Intervista a Toni Negri

di Hector Pavon .Domenica 28 Novembre 2004
Toni Negri è un credente. Non c’è dubbio. E non solo per le sue origini cattoliche. Negri crede in ogni tassello che compone il mosaico di argomentazioni che costituisce Impero, il libro che ha scritto con Michael Hardt, e anche di « Multitude, war and democracy in the age of empire » che è appena uscito in quello che è il vero e proprio cuore dell’impero, che gli autori non si stancano di mettere in discussione: gli Stati Uniti.

Se Impero fornì la diagnosi della situazione mondiale, Multitude ha qualcosa del catechismo rivoluzionario postmoderno: ciò che un controimpero deve costruire e realizzare.
La fede di Negri nella moltitudine è, a 71 anni, la colonna vertebrale della sintesi della sua filosofia politica e del suo nuovo ideario, da tanti atteso.

Impero fu pubblicato nel 2000 e fu un libro di provocazione che scosse il malconcio campo marxista che cercava di riunire i suoi pezzettini sparsi dall’esplosione del campo socialista alla fine degli anni ottanta. Le tesi di Impero sostenevano e proponevano: la fine dell’imperialismo; la crisi della sovranità degli stati nazione; l’apparizione globalizzata del lavoro immateriale; il tramonto della dialettica; la nascita di un impero senza centro e senza territorio però ubiquo; l’apparizione del biopotere esercitato sulla vita sociale e la nascita della moltitudine in quanto soggetto che si sarebbe contrapposto all’impero.

Successo di vendite, ricevette elogi e preso come la bibbia ma anche criticato parola per parola. Il filosofo francese Etienne Balibar disse: « è una prodezza sorprendente, scritto con un entusiasmo contagioso, basato su un’ampia conoscenza storica ». « È una riscrittura del Manifesto comunista », commentò ammirato il filosofo slovena Slavo Zizek.

Però altri si misero in fila dall’altra parte per segnalare errori, e non sempre in tono diplomatico. « Secondo quanto indica la tesi di Impero, risulta difficile liberarsi dal sospetto che il potere della moltitudine non è niente altro che un’astrazione filosofica e che questo potere non esiste in nessun luogo piuttosto che esista ovunque », disse Ellen Leikins, politologa canadese. E il sociologo americano James Petras volle firmare l’epitaffio: « Impero è la sintesi generalizzata delle banalità intellettuali sulla globalizzazione, il postmodernismo, il postmarxismo. La tesi del postimperialismo di Impero non è nuova, non è una grande teoria e spiega poco del mondo reale. È piuttosto un esercizio prolisso privo di intelligenza critica ».

Multitude è stato distribuito nella prima settimana d’agosto negli Stati Uniti, mentre in Argentina sarà pubblicato dall’Editrice sudamericana. Il libro è organizzato lungo tre assi: guerra, moltitudine e democrazia. Nella prima parte, gli autori indicano come conditio sine qua non alla sopravvivenza dell’impero nello « stato di guerra permanente ». E rintracciano negli attentati dell’11 settembre una similitudine con un fatto del 1618, quando due reggenti romani furono defenestrati dal Castelle di Hradcany di Praga. Scoppiò così la guerra dei trent’anni nel Sacro romano impero. La caduta delle torri gemelle ha avviato un’era di guerra infinita. Nel capitolo sulla moltitudine, offrono istruzioni per attivare l’organizzazione controimperiale. Su questa fanno risaltare il crescendo della lotta dei gruppi di resistenza globale contro i gruppi che controllano le finanze del mondo.

« Ciò che hanno in comune le forze mobilitate in questo nuovo ciclo mondiale non è solo un nemico comune – che si chiami neoliberismo, egemonia statunitense o impero globale – ma anche pratiche, linguaggi, condotte, usi, forme di vita e desideri comuni di un futuro migliore », scrivono Negri e Hardt. L’Argentina appare nella descrizione dei radicalismi sorti a partire dal 2001, in particolare con i piqueteros. E benché alcuni se ne meraviglieranno, gli autori dedicano uno spazio all’amore: « la gente oggi sembra incapace di intendere l’amore come un concetto politico, però un concetto d’amore è proprio quello di cui abbiamo bisogno per reggere il potere costituente della moltitudine ».

