi segue la linea bonapartista di Sarkozy, che cerca di controllare questa popolazione accusando una sua parte di comunitarismo e dall’altra strumentalizzando i normali strumenti dell’espressione della vita democratica ricorrendo alla mediazione dei rappresentanti delle varie comunità. Altri hanno evidenziato il fallimento del modello repubblicano di integrazione e quello di rappresentanza politica a livello parlamentare e municipale. Questa linea è stata raccolta dalla stampa inglese e americana che ha interpretato questo fallimento come la fine dell’egualitarismo sociale che impone l’introduzione del riconoscimento delle appartenenze comunitarie in Francia. Non so se questo sia vero o falso, bisogna discuterne, ma credo che questi argomenti spostino l’attenzione dalle vere ragioni delle rivolte delle banlieue, che per me sono neo-coloniali.

Perché?

Nelle banlieue si concentrano la seconda e la terza generazione degli immigrati di origine nordafricana e africana che sono ipersensibili rispetto alle forme violente di stigmatizzazione che si esprimono nel controllo poliziesco quotidiano e combinano la discriminazione di classe con quella razzista di tipo neo-coloniale. Da parte loro, queste persone non hanno alcuna intenzione di rivendicare una «separatezza» culturale dalla società francese, non chiedono assolutamente la chiusura delle loro comunità contro la repubblica. Al contrario si appropriano del suo linguaggio e della sua ideologia per chiedere l’uguaglianza. Per questo le loro rivendicazioni non sono di tipo comunitario ma di tipo universalista.

Chiedono quindi una cittadinanza?

Proprio così, e non dico questo per rafforzare le tesi che ho sostenuto negli ultimi anni, ma perché esistono degli aspetti culturali e sociali della cittadinanza che sono inseparabili dalla cittadinanza intesa in senso moderno. In questo senso si può dire che le forme del repubblicanesimo borghese che sono tipiche in Francia hanno raggiunto il loro limite da tempo. La cittadinanza che la maggioranza della popolazione delle banlieue rivendica non è solo di tipo multiculturale, e nemmeno solo transnazionale, ma è una cittadinanza multi-livello che deve esprimersi a partire dal livello locale, poi su quello nazionale e anche su quello transnazionale. In questo senso è chiaro che oggi è in atto una rivendicazione di quello che definisco il droit de cité, cioè di quel processo di costruzione dal basso della cittadinanza. Ci sono anche altri aspetti della cittadinanza che non si possono ignorare, anche alla luce degli ultimi fatti. La cittadinanza si pone infatti all’incrocio con tradizioni istituzionali diverse: quella repubblicana dello stato che presuppone l’esistenza di un ordine pubblico e di un interesse comune e quella rivendicativa che punta sul progresso incessante della democrazia nella società. Oggi che quest’ultima tradizione è quasi del tutto esaurita visto che una parte della borghesia non ne ha più bisogno, rischiamo di mettere a morte una serie di diritti e di tradizioni acquisite in Europa.

Le rivolte possono allora essere considerate l’espressione di una lotta più generale contro l’apartheid metropolitano?

Personalmente evito di idealizzare una rivolta di tipo anarchico che incendia scuole, palazzi pubblici, e si scontra con la polizia. Sono convinto che questa sia una reazione che deriva da una serie di ragioni sociali, ma non la si può fare passare come il sintomo di una rivolta politica, antimperialista o anticapitalista. I giovani incendiari non rappresentano un’avanguardia, ma il momento rivelatore di una situazione nella quale milioni di persone vivono. Per questo non credo si possa parlare di un movimento, ma di una rivendicazione. E’ invece molto importante dire che queste persone non sono affatto una parte isolata dalla popolazione che vive in banlieue. Anzi, mi sembra che esprimano lo stesso disagio in cui vive la grande maggioranza. In Europa c’è una lunga storia di rivolte contro i ghetti. Ciò che di nuovo c’è oggi è che quella attuale è la prima generazione che vive la contraddizione flagrante tra l’universalismo della cittadinanza che sancisce l’eguaglianza delle opportunità in cui sono cresciuti i suoi genitori immigrati, e la sordida realtà del razzismo istituzionale.

Quali allora le prospettive?

C’è la parola d’ordine di Gramsci, quella sul pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, che mi spinge a pensare che in questa situazione astenersi sarebbe certamente peggiore che agire anche sbagliando. Spero che la maggioranza dei francesi si risvegli da questo incubo neo-coloniale. Bisogna assolutamente resistere al tentativo di criminalizzazione e di etnicizzazione compiuto dal governo che servono alla creazione del nemico di cui il sistema ha bisogno e possono essere usati contro l’eventuale politicizzazione della rivolta. Penso che oggi il problema principale sia, da una parte, quello di un rilancio della coscienza e della mobilitazione nelle banlieue per dare un’espressione politica a chi è sempre stato marginalizzato dal sistema politico. Dall’altra parte, i rappresentanti locali dei partiti di sinistra, insieme al tessuto delle associazioni, dei servizi municipali potrebbero avere un ruolo importante nel rilancio della controffensiva democratica. Questo rilancio della democrazia locale potrebbe avere una rilevanza nazionale in un paese fortemente centralista come la Francia. E’ solo un’ipotesi, certo, ma se oggi un’iniziativa democratica non parte dal livello centrale, allora bisogna farlo dalle banlieue.

 

Oui mais non car

Ce texte a été publié dans Libération le 25 mai 2005.Suivant en cela la prescription de l’Evangile («Que votre oui soit oui, que
votre non soit non»), un référendum ne laisse place qu’à deux réponses. Les
débats préliminaires ne servent qu’à y conduire. Mais ils peuvent avoir un
intérêt en eux-mêmes, à condition de n’être pas trop «biaisés» par l’accès
inégal des citoyens aux moyens de communication. Au moment où j’écris ces
lignes on ne peut savoir ce que sera le résultat. La seule certitude est
qu’il sera serré. Ce qui aura aussi des conséquences.

Un premier acquis de cette campagne, c’est le développement du débat,
débordant les limites initialement prévues. C’est la nécessité de «faire de
la politique». C’était bien le moins, s’agissant d’un texte qu’on a baptisé
«Constitution». Un tel texte ne peut être simplement «enregistré». Il n’a de
légitimité que s’il voit l’entrée en scène d’un pouvoir constituant. Nous
avons fait un pas dans ce sens. La préparation du texte avait revêtu un
caractère exclusivement technocratique, entre «experts», et s’était conclue
par d’ultimes marchandages entre les gouvernements. Le débat actuel, où des
questions de fond ont fait surface, en particulier quant à l’orientation
«libérale» ou «sociale» de l’Europe en construction, lui aura donc apporté
un correctif démocratique. Il faut cependant tempérer cette appréciation.
Beaucoup des arguments échangés (et plus encore des motivations
sous-jacentes) sont purement «franco-français». Les grands problèmes de la
citoyenneté européenne et de la place de l’Europe dans le monde actuel ont
été à peine effleurés, quand ils n’ont pas été détournés de leur sens (par
exemple dans l’utilisation faite de l’admission éventuelle de la Turquie
comme argument-repoussoir contre la Constitution).

De mon point de vue, il y aurait essentiellement trois raisons positives de
voter oui. Mais chacune comporte de sévères limitations, qui tendent presque
à l’annuler. La première vient de ce que la Constitution sanctionne la
réunification de l’Europe, coupée en deux par ce qu’on a pu appeler la
«guerre civile européenne», qui a occupé la plus grande partie du XXe
siècle. Mais cette réunification laisse d’énormes résidus sans en apporter
la justification. Et elle masque les antagonismes culturels ou sociaux
existants sous l’illusion d’un intérêt spontanément commun, semant ainsi les
germes de nouvelles incompréhensions si ce n’est de nouvelles haines, comme
ce fut le cas pour d’autres ensembles supranationaux dans le passé. La
seconde vient de la nécessité d’opposer une «puissance commune» aux grands
impérialismes d’aujourd’hui (les Etats-Unis) et de demain (la Chine). Mais,
outre que cette volonté n’est pas clairement inscrite dans le projet
européen, les moyens inscrits en filigrane dans l’idée de
«l’Europe-puissance» relèvent beaucoup trop du vieil impérialisme et pas
assez de la recherche d’un nouvel ordre international, plus égalitaire et
moins conflictuel. Enfin, la troisième raison vient de ce que, au regard des
procédures de fonctionnement qui régissaient précédemment l’Union, le traité
constitutionnel va marquer une démocratisation relative (par l’extension des
pouvoirs du Parlement européen) et introduire des garanties explicites en
forme de charte pour les «droits fondamentaux». Ces acquis sont-ils
déterminants ? Je n’en suis pas sûr, car ils demeurent limités au regard des
exigences de la situation. La démocratisation des procédures de décision ne
fait que corriger quelque peu l’extrême centralisation du pouvoir de la
Commission et du Conseil sans remédier pour autant à son impuissance. Quant
aux principes généraux inscrits dans la charte des droits fondamentaux, ils
sont peu contraignants du point de vue juridique. Et s’ils enregistrent
certaines avancées des luttes émancipatrices du XXe siècle, ils entérinent
aussi la régression des droits sociaux et ils ignorent complètement le champ
des libertés menacées par la concentration et l’informatisation des moyens
de communication, ou par le développement des politiques sécuritaires.

Reste donc une raison essentiellement négative, à laquelle on ne peut être
insensible, surtout parlant depuis la France : c’est le fait qu’une victoire
éventuelle du non serait le fait d’une coalition hétéroclite, allant de
l’extrême droite à l’extrême gauche, qui n’est porteuse d’aucun projet
alternatif, et dont la dominante risque fort d’être la défense de la
«préférence nationale» ou le rejet de la construction européenne en tant que
telle. N’oublions pas que nous sommes dans le pays où le candidat
néofasciste a pu figurer en seconde position à la dernière élection
présidentielle, et où les gouvernements de droite comme de gauche n’ont
cessé de flatter le populisme (par exemple en matière de régulation de
l’immigration). De même, il n’est pas certain qu’une victoire du non en
France entraînerait à l’échelle du continent un «sursaut» relançant la
construction européenne sur des bases plus progressistes et plus
démocratiques. Il est au moins aussi probable qu’elle encouragerait une
prolifération des réactions nationalistes.

J’en viens donc aux raisons qui poussent à voter non. La plus souvent
invoquée se résume dans le slogan d’«Europe libérale» et se fonde sur l’idée
que la partie III constitue une «constitutionnalisation» des règles du
libéralisme économique. Sous cette forme, l’argument, même étayé, n’est pas
totalement convaincant, parce que le texte comporte aussi des indications en
sens inverse. Ce qui suggère que le résultat final, en pratique, ne dépendra
pas tant d’une formulation que d’un rapport de forces, d’une situation
politique et sociale. Mais ceci m’amène à l’aspect le plus décisif. Il ne
réside pas tant dans ce qui est dit que dans ce qui n’a pas besoin d’être
dit, car inscrit par avance dans les préalables de la Constitution : je veux
parler du statut et des objectifs de la Banque centrale européenne. Ils
placent le pouvoir financier de facto dans une situation de souveraineté ou
d’exception, au-dessus des lois et décisions majoritaires des citoyens, et
simultanément l’asservissent à un dogme monétariste rigide. A une époque où,
plus que jamais, les sphères de l’économie, de la politique et de la culture
s’interpénètrent étroitement, cela revient à corseter étroitement tout
développement social, toute innovation collective, toute politique
économique offensive.

Une seconde raison de s’opposer au projet va au-delà de ces questions de
«souveraineté» : c’est qu’il ne donne pas véritablement à l’ensemble
européen une «Constitution», c’est-à-dire qu’il n’y crée pas véritablement
une citoyenneté nouvelle. On peut même avoir le sentiment que c’est ce que
les rédacteurs ont le plus soigneusement évité. Vont dans ce sens les
définitions de la «citoyenneté de l’Union» qui en font simplement le report
au niveau européen des citoyennetés nationales préexistantes, donc une
citoyenneté au second degré (et qui ont subsidiairement pour conséquence de
perpétuer l’apartheid européen, c’est-à-dire la privation de droits civiques
des résidents n’appartenant pas aux nationalités «fondatrices»), aussi bien
que l’absence de mécanismes de participation décentralisée propres à
compenser l’émergence d’une énorme bureaucratie supranationale. Tout ceci
concourt à empêcher l’émergence d’une «communauté de citoyens»
transnationale, traversant les appartenances anciennes et les relativisant ­
comme, à une tout autre échelle évidemment, la réforme de Clisthène avait en
son temps relativisé l’appartenance aux genè (clans familiaux) au profit de
l’inscription dans les dèmes (circonscriptions territoriales). Et, bien
entendu, il n’est pas certain du tout que cet avortement de la citoyenneté
européenne corresponde à une conservation de la citoyenneté nationale. Il y
a gros à parier au contraire que, dans l’époque de la mondialisation et des
inégalités gigantesques qu’elle creuse entre les habitants de chaque
territoire, la seule façon de conserver une fonction de solidarité, de débat
politique et de culture pour la nation sera de l’intégrer dans des ensembles
plus vastes, qui ne soient pas pour autant des «empires». Faute de quoi on
risque fort d’avoir des communautés de citoyens sans citoyens, de même qu’on
risque d’avoir des constructions étatiques sans Etat. Il se pourrait donc
qu’une attitude politique responsable consiste à refuser l’illusion d’une
Constitution plutôt qu’à l’accréditer juridiquement, quelles que soient les
conséquences critiques ou même dramatiques qu’un tel refus pourrait
entraîner.

On l’aura compris, c’est dans ce sens que je penche, ne serait-ce que par
souci de dignité et de cohérence. La dignité qu’il y a pour un citoyen à
refuser un chantage (le chaos dont on nous menace si nous dérangeons le
scénario mis en place par notre classe dirigeante). Et surtout la cohérence
minimale demandant que les mots et les principes dont on se sert pour
refonder le «contrat social» soient pris au sérieux et suivis d’effets
institutionnels. Mais on aura compris aussi que je ne le fais pas sans une
conscience aiguë des risques que comporte un tel choix (non seulement
risques de crises, mais risques de perversion et de détournement de son
sens), et par conséquent des responsabilités qu’il impose. Celles-ci, à vrai
dire, devront être assumées quel que soit le résultat de la consultation,
qui a plus de chances de former le point de départ d’un processus politique
conflictuel que son point d’aboutissement.

Nous allons vers un étatisme sans État

Entretien réalisé par Jérôme-Alexandre NielsbergEntretien paru dans l’Humanité, lundi 23 mai 2005- Dans votre dernier livre [[Étienne Balibar, Europe, constitution, frontière, Éditions du Passant, mai 2005, 164 pages, 12 euros., vous écrivez : « Je suis convaincu que
l’Europe politique a un sens et deviendra un véritable « espace public »
concret pour ses citoyens à la condition sine qua non d’être en pratique
une construction institutionnelle plus démocratique. » Le traité soumis
le 29 mai à référendum vous paraît-il aller dans ce sens ?

- Étienne Balibar.
Le caractère plus ou moins démocratique d’une construction
institutionnelle ne dépend pas uniquement de la lettre des textes, ce
n’est pas aux lecteurs de l’Humanité que je vais apprendre cette règle
matérialiste élémentaire. Il dépend aussi de circonstances, de luttes,
de rapports de forces, dans une relation dialectique. Une des raisons
pour lesquelles on observe dans la construction européenne actuelle ce
qu’il est convenu d’appeler un « déficit démocratique » tient justement
à la division des mouvements de citoyens en Europe, qui affaiblit les
contre-pouvoirs populaires dans le moment où la mondialisation accroît
formidablement l’influence politique des représentants du capitalisme.
Nous sommes donc à un tournant. Le projet de constitution comporte des
avancées, du côté de l’extension du contrôle parlementaire et du côté de
la charte des droits fondamentaux, mais elles sont ou bien trop timides,
ou bien ambiguës, ou payées par des régressions. La règle aurait dû être
de progresser par rapport au maximum démocratique atteint dans le cadre
national, si l’on voulait faire oeuvre constitutionnelle pour l’avenir,
c’est-à-dire faire émerger véritablement un nouvel ensemble politique.
Or les « droits fondamentaux » énumérés ici ont une portée normative
faible, peu contraignante, ils marquent une régression sur le plan
social, ils ignorent des aspects fondamentaux du problème des libertés –
en particulier dans le champ de la communication. De même, la
constitutionnalisation de l’indépendance absolue de la Banque centrale,
dotée de statuts qui l’asservissent au dogme monétariste (au moment où
les autres grandes puissances financières vont l’abandonner…)
constitue une sévère limitation de la souveraineté populaire. Enfin, la
division des pouvoirs entre l’échelon communautaire et l’échelon
national – outre ses effets paralysants sur la décision – continue
d’assurer un quasi-monopole représentatif à la classe technocratique qui
assure la navette entre les deux. Nous sommes donc très loin d’un
édifice « plus démocratique ». Ce qui veut dire qu’il y a beaucoup à
faire dans la période à venir pour y remédier, à condition de trouver
pour cela en Europe une force majoritaire.

- L’une des thèses que vous défendez depuis quelques années dans le cadre
du devenir européen est la nécessité de renoncer au projet d’une «
Europe-puissance » au profit d’une « politique de paix », que l’on
pourrait qualifier de positive…

- Étienne Balibar.
Il est évidemment nécessaire que l’influence de l’Europe dans les
affaires du monde se renforce et qu’en ce sens, elle devienne plus «
puissante », c’est-à-dire plus indépendante en même temps que plus
active. J’objecte à l’expression d’« Europe-puissance » deux raisons
étroitement liées entre elles : elle privilégie implicitement le facteur
économico-militaire visant à faire de l’Europe un néo-impérialisme
capable de « rivaliser » avec les deux autres puissances dont la
concurrence est en train de s’aiguiser, ou simplement à gérer sa part
des « responsabilités » post-coloniales (comme le fait aujourd’hui la
France en Afrique) ; elle a des conséquences lourdes en matière de
frontières et d’idéologie. Elle est liée à une conception archaïque de
l’identité européenne, centrée sur des héritages exclusifs, au moment où
il faudrait entrer avec hardiesse et ambition dans l’ère des
réciprocités, des traductions, du multiculturalisme. Bref, plutôt qu’à
l’avènement du monde tri-polaire d’Orwell, il faudrait travailler au
rééquilibrage des relations économiques et culturelles avec le Sud, et à
la redistribution des pouvoirs dans les institutions internationales
(l’ONU, l’OMC, etc.), dont sortirait une modification des rapports de
puissance dans le monde. L’Europe a ici un rôle fondamental à jouer,
peut-être unique.

- Toni Negri invite à voter « oui » au traité constitutionnel parce que
celui-ci permettrait de faire la peau à l’État-nation, qu’il désigne
comme « la forme d’organisation des élites capitalistes ». Qu’en
pensez-vous ?

- Étienne Balibar.
Toni Negri, qui a derrière lui une longue tradition d’internationalisme
et qui a procuré aux nouveaux mouvements sociaux des instruments de
réflexion certes discutables, mais extrêmement stimulants, a le droit
d’appeler à voter « oui ». Il n’est pas le seul à le faire à gauche ou à
la « gauche de la gauche ». C’est aussi le cas de Monique
Chemillier-Gendreau, dont l’action en faveur d’un nouvel ordre
international démocratique est exemplaire. De telles positions ont le
mérite de nous signaler un problème, auquel je suis particulièrement
sensible : le risque qu’un « non », surtout français, apparaisse comme
l’expression d’une réaction nationaliste et souverainiste à
l’unification européenne, même lorsqu’on proteste du contraire. Ceci
dit, je pense qu’il se trompe en croyant ou laissant croire que la
construction actuelle représente moins que l’État-nation « la forme
d’organisation des élites capitalistes ». L’organisation politique du
capital est à la fois nationale et transnationale, de même que l’est
l’organisation des résistances. On peut même se demander si le propre de
l’Europe actuelle, que j’ai caractérisée dans mon livre comme un « super
état faible », n’est pas de préfigurer les formes d’un « étatisme sans
État » (en particulier sans « communauté de citoyens ») auxquelles tend
le capitalisme mondialisé. Encore une fois, l’essentiel dépend d’un
rapport de forces, mais les institutions ne sont pas neutres.

Existe-t-il un racisme européen ?

Avertissement

Le texte que voici ne date pas d’aujourd’hui, mais d’hier. Il constituait ma communication au Congrès « Fremd ist der Fremde nur in der Fremde. Formen der Integration und der Ausgrenzung in Einwanderungsländern », organisé à Francfort sur le Main dans les locaux de la « Philanthropin », du 11 au 13 décembre 1992, sous la direction de Friedrich Balke, Rebekka Habermas, Patrizia Nanz et Peter Sillem, par l’éditeur Fischer Verlag. L’ensemble du Congrès a paru en 1993 sous le titre Schwierige Fremdheit, der Integration und Ausgrenzung in Einwanderungs-ländern Fischer Taschenbuch Verlag. Le texte français paraît ici pour la première fois. Il sera prochainement réédité comme chapitre de mon livre : La crainte des masses. Politique et philosophie avant et après Marx, à paraître chez Galilée en 1997. Sans doute les appréciations, les hypothèses qu’il comporte ne sauraient aujourd’hui être exactement maintenues telles quelles. Elles comportent même des erreurs flagrantes. Mais, comme il en ira nécessairement de même, à brève échéance, des rectifications que je pourrais opérer, et que les problèmes de fond demeurent, appelant de notre part pendant une longue période une prise de risques collective, dans le domaine des analyses aussi bien que dans celui des initiatives, je me persuade (trop facilement, peut-être) qu’il n’est pas inutile de donner à voir cet écart temporel (et aussi local, car le degré de coordination entre initiatives militantes, au sens large, et l’intensité des échanges intellectuels libres entre différents pays européens auraient paradoxalement tendance depuis quelques années, à notre grand dam, à régresser plutôt qu’à progresser). Je suis donc très reconnaissant à la revue Futur antérieur d’avoir bien voulu accueillir aujourd’hui mon essai.

Les réflexions que je propose à la discussion prennent place en un lieu déterminé (la grande métropole financière et intellectuelle de l’Allemagne fédérale), et en un moment déterminé : au lendemain des attentats atroces qui ont frappé la communauté des travailleurs turcs immigrés, mais aussi des premières grandes démonstrations d’un refus de la violence fasciste et xénophobe dans les villes allemandes. Tout en gardant ces conditions en mémoire, je me placerai à un niveau plus général : non seulement parce que je ne veux pas traiter superficiellement d’une situation que d’autres orateurs mieux informés auront présentée de l’intérieur, mais parce que je suis convaincu que la situation allemande actuelle, malgré sa spécificité historique, représente en réalité une composante de la conjoncture européenne. C’est à ce niveau, me semble-t-il, qu’elle peut être comprise et, en dernière instance, traitée.
Je soutiendrai les thèses suivantes
- premièrement, le racisme dont nous observons l’intensification et la diffusion dans tout le continent européen – à l’Est comme à l’Ouest – a bel et bien des racines profondes dans notre histoire, même s’il convient de ne jamais présenter celle-ci comme un déterminisme linéaire. Les connexions qui s’établissent entre les formes populaires de ce néo-racisme et les activités de minorités ultra-nationalistes organisées, font craindre à bon droit la constitution d’un néo-fascisme en Europe. Particulièrement grave à cet égard est l’hégémonie virtuelle de ces mouvements dans une partie de la jeunesse désocialisée par le chômage.
- deuxièmement, la question se pose de savoir si cette dynamique procède d’une puissance autonome, ou représente une réaction à une situation de blocage social et d’impuissance politique. C’est cette deuxième hypothèse qui me paraît la bonne: le racisme et le néo-fascisme en Europe aujourd’hui sont les effets conjoncturels des contradictions insolubles dans lesquelles, en dépit de leur apparent triomphe, se trouvent plongées l’économie néo-libérale et surtout le système politique dit représentatif (et qui, en vérité, « représente » de moins en moins ses mandants). Il est vrai que, plus ces contradictions s’aggravent, plus s’amorce une spirale auto-destructive dont les effets sont imprévisibles.
- troisièmement, je ne crois pas pour autant que cette évolution, même très avancée, soit incontrôlable par les forces démocratiques, à condition qu’elles prennent toute la mesure des initiatives qui doivent être élaborées sans attendre aux niveaux local et transnational. Il me semble réaliste de considérer que des obstacles internes, provisoirement insurmontables, empêchent que se reproduise aujourd’hui purement et simplement à l’échelle européenne un processus analogue à celui qui, au début du siècle, avait entraîné le triomphe politique du fascisme et du nazisme. Une « fenêtre » existe donc pour l’action collective, dans laquelle nous pouvons et devons inscrire nos efforts.