Alla fine ipotizzano un mondo attraversato dalla democrazia globale. « Mai la democrazia è stata tanto necessaria come ora », sostengono e assicurano che sarà la moltitudine che creerà nuovi circuiti di cooperazione e collaborazione che si spanda su nazioni e continenti e permetta incontri illimitati. « La moltitudine può concepirsi come una rete aperta e espansiva in cui possono esprimersi liberamente e equamente tutte le differenze ».

Questo è un libro filosofico che problematizza, domanda, questiona, può proporre, ma senza risposte. E alcune delle risposte che offre le dà attraverso metafore come quella dei personaggi del viaggio verso le stelle, o di Dracula o del Golem. Immagini che « spiegano » certe domande poco chiare sulla moltitudine nelle 427 pagine.

Chi erano Hardt e Negri prima di diventare esegeti del Capitale? Michael Hardt è un giovane professore all’Università di Duke (Usa). Il discorso su Negri è più complesso. Ha percorso una lunga carriera accademica, politica e militante per giungere alla sintesi del suo pensiero politico. Ha studiato filosofia in Italia, Germania e Francia e fu un militante attivo che lavorava con gli operai delle fabbriche. « Autonomia operaia » fu il gruppo che fondò e su cui gettò le basi teoriche e filosofiche di alcuni concetti che sarebbero comparsi in Impero. Negri visse il 68 con tutta l’effervescenza dell’epoca nel momento in cui lo stato italiano cominciava a restringere gli spazi di libera espressione: le manifestazioni venivano represse e leaders e militanti furono perseguitati. Autonomia manteneva relazioni strette con il gruppo guerrigliero delle Brigate rosse. Verso il 1977 la situazione politica si complica e Negri si esilia in Francia, dove ha lavorato assieme a Louis Althusser. Nel 1978 le Brigate rosso arrestarono ed uccisero il Primo ministro Aldo Moro. Una anno dopo, in piena caccia alle streghe, Negri viene arrestato a Milano, assieme a 67 militanti di Autonomia e accusato di esserne il leader, come delle Brigate rosse. Fu condannato e passò per varie carceri italiane dove sviluppò un intenso lavoro teorico fino a che nel 1983 fu eletto deputato e, grazie all’immunità parlamentare, poté lasciare il carcere. Prima dell’imminente revoca dell’immunità, si esiliò nuovamente in Francia. Nel 1997, Negri ritornò in Italia, fu incarcerato e poco dopo cominciò a godere di permessi speciali fino a che non gli furono concessi gli arresti domiciliari, e nel 2003 la libertà. Dalla sua casa nel quartiere romano di Trastevere, in cui scrisse le due opere assieme al suo discepolo Hardt, ci ha parlato del suo ultimo libro.

In Moltitudine, c’è l’idea terrificante che questa sia « l’era della guerra permanente ». Si può superare quest’istanza tanto pessimistica?

È una tesi che può apparire pessimistica, dura, severa. Effettivamente la crisi del sistema politico del capitalismo globale è profondissima. Noi abbiamo proposto una forma di governo democratico di tutto il pianeta, e ci sembra, in assoluto, che la classe politica capitalista e quella delle grandi nazioni egemoniche, abbiano la sensibilità e la possibilità di porsi il problema di una gestione democratica del mondo.

La guerra è la soluzione naturale che deriva dal fatto di non avere idea di come governare il mondo. Questa classe dirigente mondiale è incapace di immaginare una riforma delle relazioni tra le moltitudini, i popoli, le classi e i continenti. Non crediamo che ci sia risposta all’esigenza che richiede la costituzione dell’ordine mondiale. Capisce? Però l’aristocrazia, e alcuni strati della borghesia transnazionale e dell’impresariato mondiale, sono completamente disillusi rispetto alla gestione nordamericana dell’impero. E non vedono nella politica nordamericana, né in quella di Bush né in quella di Kerry, una soluzione al problema. Abbiamo anticipato la crisi del discorso di Kerry.