Examinons le premier point. Les circonstances dans lesquelles nous nous trouvons, trois ans après ce que certains ont appelé la révolution de 1989 (Betrachtungen über die Revolution in Europa, Taschenbuchausgabe, Bastei-Lübbe, 1992), appellent un diagnostic politique qui soit sans complaisance : ni pour la société dans laquelle nous vivons, ni pour nous-mêmes qui nous flattons parfois d’en constituer la conscience critique. Je dis un diagnostic politique, mais il s’agit tout aussi bien d’un diagnostic moral : non pas, sans doute, en ce sens qu’il faudrait porter sur la réalité des jugements moraux, mais en ce sens qu’il s’agit également d’apprécier des capacités morales, et qu’une crise morale fait partie de la situation historique. Au centre de cette crise figurent les sentiments de complaisance, mais aussi d’effroi et d’impuissance, voire de fascination face au racisme européen. Or plus les circonstances revêtent un caractère d’urgence, plus il est nécessaire de s’interroger froidement sur leur réalité et de les penser.
Il importe en particulier de se demander ce qui exactement est nouveau, et ce qui en réalité prolonge ou reproduit une situation venue de très loin. Ce qui est incontestablement nouveau, c’est l’intensification des manifestations violentes et collectives du racisme, c’est le « passage à l’acte » qui franchit collectivement et publiquement l’interdit du meurtre, et se donne ainsi, même sous des formes qui nous paraissent vulgaires et primitives, la terrible bonne conscience d’un droit historique. Le franchissement de ce seuil, ou plutôt d’une série de seuils successifs dans cette direction, s’est effectué dans un pays européen après l’autre, en visant toujours génériquement les populations de « travailleurs immigrés » et de « réfugiés », et notamment ceux venus du Sud, mais aussi – je vais y revenir – une partie des populations étrangères européennes, voire des populations nationales partageant les mêmes caractéristiques sociales (essentiellement le statut de personnes déplacées, déterritorialisées).
Tout s’est passé comme si le relais était transmis depuis une dizaine d’années d’un pays à l’autre, dans une sorte d’émulation négative. En sorte qu’aucun pays européen ne peut aujourd’hui se prétendre indemne : de l’Est à l’Ouest, de l’Angleterre et de la France à l’Italie, à l’Allemagne, à la Hongrie et à la Pologne (je n’ose parler ici du « cas » yougoslave). Et chaque fois cette intensification s’est accompagnée, avec des liens plus ou moins étroits et confirmés, d’une progression de groupes ultranationalistes organisés et d’une résurgence de l’antisémitisme – un antisémitisme essentiellement symbolique comme le soulignait hier Dan Diner (« Nationalstaat und Migration. Zu Begriff und Geschichte des Rassismus », in Schwierige Fremdheit…, op cit., p. 21 sq), ce qui n’est pas en diminuer la gravité, puisque cela prouve que tel est bien le modèle auquel se réfèrent les représentations xénophobes, hantées par le rêve d’une « solution finale de la question de l’immigration. »
Dans l’attitude récente de certains groupes auteurs de pogroms, mais aussi du gouvernement allemand envers les tsiganes, cette régression devient explicite. Chaque fois les sondages d’opinion ont révélé, à tous ceux qui se berçaient de l’illusion inverse, que les thèmes légitimant le racisme comme une sorte de réaction de défense d’une identité nationale et d’une sécurité sociale « menacées », sont largement admis par des couches nombreuses dans toutes les classes sociales, même si ses formes extrêmes ne sont pas (ou pas encore?) généralement approuvées : en particulier l’idée que la présence de nombreux étrangers ou immigrés menacerait le niveau de vie, l’emploi, la paix publique, et l’idée que certaines différences culturelles – parfois très minces en réalité – constitueraient des obstacles insurmontables à la cohabitation, voire risqueraient de « dénaturer » nos identités traditionnelles.
C’est l’ensemble de ce tableau qui suscite l’inquiétude, et même la peur (avant tout, ne l’oublions pas, la peur de ceux qui sont personnellement visés), et qui suggère des analogies avec la conjoncture de montée des fascismes en Europe dans les années 20 et 30. Sans doute s’agit-il en effet d’un défi d’une gravité comparable, mais pas nécessairement des mêmes processus historiques. Pour savoir exactement à quoi nous avons affaire, il convient, selon moi, non pas de relativiser, mais de qualifier plus précisément ce tableau, et ceci de deux façons.
D’une part il faut souligner que le racisme, en tant qu’il vise avant tout des populations de travailleurs (même de travailleurs virtuels, dont font partie les réfugiés) venus du monde « sous-développé », généralement ex-colonial, ou semi-colonial, est un phénomène qui vient de loin en Europe, y compris sous ses formes violentes. Ce n’est pas d’aujourd’hui que, ganz unten il y a des « têtes de Turcs », titre de la traduction française du livre de Günther Wallraff (Editions La Découverte, Paris 1986). Ce phénomène est simplement devenu plus visible, en particulier parce qu’il est sorti du lieu principal où il se trouvait cantonné: le lieu de travail, c’est-à-dire le lieu d’exploitation, et son environnement immédiat plus ou moins constitué en ghetto. Mais, il faut le dire immédiatement, la visibilité ou la diffusion est en elle-même un élément d’aggravation, en particulier lorsqu’elle contribue à entretenir une insécurité de masse et à banaliser les actes criminels, avec l’aide au moins passive des grands moyens de communication.
D’autre part (seconde qualification), il faut souligner que ce racisme, hautement idéologisé, n’en demeure pas moins historiquement complexe, voire contradictoire. Il s’adresse à la fois à des groupes d’origine « externe » (« extra-européenne », « extra-communautaire » – dont certains cependant appartiennent à l’espace social européen depuis très longtemps, et en ce sens lui sont complètement « intégrés » avec leurs différences culturelles) et à des groupes d’origine « interne » (parfois nationale, comme dans le cas des terroni du Sud italien victimes du racisme dans le Nord) qui sont typiquement amalgamés dans la catégorie confuse et confusionniste d’immigrés ou de migrants. Et il se projette simultanément dans des récits mythiques incompatibles entre eux, notamment celui de l’antisémitisme (qu’il vaudrait mieux appeler à nouveau « anti-judaïsme ») et celui de l’antiislamisme, ou de l’anti-africanisme, ou de l’anti-tiersmondisme. Ceci montre que, sans doute, l’identité européenne est bien l’un des enjeux imaginaires de cette intolérance de masse, mais qu’elle n’en constitue nullement le présupposé. A l’évidence, dans l’horizon idéologique du « racisme européen » actuel, il s’agit autant d’un refus de l’Europe dans toute une série de ses composantes historiques (et donc, pour une part, d’une façon pour les Européens de se refuser mutuellement), que d’une revendication ou d’une défense de l’« identité européenne ». Ou, pour aller au bout de cette hypothèse, il s’agit autant d’un « rejet de l’autre », stigmatisé racialement et culturellement, que d’une exacerbation de la perception des différences intra-européennes et, en quelque sorte, d’une « auto-racisation » de l’Europe en un sens nouveau, dirigée contre elle-même. Ce point me paraît important notamment dans la mesure où nos analyses doivent se mouvoir sur une voie étroite, entre la dénégation de certains héritages eurocentriques massifs, de certaines traces persistantes de la domination européenne, à commencer par la trace de l’esclavage, de la conquête, de la colonisation et de l’impérialisme, et l’adoption de schémas tiers-mondistes simplistes. L’objet (la cible) du racisme européen actuel n’est pas seulement, tant s’en faut, le Black ou l’Arabe ou le Musulman, bien qu’ils en supportent sans doute le poids principal. Ce point est important également parce qu’il nous oblige une fois de plus à dépasser les interprétations abstraites en termes de conflits d’identité ou de rejet de l’Autre et de l’« altérité » comme telle – comme si l’altérité était quelque chose de constitué a priori -, explications qui ne font en réalité que reproduire une partie du discours raciste lui-même.
Cependant, ces qualifications ou complications ayant été esquissées, il faut revenir aux éléments du tableau d’ensemble qui justifient la crainte du développement d’un néo-fascisme, et nous donnent à penser que nous devrons affronter sur la longue durée une crise autant morale que sociale. Sans revenir les éléments structurels relatifs à l’économie et à l’intervention de l’Etat, sans dénier non plus l’importance de ce que, dans un récent article, Uli Bielefeld a appelé un « extrémisme populaire du centre » (U. Bielefeld, « Populàrer Extremismus der Mitte. Die neuen Legitimationsprobleme in Deutschland », Frankfurter Rundschau, 5.12.1992) je voudrais mentionner ici deux d’entre eux qui exigeraient des analyses détaillées. Peut-être d’ailleurs sont-ils indirectement liés entre eux.
Le premier réside dans l’extension, qu’on peut dire potentiellement hégémonique (au sens de la capacité de donner lieu à un mouvement social) du spectre des attitudes collectives et des formations idéologiques qui se concentrent autour du thème (et parfois du mot d’ordre) du rejet de l’étranger. Plus profondément encore, et plus précisément, ce sont les thèmes du rejet de l’étrangeté de la dénégation passionnelle, hystérique, de sa fonction culturelle et historique (au sens cette fois de la Bildung et de la Zivilisation) : ce qui se traduit notamment, dans des discours populaires aussi bien que savants, par l’obsession véritablement projective d’un déferlement de l’étranger et de l’étrangeté, dont « nous » serions assaillis sous les espèces de la « société multi-culturelle » et du « métissage ». Il serait essentiel de comprendre concrètement, à partir d’enquêtes effectives, comment ce pur fantasme peut devenir un phénomène de masse et procurer un discours, donc une conscience, à toutes sortes de conflits sociaux déplacés.
L’autre élément que je veux désigner ici concerne l’implication croissante de la jeunesse (principalement « marginale », mais il s’agit d’une marginalité de masse, qui tend à devenir constitutive de la « condition de jeune » pour des groupes sociaux entiers) dans les manifestations du racisme. Nous allons donc devoir nous demander à nouveau ce que c’est que la jeunesse – nous qui ne sommes plus jeunes -, et la première chose à faire est sans doute de confesser que nous n’en savons rien, en dépit d’innombrables statistiques.
La présence ici de François Dubet est pour moi au moins une garantie que certains se posent bien la question (cf. son livre La Galère, jeunes en survie, Paris, Editions Fayard, 1987 rééd. Editions du Seuil, 1995). Il serait hasardeux de croire qu’il s’agit là d’un groupe isolé (à nouveau, ce serait prendre pour argent comptant la conscience de marginalité, d’exclusion, qui s’exprime dans les mouvements de jeunes, y compris par le phénomène capital, mais complexe, des bandes locales, qui ne sont pas toutes inspirées par le mimétisme nazi, bien qu’elles soient toutes à la recherche de symboles de l’exclusion sociale et de l’infamie dans le bric à brac de l’histoire européenne). Mais il serait tout aussi hasardeux de dénier que, qu’on le veuille ou non, les actions racistes ou qui se rattachent simplement de façon indirecte à la revendication identitaire, sont peut-être les seules aujourd’hui à opérer des « rassemblements » politiques de la jeunesse comme telle.
En Europe il n’y a jamais eu de jeunesses libérales organisées, il n’y a plus de jeunesses communistes ou socialistes, ou pacifistes, il n’y a, sauf exceptions, que très peu de jeunesses écologistes ou chrétiennes. En revanche il y a virtuellement des jeunesses néo-fascistes. Ce qui est politiquement très inquiétant. L’histoire n’est pas faite par des gens d’âge mûr. Avec cette constatation, nous sommes amenés à mon second point, que je traiterai beaucoup plus brièvement : quelles sont les tendances historiques qui s’indiquent dans ces phénomènes sociaux, dont font bien entendu intégralement partie les phénomènes idéologiques de contagion collective? En clair, puisque j’ai cru devoir parler d’une hégémonie potentielle, s’agit-il d’un mouvement ou d’une convergence de mouvements possédant une « base » propre, ou bien « seulement » (ce qui ne nous facilite pas nécessairement les choses) d’un mouvement réactif du contrecoup de certaines contradictions apparemment insolubles? Je l’ai dit, c’est en fait cette seconde orientation que je retiens, ou que je souhaite soumettre à la discussion. Non pas pour rejoindre à tout prix un schéma marxiste classique. Mais pour deux raisons précises.
En premier lieu, dans le syndrome raciste actuel, le phénomène de l’exclusion (et la conscience d’être « exclu », ou la crainte de le devenir, ou simplement le refus de cohabiter avec ceux qui sont exclus) occupe manifestement une place centrale. Ce qui renvoie directement, qu’on le veuille ou non, à une base économique massive (qui inclut l’Etat car elle n’est pas tant faite de « structures » durables que d’une politique économique déterminée).
Qui est exclu, et de quoi ceux qui sont « exclus » sont-ils exclus? Répondre à ces questions, c’est à la fois déployer les conditions concrètes de toutes les confusions et ambivalences que nous avons relevées dans les cibles du néo-racisme (y compris en tant que processus d’« auto-racisation »), et désigner en dernière analyse la contradiction principale de la conjoncture actuelle : ce que j’appellerai l’expansion régressive du marché dans notre société. Entendons par là que le mot d’ordre et le projet d’universalisation des rapports marchands et des normes sociales correspondantes (on peut, dans certains cas, aller paradoxalement jusqu’à parler d’un plan d’élimination systématique des entraves au marché) aboutit non pas à une croissance réelle de l’économie capitaliste, mais à la désindustrialisation et au chômage structurel croissants. Ce qui, notons-le, n’est aucunement un phénomène qui caractérise uniquement l’Abwicklung des pays de l’ex-bloc soviétique.
Le développement de la productivité en représenterait-il, comme on le dit souvent, la cause essentielle? Ne faut-il pas chercher plutôt du côté de la contradiction économique qui consiste à essayer d’édifier une forteresse monétaire et financière dans un espace européen isolé, qu’on voudrait transformer en marché protégé et en réserve de capitaux hautement rémunérateurs (une sorte de Suisse élargie)? Et d’autre part, peut-être surtout, dans le fait que l’expansion de la production capitaliste et de la consommation marchande ne peuvent se réaliser aujourd’hui par un retour en deçà des formes de représentation sociale et de participation collective qui avaient été conquises en un siècle et plus par le mouvement ouvrier ? La croissance (quelles qu’en soient les modalités qualitatives, et qualitativement nouvelles) supposerait au contraire leur élargissement ce qui veut dire en pratique un compromis social plus équilibré, un accroissement de puissance collective et d’initiative individuelle des travailleurs, au sens large de ce terme. Mais c’est précisément ce que les « élites du pouvoir » actuelles refusent même d’envisager, pour des raisons politiques plus encore que techniques. Et c’est ce que les vieilles organisations du monde du travail ont été incapables de penser, de revendiquer et d’organiser (cf. il y a dix ans déjà, les réflexions de Jean-Louis Moynot, alors secrétaire confédéral de la CGT française : Au milieu du gué. CGT, syndicalisme et démocratie de masse, PUF, Paris 1982). En clair, l’exclusion n’a de sens que par rapport au blocage et à la régression de l’Etat national-social (j’emploie ce terme comme un équivalent réaliste de la notion mythique d’Etat du Bien-Etre, ou d’Etat-Providence.) Mais ceci me conduit à une seconde raison. Elle n’est, en réalité, que la contrepartie de la précédente. Si l’Etat national-social se trouve écartelé entre le marché financier mondial et la gestion régressive du conflit social domestique, sa propre crise politique se développe de façon relativement autonome. Le paradoxe de cette crise est qu’elle se présente à la fois comme une crise des Etats existants – crise d’efficacité, crise de légitimité – et comme une crise de cet Etat inexistant qui est idéalement visé par la construction européenne (E. Balibar, Es gibt keinen Staat in Europa, rééd. en français dans Les frontières de la démocratie, Editions la Découverte, 1992).
C’est dans la direction de cet Etat inexistant (ou plutôt de la bureaucratie qui en tient lieu, à la fois assujettie aux fluctuations des intérêts politiques locaux et soustraite à tout contrôle public véritable) que sont déplacées des décisions institutionnelles et économiques de plus en plus nombreuses. Mais cet Etat qui est en réalité un non-Etat est évidemment incapable de définir pour lui-même (et tout simplement d’envisager) une base sociale fondée sur une représentation et une médiation des conflits collectifs analogues à celles qui avaient progressivement conféré aux Etats nationaux démocratiques leur légitimité.
Si on n’analysait pas ce paradoxe, qui donne lieu en permanence au spectacle grotesque d’un Etat social anti-social, d’Etats nationaux anti-nationaux (en dépit de périodiques manifestations symboliques de souveraineté, qui se retournent contre euxmêmes, comme la participation française à la Guerre du Golfe), et pour finir au spectacle d’un Etat « supra-national » absolument réfractaire au développement de toute forme d’internationalisme populaire ou collectif, on ne comprendrait pas, me semble-t-il, la façon dont se combinent aujourd’hui les thèmes de l’exclusion, de la corruption, mais aussi de l’impuissance politique dans la perception de la crise de l’Etat. J’ai, ailleurs, tenté d’indiquer les effets psychologiques paradoxaux du phénomène d’impuissance politique et sociale d’un Etat administrativement proliférant, et suréquipé d’appareils sécuritaires, qui sont omniprésents dans la façon dont les questions d’insécurité collective, d’intégration des migrants ou d’accueil des réfugiés viennent alimenter le racisme populaire (« Racisme, nationalisme, Etat », in Les frontières de la démocratie, op. cit.).
Mais j’insiste également sur ce point pour souligner les limites de l’analogie avec la constitution du fascisme. Le fascisme européen, et notamment le nazisme, s’est constitué pour une part comme une réaction à l’effondrement de l’Etat sous l’effet de la défaite et de la guerre civile, mais non à la conscience généralisée de son impuissance. Au contraire, il a constitué à sa façon une composante d’une phase d’apothéose de l’Etat à laquelle contribuaient alors tous les régimes et toutes les idéologies politiques, et à laquelle il a brutalement soumis son propre « mouvement de masse totalitaire ». L’effondrement de l’Etat
existant est peut-être à l’ordre du jour dans une partie de l’Europe (à l’Est), mais ce qui domine plus généralement est la manifestation de son impuissance (et d’abord de son impuissance à se transformer, à se réformer et à se régénérer lui-même). La différence avec le fascisme historique, même s’il y a aujourd’hui des tendances et des mouvements fascistes, c’est qu’aucune force ne peut construire un discours politique à prétention hégémonique autour d’un programme de renforcement de l’Etat ou de centralisation renforcée de l’Etat. De même je crois pouvoir suggérer qu’aucune force ne peut fédérer les revendications identitaires en Europe autour d’un nationalisme univoque.
Il reste que nationalisme(s), racisme(s) et fascismes(s) constituent un spectre de formations idéologiques qui se présupposent en quelque sorte les unes les autres. Mais ceci ne conduit qu’au fantôme d’un nationalisme intégral et intégrateur. De même que la crise sociale se cristallise autour d’un Etat inexistant – je suggérerais : autour de l’absence d’un Etat ou de l’idée d’un Etat -, de même le racisme européen se constitue de multiples réactions identitaires qui occupent la place d’un nationalisme impossible (et qui, de ce fait, en miment obsessionnellement les symboles à différents niveaux). Je conclurai maintenant sur une hypothèse d’interprétation et d’intervention. Non pas, bien entendu, un programme, mais une proposition d’orientation. Si les éléments de description précédents sont justifiés, au moins partiellement, cela veut dire que la conjoncture européenne actuelle, pour inquiétante qu’elle soit, ne traduit pas une tendance univoque, moins encore un déterminisme catastrophique. Elle traduit simplement – mais c’est beaucoup – l’exigence d’un renouvellement et d’une refondation radicale des pratiques démocratiques, nécessairement collectives, qui sont susceptibles de débloquer par en bas le cercle vicieux de la construction européenne, et, par là même, de procurer à l’institution politique comme telle la possibilité d’une nouvelle étape – nécessairement dans le sens de sa démocratisation, ou si l’on veut dans le sens d’une régression des privilèges et d’un élargissement des droits qui constituent la citoyenneté. La conjoncture européenne, pour un certain temps encore, est en suspens, même si elle est de plus en plus tendue. Ce qui m’incite à proposer cette hypothèse – relativement optimiste, mais sous condition, c’est qu’il me semble qu’on peut identifier un considérable décalage entre l’aggravation des phénomènes d’exclusion et de démoralisation politique qui nourrissent l’expansion européenne du racisme, et les capacités de quelque mouvement politique que ce soit à globaliser les revendications sociales et les revendications identitaires autour du rejet de l’étranger. Celui-ci est donc condamné à demeurer divisé intérieurement, et en ce sens à se neutraliser en quelque sorte lui-même, à l’intérieur de chaque pays et à l’échelle européenne qui, de plus en plus, est l’horizon de notre pratique politique. Cela n’enlève rien, malheureusement, à ses capacités destructives – et nous savons ou nous devrions savoir, nous le voyons d’ailleurs à nos portes à moins que nous ne nous bouchions les yeux – que la « barbarie » est toujours aussi une alternative possible. Mais dans ce décalage, ou cette fenêtre politique, la possibilité d’une alternative intellectuelle et morale fondée sur l’antiracisme, c’est-à-dire sur le refus du refus de l’autre, est sans doute encore possible. Après les contributions très intéressantes que nous avons entendues, en dépit de leurs divergences (ou grâce à leurs divergences mêmes), je voudrais préciser ceci et le rattacher aux thèmes de la société multi-culturelle et de la citoyenneté.
J’ai dit que ce qui me paraissait le plus inquiétant dans la situation actuelle, en tant que situation européenne qui tend à se généraliser (chaque pays étant parvenu à ce point par des voies différentes), c’est l’hégémonie potentielle d’une idéologie néofasciste dans une jeunesse objectivement victime d’exclusion, qu’il s’agisse d’exclusion du travail et de la consommation, donc de paupérisation, ou, ce qui va toujours de pair, d’exclusion de statut et de reconnaissance, ou tout simplement d’exclusion de perspective. Pour une telle jeunesse « citoyenneté » est un mot vide, et par conséquent « démocratie » risque de l’être – pour ne rien dire des « droits de l’homme ». Pardonnez-moi d’employer ici un langage un peu démodé, langage militant plutôt que militaire : tel est, j’en suis convaincu, le terrain principal sur lequel il faut livrer bataille. Des jeunes sans perspectives cherchent la solidarité, la communauté sans doute : ils cherchent donc une identité.
Ou plutôt ils cherchent les moyens et les formes d’une identification. Mais ceci veut dire qu’ils ne cherchent aucunement à préserver ou reconstruire ou retrouver une culture, au sens quasi-ethnographique du terme, au sens d’un mode de vie d’un ensemble de rites et de moeurs constitutifs d’un Lebenswelt. Ils haïssent en réalité leur Lebenswelt et leur culture en ce sens. Ou alors il faut prendre « culture », Kultur au sens où Freud a parlé de « das Unbehagen in der Kultur », au sens de « civilisation ». La jeunesse exclue de la cité d’aujourd’hui, objet de manipulation potentielle par un néo-fascisme, ou plutôt objet potentiel de sa propre manipulation, jusque dans les formes exacerbées de son « nationalisme » anglais, écossais, allemand (ou plutôt « ouest-allemand » et « est-allemand »), italien du Nord ou du Sud, etc.ne cherche pas fondamentalement des cultures, mais des idéaux, et bien entendu elle les cherche dans des symboles, qui peuvent se réduire à des fétiches. Le vieux marxiste, le vieux matérialiste que je suis en est convaincu : la principale façon d’être matérialiste, ou réaliste, aujourd’hui en politique, c’est d’être « idéaliste », ou plus exactement c’est de poser la question des idéaux, et des choix à faire entre idéaux. Ces idéaux seront nécessairement des expressions renouvelées de très anciennes idées dont la démocratie se réclame, mais dont ses réalisations actuelles donnent un spectacle très triste, des idées qui soient traductibles à la fois sur le terrain de l’économie et sur celui de la reconnaissance symbolique : je pense avant tout, premièrement à l’idée de l’égalité des citoyens, deuxièmement à l’idée de la vérité du discours politique, et troisièmement à l’idée de la sûreté entendue comme réduction de la violence, et du « rôle de la violence » dans la politique, ce qui n’est évidemment pas la répression, c’est-à-dire la contre-violence (cf. E. Balibar, « La sûreté et la résistance à l’oppression ». Sûreté, sécurité, sécuritaire, in Cahiers Marxistes, Bruxelles, n°200, nov.-déc. 1995).
Probablement les trois choses qui font le plus gravement défaut à nos Etats de droit actuels. Mais nous pouvons alors essayer de déplacer un peu le débat sur la multi-culturalité. Ce débat me semble enfermé dans une alternative absurde. Disons plus modestement : je crains qu’il ne s’enferme dans une alternative absurde. A nouveau, sans doute, à cause de l’équivoque intrinsèque de l’idée même de culture. Je comprends bien l’utilité qu’il peut y avoir à parler de société multi-culturelle ou multi-ethnique comme le font Daniel Cohn-Bendit et Claus Leggewie[[Claus Leggewie, Multi Kulti. Spielregeln für die Vielvdlkerrepublik, Neuauflage, Rotbuch Verlag, Berlin 1993 (et son intervention au colloque de Francfort: « Vom Deutschen Reich zur Bundesrepublik – and nicht zurück. Zur politischen Gestalt ciner multi kulturelle n Gesellschaft )>, in Schwierige Frenadheit… op. cit.) dans un pays comme l’Allemagne où l’idée de l’homogénéité culturelle, celle de la Kulturnation a été officialisée et incorporée aux institutions, au droit de la Staatsnation : par exemple aux conditions de la naturalisation (Einbürgertung). Il n’est pas sûr d’ailleurs – contrairement à une légende tenace des deux côtés du Rhin – que la France représente à cet égard un cas absolument opposé. Mais de toute façon cela devrait plutôt nous conduire à dé-construire cette notion, à démontrer qu’il n’existe en Europe aucune culture nationale qui soit « homogène », surtout pas la prétendue « culture allemande ». L’objectif ne peut donc être d’amener plus ou moins pacifiquement telle ou telle « culture nationale » à se considérer elle-même sur son propre territoire, imaginairement clos, comme une culture parmi d’autres c’est-à-dire à passer en quelque sorte du monisme au pluralisme culturels.
Encore une fois ce qui est en jeu ici ce ne sont pas des moeurs ou des traditions, mais des lignes de démarcation symboliques, et ces lignes de démarcation sont inscrites dans des institutions, dans l’architecture et la pratique de massifs appareils d’Etat, de même qu’elles sont surdéterminées par des clivages de conditions sociales et économiques. Ce qui est à l’ordre du jour, c’est donc, selon moi, de déranger le face-à-face de la « société civile » et de l’« Etat », devenu depuis quelque temps, au moins au niveau de la conscience et du discours public, un face-à-face des communautés culturelles et de l’Etat dans lequel s’anéantit la politique, et de réintroduire un troisième terme: celui du mouvement politique (je n’ai pas dit du parti, ou de l’organisation).
Il faut donc viser la reconnaissance par les institutions, par l’Etat à ses différents niveaux, de la « différence culturelle » existante qu’elle soit individuelle ou communautaire (et l’Etat commence au niveau d’une commune, ou d’un service de logement, ou d’une école, pour aller jusqu’aux administrations supranationales). Par exemple, en France il faut exiger que la religion islamique cesse d’être institutionnellement discriminée au nom même de la laïcité officielle (qu’Edgar Morin a eu parfaitement raison de rebaptiser « catholaïcité »). Mais il faut en même temps, et je pense que c’est la condition sans laquelle rien ne sera obtenu, reconstituer un démos pour la démocratie : das Volk, et non pas « ein Volk », comme l’avaient initialement proclamé les manifestants de Leipzig il y a cinq ans. C’est-à-dire en clair des mouvements démocratiques, civiques mais non étatiques, et en particulier des mouvements trans-culturels (et même des « mouvements culturels trans-culturels »). A la fois des mouvements qui traversent les frontières culturelles, et des mouvements qui dépassent le point de vue des identités culturelles, c’est-à-dire qui rendent possibles et incarnent d’autres identifications.
La question que je me pose alors est de savoir si ce double objectif : inscrire dans les institutions de l’Etat la reconnaissance du « droit à la différence », et développer face à l’Etat (ce qui ne veut pas dire contre lui : dem Staat gegenüber, nicht dem Staat entgegen) des mouvements politiques, des mouvements civiques, si donc ce double objectif peut être atteint aujourd’hui dans le cadre national ou purement national. Je n’ai pas le temps de justifier ici complètement ma position, mais je pense que c’est en fait impossible, et que le seul niveau où il y a une chance d’y parvenir (je ne dis pas une certitude) est le niveau européen celui d’une citoyenneté européenne transnationale ouverte, qui est à discuter et à définir en même temps qu’elle élabore ses bases sociales, son idéologie. En effet la question d’une culture européenne ne se pose même pas (sauf dans les rêves nostalgiques du pape Jean-Paul II), celle d’une nation ou d’une supernation européenne est dénuée de sens, y compris et surtout sur le modèle américain. En revanche ce qui est à l’ordre du jour, c’est la construction d’un espace public européen, d’une Offentlichkeit européenne. Et nous ne faisons rien d’autre ici qu’y travailler, avec nos moyens d’intellectuels.
Cette construction d’un espace public ou d’un espace de citoyenneté européenne est à l’ordre du jour parce qu’il n’y a pas eu de « révolution » en Europe en 1989 n’en déplaise à Dahrendorf; parce que le projet d’Europe des banques centrales et des bureaucraties est politiquement mort; mais aussi parce qu’il est impossible et insupportable de se laisser enfermer dans l’alternative de ce cadavre et du retour aux nationalismes du XIX’ siècle – que dis-je du XIX’ siècle? du Moyen Age, s’il est vrai que dans quelques années il n’y aura peut-être plus d’Etat national britannique ou italien …
Dans cette longue marche vers l’espace public européen, qui est aussi une course de vitesse, nous voyons bien que l’intervention des membres des communautés ou pseudo-communautés turques d’Allemagne, indiennes ou pakistanaises d’Angleterre, arabes ou africaines de France, etc., aujourd’hui enjeux démagogiques et objets de fixation obsessionnelle, demain acteurs de la politique, est un moment essentiel. A condition qu’ils ne restent pas « entre eux », et que nous ne restions pas « entre nous ». Le jour où quelque chose comme une marche, un congrès, une manifestation ou un réseau des initiatives de la jeunesse d’Europe pour les droits démocratiques et l’égalité aura surgi, ce jour là une porte se sera ouverte.