A cosa si riferisce?

Ho l’impressione che la classe dirigente nordamericana non arriva ad immaginare una forma di gestione globale. Qui non si tratta di dire: la dirigenza nordamericana è d’accordo con quella francese, con l’australiana, con l’argentina per dirigere il mondo. Si tratta di riconoscere un nuovo modello di sviluppo che ci coinvolga tutti. Siamo in un mondo in cui l’interdipendenza è diventata assoluta. La classe dirigente nordamericana continua ad essere una classe dirigente nazionale. Nel libro citiamo al Marchese de Sade: « Francesi, un altro sforzo per essere repubblicani » che trasformiamo in: « Nordamerica, un altro sforzo per essere imperialisti ».

In passato sottolineavate il fatto che questo impero non ha centro. Ora sembra evidente che questo centro è Washington.

Credo che lo sia stato sempre. Washington in campo politico; New York in quello finanziario e Hollywood per quanto concerne il mondo della comunicazione. Non parliamo di un centro nordamericano dell’impero, diciamo un « centro dell’impero ». Roma non era la capitale d’Italia, era la capitale di Italia, Grecia, Egitto. Dobbiamo fare molta attenzione a non lasciarci ingannare dalle parole. L’interesse capitalistico è un interesse a tutto il mercato mondiale. E voi argentini lo sapere meglio ti chiunque altro. Perché la classe dirigente argentina non riesce ad amministrare il suo paese? perché non è sufficientemente mondiale.

Vuol dire che gli argentini non pensano globalmente.

Credo che il grande problema argentino è che le classi dirigenti non pensano globalmente. Però questo non ha a che fare solo con l’Argentina, bensì con tutte le classi dirigenti dell’America latina, eccetto probabilmente Lula e Kirchner, che hanno cominciato a pensare globalmente e di fatto hanno avuto grandi successi.

In Iraq gli eserciti privati non sono il simbolo della mescola di affari, politica e guerra?

La consideriamo soltanto un esempio di quella che è una tendenza generale che ci sembra più drammatica, il fatto che ci siano bande di canaglie e delinquenti che fanno la guerra per professione. Ci preoccupa quella che è la tendenza a qualunque forma di patriottismo, di quello che è il trionfo di questa idelogia mercenaria per fare la guerra. Ci preoccupa il fatto che, come successe nell’antica Roma, i mercenari possano prendere il potere sull’impero. Capisce? Quando scrivevamo il libro, Iyad Allawi era il rappresentante degli interessi della libertà in Iraq, oggi abbiamo visto chi sia. E mentre lo scrivevamo, Hamid Karzai era ancora il grande rappresentante della democrazia in Afganistan, e oggi vediamo che è alleato con i grandi signori della guerra. Però se c’è qualcosa che è contraria al mio stile e quello di Hardt è lo scandalo per lo scandalo, dire per esempio che gli americani vanno in Iraq per il petrolio, per esempio. Cerchiamo di comprendere le logiche interne al sistema di potere mondiale nei termini più sofisticati possibili.

Kissinger non si presenta alla giustizia internazionale; i marines non possono esseri giudicati fuori dagli Usa per crimini che possano aver commesso. Esiste giustizia nell’impero?

I nordamericani hanno sempre rifiutato un tribunale internazionale. Che vuole? i tribunali internazionali si sono trasformati in mercati. Pensi a come si risolse la questione con la Libia, attraverso dei pagamenti. D’altra parte, che vuole? il tribunale per Milosevic è una delle cose più indegne che si siano prodotte. Il tribunale internazionale per Saddam era diretto da Allawi, un assassino. Capisce?

Non è un’utopia pensare alla moltitudine come luogo in cui convivono armoniosamente tutte le differenze?