Es gibt keinen Staat in Europa, Racisme et politique dans l’Europe d’aujourd’hui

Je voudrais d’abord[[Communication au congrès « Migration et racisme en Europe », Hambourg, 27-30 septembre 1990. expliquer pourquoi j’ai été amené à modifier l’orientation et, dans une certaine mesure, l’objet de cette intervention, par rapport à ce qui avait été initialement convenu. Il y a à cela des raisons générales, qui me sont apparues à la lecture du programme d’ensemble de ce Congrès, et d’autres encore plus décisives, qui proviennent des derniers événements politiques.

Le titre de notre Congrès correspond à un programme de travail prévu de longue date, dans une autre conjoncture. Il suggérait implicitement deux idées, qui ne sont pas caduques – loin de là – mais qu’il nous faut maintenant relativiser, ou plutôt replacer dans un ensemble plus vaste et plus complexe. L’importance du problème que nous discutons, pour une véritable politique des droits de l’homme dans les années à venir, n’en est que plus manifeste.

« Migration et racisme » suggère qu’entre ces deux phénomènes, apparemment bien définis, dont l’un semble relever des faits économiques et démographiques, l’autre des comportements sociaux et des idéologies, il y aurait aujourd’hui une corrélation privilégiée. Cela veut dire, sinon que la configuration actuelle des migrations « produit » inévitablement le racisme (thèse qui, notons-le, est abondamment reprise dans un certain discours conservateur), du moins qu’elle le focalise: le racisme actuel serait avant tout, dans nos pays, un racisme anti-immigré, dirigé contre les « Gast-arbeiter », leurs familles et leur descendance. C’est ce qui ferait sa spécificité par rapport à d’autres situations historiques. Il est certain que les Français sont assez enclins à voir les choses de cette façon, et que nos amis allemands s’étaient aussi spontanément placés dans cette perspective. C’est la première idée à examiner.

Elle en entraîne aussitôt une seconde. Est-il certain que, dans tous les pays européens, une telle formulation aille de soi ? Déjà la terminologie courante suggère qu’il n’en est rien. En Grande-Bretagne on parlera de « race relations » et, plutôt que de désigner les populations victimes du racisme comme des « migrants », on les désignera comme des « blacks », ce qui renvoie à une situation et à des représentations beaucoup plus directement post-coloniales. En réalité il n’y a pas d’uniformité d’un pays à l’autre, mais une diversité de situations « nationales » dans lesquelles le lien entre migrations et racisme s’impose inégalement, dans lesquelles l’origine et le traitement des migrations, la nature des discriminations, le niveau des tensions sociales, l’ampleur des répercussions politiques (en particulier le développement de mouvements racistes et anti-racistes organisés) ne sont pas du tout les mêmes.

Pourtant nous avions, et nous avons toujours, des raisons de supposer que ces différentes configurations influent les unes sur les autres et finalement convergent depuis quelques années pour produire un phénomène nouveau et redoutable, qu’on pourrait appeler le racisme européen. Il ne s’agit pas seulement d’analogies, mais de phénomènes institutionnels, accélérés par la « construction européenne » elle-même et entretenus par une image idéale de l’Europe. En fait la discrimination est inscrite dans la nature même de la communauté européenne, puisque celle-ci aboutit immédiatement à définir dans chaque pays deux catégories d’étrangers aux droits inégaux. Le développement des structures politiques de la CEE, surtout s’il fait surgir de difficiles problèmes de circulation, de contrôle des frontières, de droits sociaux, etc., ne peut qu’accentuer cette tendance et faire de la « différence » entre les « communautaires » et les « extra-communautaires » comme tels un enjeu de conflits ouverts ou latents. Le fait qu’une proportion considérable des « blacks » ou des « immigrés », à l’échelle européenne, ne soient en réalité pas des étrangers juridiques, ne fait que rendre les contradictions plus aiguës, et recoupe la question de plus en plus insistante de 1′identité européenne. D’un côté par conséquent l’émergence d’un « racisme européen » (ou d’un modèle européen de racisme) renvoie à la place de l’Europe dans un système mondial, avec ses inégalités économiques, ses flux démographiques, d’un autre côté elle apparaît inextricablement liée aux questions de droits collectifs, de citoyenneté, de nationalité et de traitement des minorités dont le cadre politique réel n’est pas chaque pays en particulier mais l’Europe comme telle.

C’est ici que les choses se compliquent et que les événements de l’actualité récente, servant de révélateurs, viennent remettre en question une partie au moins de nos présupposés.

En effet qu’est-ce que l’Europe dont nous parlons ? Nous ne pouvons nous passer de cette référence. Mais nous sommes tout-à-fait incapables d’en fixer le sens d’une façon univoque. Nous ne pouvons définir « l’Europe » aujourd’hui ni par référence à une entité politique, ni par référence à une entité historico-culturelle, ni par référence à une entité « ethnique ». La question la plus obscure de toutes est peut-être celle de savoir si « définir l’Europe » entraîne la possibilité de « définir les Européens », comme membres d’une certaine communauté, titulaires de certains droits, représentants d’une certaine culture. Or c’est cette question qui importe au plus haut point pour l’analyse des aspects institutionnels et idéologiques du racisme[[Notons au passage que la question d’une définition endogène, autoréférentielle, des « Européens », est une question très récente : jusqu’au milieu du XXe siècle, la signification majeure de ce nom concernait les groupes de colonisateurs dans chacune des régions colonisées du reste du monde..

L’image officielle (je suis maintenant tenté de dire le mythe officiel) sur laquelle nous avons nous-mêmes vécu depuis de longues années, c’est que de telles définitions de l’Europe et de l’européanité étaient possibles en principe. La question se posait de savoir si la « construction européenne » s’imposerait finalement au détriment des spécificités nationales, et dans quelle mesure, mais personne n’hésitait vraiment sur la référence du mot « Europe ». Dans notre projet de travail, cette référence allait de soi, et ce qui faisait problème c’étaient les « migrations », le « racisme ». Or tout vient de basculer, et c’est maintenant l’inverse qui est vrai : avant toute analyse sérieuse du racisme et de son rapport aux migrations, nous avons à nous demander ce que veut dire ce mot d’Europe et ce qu’il signifiera demain.

Mais en réalité nous découvrons ainsi la vérité de la situation antérieure, qui fait voler en éclats la représentation que nous en avions: l’Europe n’est pas quelque chose qui se « construit » plus ou moins vite, plus ou moins facilement, c’est un problème historique sans aucune solution préétablie. Les « migrations » et le « racisme » font partie des éléments de ce problème.

Pourquoi la situation s’est-elle inversée ? Nous le savons tous : à cause des effets possibles des trois événements historiques qui viennent de se succéder en moins d’un an: l’effondrement du système des États socialistes, l’unification de l’Allemagne, et l’éclatement d’une crise majeure au Moyen Orient, susceptible de se transformer d’un moment à l’autre en une guerre qui ne serait peut-être pas « mondiale », mais qui ne serait évidemment pas « locale » (il faudrait une nouvelle catégorie). Aucun de ces trois événements n’a encore produit tous ses effets, ce qui rend pour nous l’analyse à la fois indispensable et singulièrement aléatoire. Il ne fait pas de doute (surtout si on commence à remonter du côté de leurs causes) qu’il y a un lien étroit entre eux. Mais la nature de ce lien n’a rien de clair: elle ne réside pas dans une simple succession. En tout cas il est certain qu’aucun d’entre eux ne peut maintenant développer ses effets indépendamment des autres, et que suivant la façon dont ces effets se développeront l’existence et la nature d’une entité « européenne » se présenteront de façon totalement différente.

Évoquons schématiquement quelques-unes des questions posées. L’effondrement du socialisme « réel » est définitif: la crise politique et la crise économique ont fini par se rejoindre. C’est en quelque sorte l’exécution testamentaire de 1968. Mais cet effondrement ne débouche ni sur une rénovation du socialisme ou une « troisième voie » (comme l’ont cru encore il y a un an les intellectuels de RDA qui se sont faits les porte-paroles de la critique du régime de Honecker) ni sur l’instauration du libéralisme politique dont rêvent les nouvelles « élites » technocratiques. Elle débouche d’abord sur la décomposition administrative, sur l’aggravation de la pénurie économique, et sur la flambée du nationalisme à toutes les échelles. La fin de la division politique de l’Europe est un événement progressif d’une immense portée historique. On peut comprendre qu’il s’accompagne chez les intellectuels d’un certain enthousiasme pour l’idée de « culture européenne », à redécouvrir ou à reconstruire ; on peut partager cet enthousiasme, générateur d’idées et de projets. Mais la réalité idéologique de masse qui correspond à cette culture est d’abord celle des nationalismes exacerbés, ou plus exactement celle d’un équilibre instable entre l’exacerbation des particularismes nationaux et l’avancée du modèle « américain » de consommation et de communication sociale.