Non è un’utopia. È un’ipotesi. Quando Marx parlava della classe non parlava di qualcosa di costituito, politicamente. Quando diciamo « moltitudine » intendiamo « fare moltitudine », cioè costruire un momento, quel dispositivo, quel progetto che comprende tutti gli aspetti, minoranze del mondo e singolarità. Per noi, il progetto della moltitudine è proprio quello di costruire il comune. Quando parliamo del comune, ci riferiamo al linguaggio, alle condizioni che determinano la vita degli individui uniti. La lingua, il linguaggio, il fatto che possa parlare con lei, è lo scambio, la cooperazione. E siamo convinti che rappresenta il 95, 96% della vita dell’umanità. E dopo c’è il 2, 3% del potere, della violenza, dell’egoismo, del privato.

Di fronte al protagonismo della moltitudine si potrebbe dedurre che per voi la classe operaia ha cessato di avere il ruolo principale nelle lotte sociali.

Non abbiamo mai detto che la classe operaia abbia cessato di essere la protagonista delle lotte. La classe operaia continua a lottare dentro e assieme ai nuovi strati della popolazione. Però accanto alla classe operaia come la si intendeva una volta, cioè gli operai del lavoro tailorizzato, fordista, si sommano altri strati del lavoro. Sono i lavoratori precari, gli intellettuali, i lavoratori dei servizi, le donne, gli immigrati. Il fronte delle lotte del lavoro si è ampliato infinitamente. I contadini si sono convertiti in uno degli elementi fondamentali nelle relazioni tra massa e singolarità.

Slavoj Zizek ha detto che i lavoratori di oggi oltre a dare il loro corpo devono « offrire nel mercato finanche le proprie emozioni ». Così è stato possibile imporre il lavoro in cellule nel just in time giapponese?

Sì, però studiamo queste cose da trent’anni. Le ha scoperte Zizek? Dal 68 gli affetti e i sentimenti sono stati organizzati per il lavoro produttivo. È come comprendere che un contadino cinese o uno brasiliano possono lottare assieme e allo stesso tempo ritrovarsi uniti con una lavoratrice della Silicon Valley? Capisce? Questi sono i problemi d’oggi, di affetti risolti in lavoro. Non si parla già più di lavoro, c’è un’igroranza dei problemi del lavoro che fa paura. Mentre al contrario c’è da cominciare a parlarne perché la gente vive, soffre e produce e per di più è felice o infelice per essi.

Dopo la sua visita in Argentina nel dicembre passato, pensa che questa sommatoria di soggetti che dal dicembre del 2001 ha cominciato a scendere in strada a chiedere cambiamenti nella politica argentina era la « moltitudine »?

Non mi piace esprimere giudizi sulla base di viaggi turistici, capisce? Questa domanda deve porla ai suoi compagni argentini, tanto a quelli che lottano come piqueteros, quelli che stanno nelle fabbriche occupate o a quelli che stanno al governo, e che sono di sinistra o capiscono questi problemi. Penso che l’Argentina è uno dei grandi laboratori della modernizzazione postmoderna. Penso che sia il luogo in cui queste grandi forze attive stanno sperimentando le sua possibilità di sopravvivere, lottare, costruire e produrre.

Alcuni sostengono che il movimento di resistenza globale dovrebbe preoccuparsi di quello che accade in ciascuno dei paesi da cui proviene…

Guardi, se si tratta di una nuova linea bolscevica in riferimento al potere nazionale, all’abbattimento dei governi nazionali per prendere il potere, dico: è una grande stupidaggine. Penso che oggi la possibilità di avere influenza nel mondo è superare le lotte nazionali fino a raggiungere impegni globali. In Italia, per esempio, non lottiamo più semplicemente a livello nazionale. Berlusconi è un buffone, però è un buffone mondiale, non solo nazionale. Non si può lottare per la libertà, per il salario, se non si fa così. Il capitalismo ha imparato abbondantemente a superare le frontiere nazionali. Solamente degli stupidi, o i vecchi bolscevichi potrebbero pensarlo.