Dans sa chute, le « socialisme réel » emporte à la fois l’appareil de dictature du parti unique, de l’État bureaucratique, etc., et l’utopie égalitariste du mouvement ouvrier du me siècle. Mais le résultat n’est nullement la « fin de l’histoire », le triomphe d’un système « libéral » de régulation des conflits sociaux: au contraire, une fois supprimée la grande opposition simplificatrice entre les « idéologies » et les « camps », on peut prévoir une différenciation rapide du « libéralisme » lui-même : en particulier une renaissance du problème de la démocratie dans le capitalisme, dès lors que l’identité des deux termes n’est plus « garantie » par la présence à l’Est d’un système à la fois anticapitaliste et anti-démocratique.

La question la plus incertaine et aussi la plus aiguë de toutes, au moment où nous nous réunissons, c’est celle des effets de la crise du Proche-Orient. Évidemment, ils seront d’une tout autre nature selon qu’on basculera ou non dans la guerre, et selon que celle-ci sera plus ou moins longue, plus ou moins destructrice. Mais ils entraîneront inévitablement une reconfiguration des « camps » actuellement dessinés. En tout cas il y a au moins trois constatations qu’on peut faire et qui subsistent dans toutes les hypothèses.

Premièrement la fin de la « Guerre froide » installe les États-Unis dans la position d’unique super-puissance, mais cette situation au lieu de signifier l’atténuation des conflits signifie dans les conditions actuelles l’impossibilité d’un ordre mondial stable, la nécessité d’un recours effectif à la force, et probablement la constitution de multiples impérialismes « régionaux »[[Comme élément essentiel du « couplage » entre la formation des « sous-impérialismes » dans le Sud et la crise des impérialismes du Nord, mentionnons évidemment en bonne place l’importance de la production et du commerce des armements dans l’économie et la politique de ces derniers..

Deuxièmement on sort d’une phase dans laquelle les pays du Nord avaient réussi – sans aucun souci des conséquences – à « exporter la crise » dans le Tiers-monde, c’est-à-dire à faire payer leur propre stabilisation économique d’une paupérisation absolue des autres (des « tiers »), et on entre dans une phase où les affrontements pour le contrôle des matières premières (avant tout le pétrole) remettront en question les équilibres économiques et sociaux dans les pays « développés » eux-mêmes.

Troisièmement on voit s’accentuer le « couplage » entre l’évolution politique et sociale du Moyen-Orient et celle des pays européens, autrement dit se constituer (ou se reconstituer) effectivement un ensemble « méditerranéen » hautement conflictuel sur les plans religieux, culturel, économique et politique. Les deux ensembles qui forment la « nation arabe » et la « nation européenne » (aussi incertaines l’une que l’autre, pour des raisons historiques différentes) sont étroitement imbriqués l’un dans l’autre, et ne peuvent évoluer indépendamment[[Mentionnons bien entendu l’importance des populations « musulmanes » en Europe, mais aussi celle des populations européennes ou européanisées enclavées dans le monde « arabe » (Israël, plus toutes les sociétés multi-lingues et multi-culturelles issues de la colonisation française, etc.), ou encore l’imbrication des intérêts, dont le couplage organique des puissances financières du Koweit et de la City de Londres est le symbole.. Mais le futur « rideau de fer », le futur « mur », risquent de passer quelque part en Méditerranée, ou quelque part au Sud-est de la Méditerranée, et ils ne seront pas plus faciles à faire tomber que les précédents.

Ceci nous amène à essayer de réfléchir sur les effets que les événements en cours sont susceptibles d’avoir sur la « construction européenne ». Je me sens tout-à-fait incapable de prophétiser, et pourtant il faut bien soumettre à la discussion quelques hypothèses de travail. La première hypothèse que je formulerai est négative : c’est qu’en dépit des pas accomplis vers la transnationalisation des sociétés européennes, qui ne pourront être annulés, et des transformations institutionnelles probablement irréversibles, la « petite Europe » politico-économique ne se fera pas comme prévu.

Cette Unité européenne restreinte, en partie supra-nationale, en partie confédérale, s’est développée comme un ensemble concurrent de la puissance américaine, mais associé à elle dans le cadre de la confrontation politico-militaire Est-Ouest. Le triomphe politique des États-Unis sur l’Union soviétique (dont on peut même se demander si elle continuera d’exister en tant que telle) s’accompagne de l’affaiblissement relatif de la suprématie économique des États-Unis dans le monde et de l’ouverture de l’Europe de l’Est comme un champ privilégié pour l’expansion du marché capitaliste, donc d’une accentuation prévisible de la concurrence entre l’Europe et les États-Unis. Mais dans cette concurrence tous les pays européens, même à l’Ouest, n’ont pas les mêmes intérêts et les mêmes possibilités. Les discours chauvins, anti-allemands, qu’on peut entendre en France et dans d’autres pays européens depuis que la réunification des deux Allemagnes est devenue une perspective inéluctable, se fondent sur des analogies et sur une représentation des conflits nationaux en Europe qui sont probablement d’un autre âge. Il n’en reste pas moins que la construction européenne était fondée sur un équilibre relatif entre plusieurs pays, et qu’elle se trouve maintenant confrontée à un énorme déséquilibre interne de puissance, qui se double d’une inégalité flagrante dans la capacité d’exploiter économiquement et politiquement la « nouvelle frontière » de l’Est. La crise du Golfe fait aussi apparaître très clairement que les différents pays de la CEE n’ont pas les mêmes intérêts (ou n’évaluent pas de la même façon leurs intérêts) dans la confrontation entre l’impérialisme américain et les « sous-impérialismes » du Moyen-Orient. Tous ces facteurs de division sont durables, même si leur effet politique n’est pas immédiatement prévisible.

Il vaut donc la peine d’envisager les deux modèles d’interprétation suivants.

Premièrement, l’Europe sera de plus en plus non pas une entité fermée (semblable à un État fédéral, ou un Empire multinational), mais un ensemble ouvert, doté de plusieurs cercles concentriques d’institutions supra-nationales en équilibre instable, constituant un espace de rencontre (et le cas échéant de conflit) entre des ensembles économico-culturels distincts dont la spécificité historique, chacun pour son compte, est au moins aussi forte que celle de l’ « unité européenne » elle-même : un ensemble euro-américain, un ensemble euro-méditerranéen (principalement euro-arabe ou euro-musulman), et un ensemble euro-(ex)soviétique, ou euroriental, comprenant tout ou partie des pays ayant subi l’empreinte du régime socialiste et confrontés à la tâche de sa « liquidation ». Ces ensembles bien entendu ne sont pas juxtaposés, mais largement superposés.

Il n’y a pas une, mais plusieurs « maisons communes » en Europe.

Deuxièmement, cet ensemble extérieurement ouvert, en raison même de son caractère d’intersection entre plusieurs espaces mondiaux, plutôt que d’unité véritablement autonome, n’en est pas moins et n’en sera pas moins cloisonné intérieurement par un certain nombre de « frontières » impossibles à abolir: non seulement des frontières politiques d’États, mais surtout des frontières sociales mouvantes, « invisibles » sur les cartes, mais matérialisées dans les règlements administratifs et dans les pratiques sociales, des « frontières intérieures » entre populations différentes par leur origine et leur place dans la division du travail. En effet cette « Europe » est d’ores et déjà et sera de plus en plus le point de rencontre entre plusieurs types de migrations politico-économiques, notamment celles qui viennent du « Sud » et celles qui viennent de 1″`Est », et auxquelles pour des raisons idéologiques autant qu’économiques on tentera de conférer des statuts différents, en affrontant l’obstacle des situations acquises (notamment les situations post-coloniales) et l’embarras des promesses qui ont été faites (notamment à Helsinki).

Ce qui se profile ainsi est un « melting pot » européen (ou un complexe hiérarchique instable de groupes ethnico-sociaux) qui fait penser à la situation américaine, mais qui s’en distingue justement par le fait qu’au lieu de présupposer l’effacement des nationalités d’origine, il repose sur leur perpétuation et leur démultiplication.

Si ces perspectives très générales sont justes, cela signifie d’une certaine façon un renversement du cours séculaire de l’histoire, dont nous allons observer d’autres aspects dans un instant. Alors que pendant trois siècles l’Europe a exporté dans le monde entier ses modèles politiques et les conséquences des affrontements entre ses nations et ses « blocs », c’est l’inverse qui se profile maintenant. « The world strikes back » : l’Europe est le lieu par excellence où se cristallisent les problèmes politiques du monde entier, et sinon le maillon faible, du moins le point sensible de leurs contradictions.

Cette situation prend toute sa signification dans l’examen de la « question allemande ». Les événements récents imposent à la plupart des commentateurs l’idée que la tradition nationale (et nationaliste) allemande qu’on avait oubliée ou feint d’oublier, ressurgit devant nous comme facteur déterminant de l’histoire européenne. Ce qui produirait en somme un dilemme: ou bien la constitution d’une « Europe allemande », ou bien celle d’une Allemagne sans Europe. Sans ignorer ce qu’il y a de vrai dans cette observation, on peut la confronter à son envers dialectique de tous les pays européens, l’Allemagne est probablement celui qui va se trouver confronté à la crise de la forme « nation » sous les formes les plus aiguës. Non seulement parce que la reproduction d’un unique « peuple allemand » à partir des populations de l’ex-RDA et de l’ex-RFA n’a rien d’évident, mais surtout parce que, sauf à instituer un impossible blocage de la circulation des personnes (au nom de laquelle précisément s’est faite la révolte des pays de l’Est), l’Allemagne de demain représente le concentré virtuel de toutes les « différences » et de toutes les tensions ethniques et sociales dont nous avons parlé. Berlin, « centre » politico-géographique de l’espace historique et culturel qui s’étend entre Londres, Stockholm, Varsovie, Moscou, Budapest, Istanbul, Bagdad, Le Caire, Rome, Alger, Madrid, Paris, ne pourra pas être la capitale de la nouvelle Allemagne sans être aussi le « centre » des tensions politiques émanant des différentes régions de cet espace.

Nous pouvons alors nous retourner vers la question (ou plutôt vers les questions) du racisme tel qu’il se manifeste et évolue dans un tel cadre. Je suis de plus en plus convaincu que ce à quoi nous avons affaire (et que le terme de « néo-racisme » exprime imparfaitement) n’est pas simplement une variante des racismes antérieurs, d’où dérivent les « définitions » et schémas d’analyse que nous employons, mais une configuration nouvelle, qui le sera de plus en plus parce qu’elle « reflétera » l’originalité de la structure sociale et des rapports de forces qui sont en train de se constituer en Europe à la fin du XXe siècle. C’est pourquoi le mot même de race et ses différents compléments ou substituts (comme couleur, culture, ethnicité, extériorité, immigration, voire religion, etc.) est en train de changer de sens, comme il l’a déjà fait deux ou trois fois dans l’histoire moderne en fonction de grandes « révolutions » historiques. Mais pour qu’une telle configuration se cristallise effectivement, d’un bout à l’autre de la société, en s’enracinant à la fois dans la perception quotidienne des « différences », de 1″`altérité » des groupes humains, et dans le langage technique de l’administration, de la communication et des sciences sociales, il faut probablement que se superposent trois types de facteurs tout à fait différents :

1) l’existence d’une tradition ou d’un schème de mémoire collective, en partie conscient, en partie inconscient, marqué par des événements « traumatiques », mêlé à l’histoire même des institutions et de la culture, et périodiquement réactivé par des événements historiques qui en signalent la persistance;

2) l’existence dans l’actualité d’une structure sociale de discrimination, non pas stable, mais remplissant des fonctions nécessaires dans les rapports économiques et les rapports de classes, et en partie au moins inscrite dans l’organisation de l’État ;

enfin une conjoncture de crise institutionnelle, dans laquelle le rapport des institutions (et avant tout de l’État) à leurs propres fondements idéologiques, et celui des individus à l’institution, constitutif de leur « identité », se trouvent violemment ébranlés, produisant à une échelle de masse un phénomène d’insécurité intellectuelle et morale.

Ces éléments peuvent bel et bien être repérés dans la situation actuelle à peu près partout en Europe. Ils permettent en particulier de comprendre comment s’établit le lien souterrain entre les évolutions de l’ »opinion publique » et celles des mouvements politiques ouvertement racistes, assez généralement minoritaires (sauf en France), mais capables d’imposer à la société tout entière une partie au moins de leur « problématique ». En les énumérant on commence à comprendre à la fois que le racisme en Europe a des racines et des bases très profondes, permanentes, et qu’il faut une conjoncture tout à fait singulière pour qu’il redevienne un phénomène politique, capable d’hégémoniser sinon d’organiser des masses de plusieurs nations et de plusieurs couches sociales.