Voi, per esempio, avere un signor Atilio Borón che sostiene che solo attraverso le lotte nazionali si può lottare a livello mondiale. È una strande stupidaggine, un discorso profondamente reazionario. Capisce? Tutta la nostra esperienza porta esattamente al contrario. Siamo riusciti a generare lotte a livello europeo sempre generalizzate. Ciò non significa che se, dove vivo, licenziano una donna bianca o di colore, non debba lottare immediatamente per risolvere il suo problema. Capisce? Però ciò forma parte dell’etica. Ciò che è assolutamente illusorio è il fatto di poter fare la rivoluzione o anche solo riforme in un paese solo. Questa era l’illusione dei sovietici tantissimi anni fa.

Questa democrazia delle moltitudini è il post-socialismo?

Parliamo di post-socialismo perché consideriamo sempre che il socialismo nascondeva nell’armadio lo scheletro del capitalismo. E che il socialismo non era altro che un’idea di amministrare il capitalismo attraverso lo stato. Il socialismo non può mai sviluppare un’idea di libertà. Ora noi pensiamo che il comunismo sia maturo. E quando diciamo comunismo, intendiamo l’amministrazione del comune in contrapposizione al privato e allo statale. Guardi che questo non significa niente di anarchico. Il post-socialismo è per noi andare oltre quello che fu l’ideale socialista che si esaurì nel riformismo.

È possibile esportare la democrazia come voglio fare gli Usa in Afganistan e in Iraq?

Siamo di fronte allo scandalo, di fronte ad una provocazione coloniale di Bush e della sua banda di canaglie. Spero almeno che siano cancellati dalla storia. Stanno massacrano intere popolazioni, Najaf si è convertita in una Guernica. Sono riusciti a distruggere finanche l’odore della libertà. Siano davvero di fronte alla vergogna. Non c’è nessuna differenza tra gli aerei nordamericani e gli aerei nazisti. Capisce? Siamo al di fuori della dignità umana.

Esiste una democrazia che possa resistere all’attacco del terrorismo?

Prima di tutto c’è da capire cosa sia il terrorismo. Se il terrorismo consiste nell’uccidere le persone, assomiglia molto alla politica nordamericana; anche quando è fatto da persone che vogliono liberarsi da qualcosa è orribile. Però non c’è nessuno differenza tra il signor Bin Laden e il signor Bush. Bin Laden è un mercenario di Bush e della sua famiglia, esattamente come lo fu Saddam. Ciò che oggi si chiama terrorismo mondiale è una rivolta di mercenari nordamericani. Uno, Bin Laden, liberò l’Afganistan dai sovietici e l’altro, Saddam, bloccò l’espansione sciita verso il mondo arabo.

Avete menzionato nel libro le Madri di Plaza de Mayo come esempio della lotta per la giustizia e i diritti umani. Com’è nato il vostro interesse?

Non è che mi interessino particolarmente. Conosco alcune di loro però quello che mi interessa è capire come un popolo tanto civile come l’argentino possa essere arrivato ad una pazzia omicida come quella che si verificò sotto la dittatura. È qualcosa che non ho mai capito. La mia comprensione del mondo ha limiti che per quanto riguarda l’Argentina non mi consentono di capire come i militari, in un paese tanto civilizzato, abbiano potuto avere l’idea di difendere la nazione fino a questo livello di pazzia.

Come si risolverà in futuro la crisi del movimento di resistenza globale?

Guardi, credo che il movimento è in una profonda crisi, e che il suo rilancio si può produrre solo attraverso di questi grandi movimenti continentali che si stanno organizzando: l’America latina, l’Europa, l’India, la Cina, gli Stati Uniti… Il maggior problema è far cessare definitivamente le guerre. Secondo, cercare di costruire organizzazioni mondiali che rompano la divisione tra nord e sud o tra est e ovest. Questa è il grande problema su cui dobbiamo lavorare, però credo che siamo in una fase già avanzata. Si dovrebbe generare un impegno definitivo e il varo di un New Deal globale. Avanziamo molto è la situazione è lungi dall’essere negativa. Per dirlo con una frase di Mao Tse Tung: « È grande il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente ».

 

http://www.zmag.org/Italy/negri-pavon-ciclone-globale.htm