En effet la culture européenne (donc l’idée ou le mythe même de l’Europe), si elle ne se confond pas avec eux, contient de façon intrinsèque deux schèmes idéologiques spécifiquement racistes, susceptibles de continuer à produire des effets de mémoire et de perception collective : ce sont le schème colonial et le schème de l’antisémitisme. Ceci est bien connu, mais il y a lieu de faire à nouveau un certain nombre d’observations.

D’abord la « décolonisation » n’a pas été complète (notamment dans des pays comme la France) ni accompagnée d’une prise de conscience collective de ce qu’avait signifié le « partage du monde » entre les nations dites « civilisées », en l’occurrence plutôt porteuses de barbarie. Ensuite, si la colonisation a été en fait une entreprise européenne (qu’on peut symboliser par la Conférence de Berlin de 1885), l’antisémitisme a été lui aussi un phénomène européen. Sans rien affaiblir de la condamnation du nazisme, il est temps d’en finir avec le mythe d’une absolue singularité allemande à cet égard: la façon dont, aux deux extrêmes de l’Europe actuelle, dans les pays ex-socialistes et en France, l’intensification du nationalisme s’accompagne de la reconstitution d’un antisémitisme ouvert, peuvent malheureusement nous ouvrir les yeux. Il y a certes d’autres xénophobies, mais il ne fait pas de doute à mes yeux que, si l’intensité maximale du discours et des attitudes racistes tendent à se fixer sur les populations d’origines « arabo-islamique » qui sont installées définitivement en Europe, c’est parce qu’une condensation ou superposition du schème colonial et du schème antisémite s’est produite dans ce cas, renforçant l’une par l’autre les représentations de supériorité raciale et les représentations de rivalité culturelle et religieuse.

Le retour aux schèmes traditionnels du racisme européen est indispensable si nous voulons pouvoir analyser les paradoxes du rapport entre discours, ou idéologie, raciste, et discours ou idéologie nationaliste, dont j’ai essayé de montrer ailleurs qu’il fonctionne selon une logique apparemment irrationnelle du « supplément » ou de 1″`excès »[[« Racisme et nationalisme », in E. Balibar et l. Wallerstein, Race, Nation, Classe. Les identités ambiguës, Paris, La Découverte, 1988. : la plupart du temps le racisme n’est pas du tout fonctionnel du point de vue du nationalisme; au contraire il y produit des divisions internes à la fois inutiles et gênantes. Pourtant il n’y a pratiquement pas d’exemple historique d’un nationalisme sans supplément raciste. Je pense que le racisme représente une élaboration et une « fuite en avant » des contradictions du nationalisme, sous l’effet, tout à la fois, de sa nécessité historique et de son impossibilité pratique (en ce sens qu’aucun nationalisme ne peut réaliser dans les faits son idéal d’une communauté purifiée, totalement hégémonique). Mais cette fuite en avant ne serait pas praticable si elle n’était pas en même temps une fuite en arrière, c’est-à-dire si les schèmes de pensée raciste n’étaient pas déposés dans le passé du nationalisme. L’efficacité idéologique c’est l’efficacité du passé, on pourrait même dire que l’idéologie comme telle n’est rien d’autre que cet efficace.

Et cependant il est tout à fait évident qu’aucune explication par le passé ne peut rendre compte des raisons qui font que des schèmes de perception racistes de la « différence » nationale, ethnique et sociale, sont réactivés et combinés de façon nouvelle. Il faut donc en même temps repérer les bases structurelles du racisme actuel.

Celle qui a été le plus souvent analysée, notamment dans les pays (comme la France) où se conjuguent une présence massive et ancienne de travailleurs immigrés venus, par vagues successives, de toutes les régions du monde, et une tradition marxiste d’interprétation des contradictions sociales, c’est la base socio-économique. Plus précisément, c’est l’existence d’une discrimination institutionnelle fondée sur les structures de l’emploi et, plus fondamentalement, sur l’utilisation systématique par le capitalisme d’un mécanisme de reproduction différentielle de la force de travail : il y a, au moins globalement, correspondance entre les hiérarchies de qualification, la proportion de travailleurs étrangers, et les différents modes de reproduction des travailleurs qui permettent au capital d’économiser les coûts de formation et d’élevage pour les travailleurs non qualifiés, en les faisant venir de régions dominées (« périphériques ») de l’économie-monde, où règnent des modes de production en partie non marchands, et l’absence des « droits sociaux » imposés depuis plus d’un siècle par le mouvement ouvrier des pays « avancés ».

C’est précisément ce mode de reproduction différentielle qu’entérine officiellement la Communauté européenne, et dont on peut penser qu’elle cherche à le protéger. A ceci près qu’elle met aussi en place des mécanismes d’incorporation à l’espace européen des populations ex-coloniales, dont on peut penser qu’ils sont contre-productifs du point de vue de la rentabilité capitaliste. Cette situation constitue, pour employer la terminologie d’I. Wallerstein, une base structurelle pour un processus d’ethnicisation des hiérarchies et des inégalités au sein de la « force de travail » globale, dont la contrepartie « subjective » est constituée par l’institutionnalisation des préjugés raciaux et culturels entre dominants et dominés, et surtout entre les dominés eux-mêmes, sur laquelle peut jouer la politique de la classe dominante (à ses risques et périls). Wallerstein ajoute que les transformations techniques et surtout les nouvelles configurations du marché mondial obligent à déplacer sans cesse les lignes de démarcation qui sont « fonctionnelles » pour le système ainsi en France, avant la dernière guerre, les démarcations passaient fondamentalement entre Français et Italiens, Polonais ou Espagnols, aujourd’hui elles passent tendanciellement entre « Européens » et gens du « Sud » (à l’exclusion des Asiatiques) ; on doit donc s’attendre à ce qu’il y ait un retard permanent des représentations ethniques cristallisées en stéréotypes idéologiques, sur les rapports réels (qui sont en fait des rapports de classes « ethnicisés »).

A cette analyse qui me paraît incontestable à son propre niveau, je voudrais seulement apporter deux compléments.

D’abord, il est vrai que la reproduction différentielle de la Force de travail, jouant sur l’opposition du centre et de la périphérie, est un phénomène constant dans l’histoire du capitalisme. Mais les effets sociaux et politiques de ce phénomène sont aujourd’hui modifiés par la révolution qui est intervenue dans l’organisation et la fonction des communications. Le monde capitaliste actuel n’est pas seulement une « économie-monde » c’est aussi un espace de communications mondiales unifiées et monopolisées, dans lequel, virtuellement, toutes les populations sont en quelque sorte immédiatement « visibles » les unes pour les autres, et en contact les unes avec les autres[[Pour faire saisir la nouveauté, et le paradoxe, de cette situation, on peut se référer à l’idée développée par Benedict Anderson dans son livre Imagined Comunities (Verso, 1983) : la communauté nationale serait « imaginée » ou « imaginaire » parce que les individus qui la composent, pour la plupart, ne se rencontrent ou ne se « voient » jamais. Mais dans le monde d’aujourd’hui les « nationaux », qui ne se voient toujours pas eux-mêmes en tant que tels, ne cessent de rencontrer dans la rue et de voir à la télévision des « non nationaux », et réciproquement.. Un tel monde n’avait jamais existé auparavant dans l’histoire. En conséquence, les deux « humanités » séparées culturellement et socialement par le développement capitaliste – ces deux humanités opposées que l’idéologie raciste se représentera comme celle des « sous-hommes » et celle des « sur-hommes », des « sous-développés » et des « sur-développés » – ne restent pas extérieures l’une à l’autre, séparées par de longues distances et mises en rapport simplement « à la marge ». Au contraire, elles s’interpénètrent de plus en plus dans le même espace de communications, de représentations et de vie. L’exclusion prend la forme d’une exclusion intérieure â l’échelle mondiale, c’est-à-dire exactement la configuration qui depuis les débuts de l’ère moderne alimente, non seulement la xénophobie et la crainte de l’étranger, mais le racisme comme crainte et haine d’un autre voisin, proche et différent à la fois.

Ensuite, le développement du racisme de classe, y compris dans les pays où existait une tradition internationaliste du mouvement ouvrier, correspond au passage d’une phase d’accumulation « extensive », dans laquelle les travailleurs immigrés ont été massivement recrutés, mais cantonnés dans certains emplois spécialisés, là une phase de crise et de chômage, suivie d’une nouvelle accumulation plutôt « intensive », qui réduit au minimum le travail non qualifié dans les industries et les services du « centre ». Cette succession de phases a précisément coïncidé avec la stabilisation relative dans l’espace de la C.E.E. des populations d’origine étrangère importées dans les années 50 et 60 (en Allemagne les Turcs, en France les Maghrébins) : c’est-à-dire le « regroupement familial » et l’arrivée d’une « seconde », voire d’une « troisième génération », qui ne peut plus être discriminée par les mêmes moyens que la précédente.

Tout ceci signifie que la coupure au sein de la force de travail reste un rapport de classe, mais que l’aspect dominant n’est plus, tendanciellement, la surexploitation : c’est la concurrence sur le marché du travail dans un contexte de chômage, c’est la paupérisation commune à des masses de travailleurs « nationaux » et « étrangers », et la formation des ghettos qui abritent une « armée industrielle de réserve », ou pour emprunter l’expression de Julius Wilson, une underclass multi-raciale et multi-culturelle. On aboutit ainsi au phénomène structurel qui caractérise la phase actuelle et ne cesse d’alimenter les tensions entre les exploités eux-mêmes: la « différence » ethnique est globalement maximisée (à l’échelle mondiale), mais elle est localement minimisée (à l’échelle urbaine). Si on n’analysait pas en détail ce paradoxe, on ne comprendrait pas la formation du « néo-racisme », et en particulier le passage tendanciel des stéréotypes « biologiques » (forgés à l’époque de l’esclavage et de la colonisation) aux stéréotypes « culturels » (correspondant à la recherche des « petites différences » entre prolétaires également paupérisés).

Pourtant ces compléments d’analyse ne sauraient suffire, car ils restent pris dans l’espace de l’économie, ou plus exactement ils s’en tiennent à une correspondance immédiate entre structures économiques et formations idéologiques. Ils font abstraction de la médiation essentielle à travers laquelle des tendances économiques sont articulées à des représentations collectives dans les sociétés modernes : je veux dire le rôle de l État jusque dans l’organisation des rapports quotidiens entre les individus, et par conséquent les effets de la crise des institutions étatiques sur la « pensée de masse ».

Cette dimension me paraît absolument déterminante, et elle nous ramène à la question évoquée ci-dessus de l’articulation entre racisme et nationalisme, et de la forme qu’elle prend dans la conjoncture actuelle. Je proposerai ici la thèse suivante fondamentalement le racisme moderne n’est jamais un simple « rapport à l Autre », fondé sur une perversion de la différence culturelle ou sociologique, mais c’est un rapport à l’Autre médié par l’intervention de l’État. Ou mieux encore (et c’est là qu’une dimension fondamentalement inconsciente exige d’être conceptualisée) : c’est un rapport conflictuel à l’État, qui est « vécu » de façon détournée, « projeté » comme un rapport à l’Autre.

On s’explique ainsi l’importance formidable dans le complexe raciste actuel, de ce que l’extrême-droite française a baptisé la « préférence nationale ». Cette préférence nationale est à la fois une institution objective et un fantasme à travers lequel tous les individus nationaux tendent à percevoir le caractère singulier de leur propre rapport de dépendance et de demande à l’égard de l’État. Il n’est au pouvoir d’aucun d’entre nous d’y échapper totalement (il faudrait pour cela pouvoir se libérer de la dépendance envers l’État), et d’autant moins que dans les faits nous sommes en réalité moins privilégiés, nous sommes nous-mêmes discriminés à beaucoup d’égards – traités comme « sujets » (Untertan), non comme « citoyens » – par le fonctionnement de l’administration, de l’École, de la machine politique, etc.

En effet c’est l’État, en tant qu’État-nation, qui produit réellement les « minorités nationales » ou pseudo-nationales (ethniques, culturelles, professionnelles). Sans son intervention juridique et politique, elles resteraient virtuelles. Les minorités n’existent réellement qu’à partir du moment où elles sont codifiées et contrôlées. De même c’est l’État qui, depuis plus d’un siècle, a institué une corrélation aussi stricte que possible (mais elle ne peut jamais l’être totalement) entre les droits de la citoyenneté (Staatsbürgerschaft) ou de la nationalité (Staatsangehörigkeit), et les droits sociaux individuels ou collectifs, devenant ainsi lui-même un État « national-social ». Tous les États « avancés », et en particulier les États européens (par delà même la différence entre États capitalistes et États socialistes) sont des États nationaux-sociaux. La politique familiale de l’État est au cœur de ce dispositif, ce qui contribue à en faire un aspect névralgique des représentations raciales et xénophobes. Enfin c’est l’État qui développe contradictoirement ce qu’on pourrait appeler un appareil de sécurité insécuritaire : . c’est-à-dire un appareil administratif, policier et judiciaire destiné à protéger une partie de la population, tout en accroissant les risques pour une autre partie, sans que la ligne de démarcation entre les deux « groupes », les deux « populations », puisse jamais être tracée d’une façon nette, exactement là où il faudrait qu’elle le soit[[Le fantasme de l’État raciste, tel que l’avait institué Hitler, était justement celui-ci : les individus de la race supérieure devaient se sentir en permanence en sécurité absolue, et ceux de la race inférieure en insécurité absolue ; mais le mécanisme a tendance à fonctionner à l’envers : ceux qui sont du fait même de l’État en situation d’insécurité se perçoivent et sont perçus comme « d’une autre race ».. L’État moderne, par exemple, institue la circulation « clandestine » de la force de travail étrangère et en même temps la réprime… Il est ainsi lui-même à l’origine de sa propre représentation comme une machine à la fois surpuissante et impuissante, représentation profondément traumatisante pour les individus.

Dans ces conditions, la question qui me paraît finalement décisive pour analyser les tendances de développement du racisme en Europe, et sur laquelle je pense que nous devrions continuer à réfléchir, est la suivante : Qu’est-ce que l’État aujourd’hui en Europe ?

J’insiste sur l’importance de la formulation: il ne s’agit pas de se demander ce qu’est aujourd’hui « l’État européen », car une telle question n’a probablement pas de sens univoque. Mais il s’agit de se demander, dans une perspective historique de très longue durée, une perspective d’analyse de l’évolution des formes mêmes de l’institution étatique à travers l’histoire, ce que devient tendanciellement, comment se comporte, quelles fonctions remplit l’État dans l’espace européen dont nous avons vu la complexité (et en particulier l’impossibilité de le ramener à la figure simple d’un « territoire »).

Sans doute une telle question ne peut être posée en termes simples, car elle comporte plus d’une dimension (par exemple, il est évident que la question encore sans réponse claire de savoir quelles sont les formes étatiques qui succéderont finalement aux anciens états « socialistes », et quelles en seront les répercussions sur le statut de la politique dans l’ensemble de l’Europe, est une des grandes énigmes du problème). Mais on ne peut l’éluder car – du moins j’en suis convaincu – elle est la question cruciale pour l’analyse du racisme auquel nous avons affaire, et pour prévoir ses lignes de développement.

Ici encore, la première caractéristique qui s’impose est négative. L’État aujourd’hui en Europe n’est ni national ni supranational, et cette ambiguïté au lieu de s’atténuer avec le temps ne fait que s’approfondir. En pratique cela signifie (aussi bien sur le terrain économique ou financier que social ou juridique) : dans la répartition des pouvoirs entre le niveau des « États nationaux » et celui des « institutions communautaires », ce qui se manifeste est une constante redondance, une concurrence des institutions entre elles. Mais ce qui constitue la réalité est plutôt un processus tendanciel de décomposition ou du déficit de l’État: déficit de pouvoir, déficit de responsabilité, déficit de publicité (öffentlichkeit). « L’État » en Europe, en tant qu’institution de centralisation du pouvoir, à qui peut être imputée la responsabilité d’une politique et qui exerce une médiation publique (aux deux sens du terme) entre des intérêts et des forces sociales, a tendance à disparaître. Ce qu’on pourrait encore traduire en disant que nous sommes entrés dans une phase de « privatisation » de l’État d’un type nouveau, sous l’apparence d’une multiplication et d’une superposition d’institutions publiques.

Ceci est probablement le résultat du fait que, pour un État de ce type, résultant de causes hétérogènes, mais fondamentalement conçu comme l’institution étatique d’un marché – ce qui est sans précédent dans l’histoire : c’est en quelque sorte l’utopie « libérale » à l’état pratique -, il n’y a pas de modèle préexistant. Il y en a d’autant moins que cette utopie – qui a eu et continuera d’avoir des effets réels, de même que l’utopie adverse, l’utopie communiste, a eu des effets réels – entreprend de passer dans la réalité à une époque historique où le marché absolument « libre » ne peut plus exister: tout marché aujourd’hui est indissociablement un rapport de forces entre des corporations publiques et privées d’échelle transnationale, et tout marché est une organisation sociale en même temps qu’économique. Or ce qui frappe immédiatement dans la construction européenne, c’est justement le fait qu’elle n’a pas, sauf dans quelques discours de couverture, une véritable dimension sociale: l’État européen en tant qu’État social (on serait tenté de dire : État supra-national social) n’a été voulu ni par les forces du marché ni par les gouvernements, et diverses raisons historiques fondamentales ont fait qu’il n’a pu être imposé (ni même vraiment envisagé) par le mouvement ouvrier à l’époque où celui-ci était en mesure de peser sur la situation. Mais du fait même que la frontière entre le droit social et le droit public (ou si l’on veut entre la « citoyenneté sociale » et la « citoyenneté politique ») est aujourd’hui impossible à tracer, cela veut dire finalement qu’il n’y a pas d’État de droit « européen ». Démarquant l’exclamation célèbre de Hegel, je me risquerai donc à dire: Es gibt keinen (Rechts) staat in Europa ![[Cf. Hegel, Die Verfassung Deutschlands (manuscrit de 1799/1800) « Deutschland ist kein Staat mehr »..

La conséquence de cet état de choses, que nous observons tous les jours et qui est omniprésente dans la question qui nous occupe ici, c’est ce qu’on pourrait appeler le règne de l’étatisme sans État véritable. En fait, d’un point de vue « européen », c’est l’étatisme, c’est-à-dire la combinaison des pratiques administratives, répressives, et des arbitrages contingents entre intérêts particuliers (y compris ceux de chaque nation, ou des classes dominantes de chaque nation), qui tient lieu d’État (et qui donne l’impression d’une prolifération de l’État). L’envahissement du pouvoir est le pouvoir d’un vide. A beaucoup d’égards, cette situation est semblable à celle que nous avons pris l’habitude de voir dans le « Tiers Monde » (et que nous croyons liée à l’état de « sous-développement » économique et culturel). Toutes les conditions sont ainsi réunies pour la production et l’entretien d’un sentiment collectif de panique identitaire (car les individus, et singulièrement ceux qui sont les plus démunis et les plus éloignés du pouvoir, redoutent l’État, mais ils redoutent encore plus sa disparition et sa décomposition : c’est ce que la tradition anarchiste et marxiste n’a jamais compris, et qu’elle a payé extrêmement cher).

On me demandera sans doute quelles conclusions je tire de ces propositions pour ce qui concerne l’analyse du racisme, et surtout l’attitude pratique que nous pouvons développer à son égard. Elles ne prétendent pas à l’originalité, mais seulement à fonder une approche résolument politique de la question, c’est-à-dire à rechercher les objectifs et les moyens d’action de l’antiracisme, non seulement sur le terrain de l’éthique, de l’idéologie et de l’action sociale (ce qui est indispensable) mais avant tout sur le terrain de la politique. Je le fais dans l’idée aussi qu’il s’agit, non d’un cercle vicieux, mais d’une relation réciproque : c’est dans le développement de l’anti-racisme comme un mouvement trans-national dans l’espace européen, et débordant nécessairement l’espace européen, que résident sans doute aujourd’hui une partie des perspectives de rénovation de la politique démocratique.

Il existe aujourd’hui tendanciellement en Europe une politique raciste (sinon un mouvement politique raciste unifié, c’est-à-dire un néo-fascisme : ce n’est le cas pour l’instant de façon significative qu’en France, et on voit bien pourquoi il y a difficulté à ce qu’un tel mouvement se développe et surtout s’unifie en Europe: il lui faudrait résoudre d’un seul coup les contradictions entre nationalismes, accessoirement entre intégrismes religieux, etc.). Mais existe-t-il une politique anti-raciste ? Seulement des tentatives… Et cette fois je suis tenté de dire: les mouvements d’opinion anti-racistes deviendront véritablement politiques seulement lorsqu’ils s’organiseront, ou se coordonneront, à l’échelle européenne. Une des conditions pour cela – particulièrement difficile à réaliser – étant notamment que les « minorités » discriminées réussissent elles aussi et d’abord à trouver un langage commun, des objectifs communs, et à coordonner leurs actions.

En rappelant ci-dessus (après d’autres) qu’il est aujourd’hui impossible de tracer une ligne de démarcation nette en Europe entre populations « indigènes » et « exogènes », ni du point de vue des conditions de vie, ni du point de vue de la culture, ni même du point de vue du droit (puisque la plupart des droits nationaux et le droit communautaire lui-même ont dû concéder que les travailleurs étrangers et leurs familles ont les mêmes « droits sociaux fondamentaux » que les travailleurs « communautaires »), j’ai évidemment suggéré qu’il y avait là un des foyers du racisme populaire ou racisme de classe (en particulier du racisme dans la classe ouvrière). C’est bien ce qui est dangereux, à la fois pour les minorités et pour la démocratie générale. Mais c’est aussi – soyons prudents – ce qui rend pensable une reconstitution de mouvements politiques de classe. Le mouvement ouvrier classique a été centré sur la production et il a eu pour condition historique et pour horizon de moins en moins effectif l’internationalisme. Un futur mouvement populaire anti-capitaliste a probablement pour base les inégalités subies en commun dans un grand nombre de pratiques sociales autres que la seule production par exemple l’éducation et les conditions de vie) ; il a certainement pour présupposé dans l’Europe de demain un antiracisme effectif, ce qui est beaucoup plus que l’internationalisme.

Mais celui-ci à son tour ne pourra se réfléchir lui-même sans que soit posée dans toutes ses dimensions et dans la population elle-même la question de la citoyenneté en Europe, qui est tout simplement l’autre face du problème de l’État en Europe. A nouveau je dis citoyenneté en Europe, pour éviter les équivoques de l’idée de « citoyenneté européenne », et a fortiori de l’idée de « citoyenneté des Européens » (qui est pourtant ce qu’on obtiendrait si la citoyenneté en Europe n’était définie que comme l’ » addition » des citoyennetés nationales : mais justement c’est impossible).

L’aspect politique de la structure discriminatoire dans l’espace européen, ou du complexe ethnico-social dont j’ai parlé au début, c’est le fait qu’indépendamment des frontières officielles, il y a de facto dans l’espace européen des individus qui sont citoyens et d’autres qui sont sujets : mais si les premiers sont citoyens d’un État inexistant, les seconds ne peuvent en pratique être maintenus dans une situation de non-droit absolu, sauf à en venir à des formes de violence organisée. Cette situation intenable durera aussi longtemps que ne se sera pas imposée dans les faits la question de savoir ce qu’est le peuple en Europe, c’est-à-dire comment la souveraineté populaire y est pensée et organisée, dès lors que l’Europe se veut l’espace et l’exemple d’une politique « démocratique ». De la formule « Wir sind ein Volk » (Wir sind Völker), il faudra bien en revenir à « Wir sind das Volk », ou plutôt à la question : Was ist das, « das Volk », in Europa ?

Mais cette question en entraînera concrètement beaucoup d’autres, qui en forment les composantes: question de l’universalité du droit de vote, non pas simplement pour lui-même, mais comme symbole du droit à la politique pour tous, et par conséquent du droit au contrôle démocratique des organisations étatiques et des politiques économiques ; question de l’égalité culturelle entre les différentes populations historiques qui, dans les faits, contribuent à former l’opinion publique européenne, question de l’équivalence des droits sociaux et des droits civiques, à laquelle j’ai fait allusion ci-dessus. Enfin question de l’articulation entre la citoyenneté locale (fondamentalement urbaine) et la citoyenneté internationale ou transnationale. Dès lors qu’une extension du modèle de la citoyenneté nationale, ou de l’État national-social, à l’échelle européenne, est impossible, il faut bien en effet trouver d’autres voies politiques et d’autres formules juridiques pour intensifier les rapports civiques en deçà et au-delà de la nation. En opérant ce long détour par les questions de la théorie et de l’actualité, je n’ai rien voulu d’autre que réaffirmer le caractère indissociable de ces différentes exigences. Tout État n’est as nécessairement démocratique mais un non-État, par définition, ne peut pas être démocratisé.

Une philosophie politique de la différence anthropologique

Entretien avec Bruno KarsentiB.K. : Dans le premier numéro de la revue Multitudes, nous avions formulé le projet de placer l’approche de la politique sur un tout autre terrain que celui de la philosophie politique telle qu’elle est pratiquée dans ses tendances dominantes. L’intention était surtout de lui conférer le caractère radical qu’elle ne pouvait […]

Balibar Etienne

Professeur émérite de philosophie à l’Université de Paris-Ouest Nanterre et occupe actuellement l’Anniversary Chair, Modern European Philosophy, Kingston University London. Il a publié de nombreux ouvrages dont, récemment, La proposition d’égaliberté (PUF, 2010), Citoyen sujet et autres essais d’anthropologie philosophique (PUF, 2011) et Saeculum : Culture, religion, idéologie (Galilée, 2012).