L’ombra delle colonie sulle banlieues

Il ManifestoI conflitti che caratterizzano le società multiculturali, e la repressione delle battaglie ingaggiate nelle cité da figli e nipoti dei francesi di «oltremare» vanno letti come lo spettrale prolungamento delle guerre coloniali
Il comune bersaglio che affianca nelle rivolte i figli dell’immigrazione e i «français de souche» è una forma di sovranità che non aspira a costruire alcun tipo di bene pubblico, coltivando il progetto di un «dominio senza egemonia»«Sterminate quei bruti», bisbigliava Kurtz nel cuore di tenebra di Conrad. «Ci sbarazzeremo della feccia», ha urlato Sarkozy contro i ragazzi delle banlieues parigine. Il Congo ottocentesco, arcaico e coloniale, irrompe nel ventre dell’Europa ipermoderna e postcoloniale. Non è difficile intuire il filo rosso che lega l’urlo coloniale di Kurtz alla minaccia postcoloniale di Sarkozy. Un filo che unisce, ad esempio, gli orrori della conquista dell’Algeria agli algerini affogati nella Senna nell’ottobre del 1961, la guerra franco-americana in Vietnam alle occupazioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Kurtz e Sarkozy sono figli della stessa logica, della missione civilizzatrice dell’Europa di ieri e del suo apartheid di oggi, che ha nella normativa di Schengen la sua spina dorsale e nel filo spinato di Ceuta e Melilla i suoi temibili artigli. Un legame suggerito, tra altri, da Paul Gilroy nel suo ultimo libro: After Empire. Melancholia or Convivial Culture? (London, Routledge, 2004), ancora inedito in Italia. Il testo annuncia già nel titolo una delle sue tesi maggiori, cioè i possibili diversi esiti dei conflitti postcoloniali del presente. Il punto di partenza di Gilroy è l’analisi dei limiti del modello di integrazione democratico e multiculturale della Gran Bretagna di oggi. Di fronte a chi sentenzia dai pulpiti mediatici, religiosi e istituzionali l’agonia delle società «multirazziali» contemporanee, Gilroy descrive i significati e le pratiche di resistenza dal basso delle cosiddette «culture conviviali anti-razziste». Si tratta di culture meticce, in fermento da tempo nelle metropoli e portatrici di istanze di uguaglianza e libertà. Rivendicazioni avanzate con forza sempre maggiore dai gruppi e dai soggetti più emarginati e discriminati nello spazio sociale metropolitano. Gilroy però è attento nel mettere in guardia da ogni possibile ottimismo, sottolineando le «malinconie o nostalgie imperiali(ste)» che attraversano in modo patologico la cultura dominante, non solo in Gran Bretagna. Una delle principali tare della dialettica politica nelle democrazie occidentali, per l’autore di The Black Atlantic, risiede proprio nella difficoltà – o meglio nella riluttanza – a superare l’idea di un’umanità divisa dalla «linea del colore», da una visione della storia e delle culture fondata sulle nozioni di «razza», progresso e civiltà ereditate dal passato coloniale. I conflitti che caratterizzano le società multiculturali, ora latenti ora esplosivi, come nel caso delle banlieues francesi, vanno dunque posizionati nel contesto della storia coloniale che, «anche se ampiamente disconosciuta, continua a plasmare la vita politica delle ex potenze imperiali».

In questa luce, l’ostilità di Sarkozy – e di una parte ampia della società francese, non solo di estrema destra, che in lui si riconosce – appare lo spettrale prolungamento di una lunga guerra coloniale. E le rivolte di queste settimane un’insorgenza anticoloniale, l’ennesima battaglia di quel lungo e ininterrotto processo di decolonizzazione (interna) che quotidianamente portano avanti nelle cité figli e nipoti dei francesi di «oltremare», migranti e figli di migranti. Ma non solo loro. Nelle banlieues in rivolta, infatti, non sempre i figli dell’immigrazione sono la maggioranza. Sono molti, invece, i «français de souche», bianchi e poveri ed esasperati per gli stessi motivi dei loro fratelli e vicini «arabi», che hanno dato fuoco alle stesse macchine, scuole e commissariati. Queste insorgenze modificano e ridefiniscono la stessa storia coloniale, facendo emergere il suo esito inconcluso e soprattutto non pacificato.

La prospettiva postcoloniale sembra riuscire a spiegare contro che cosa le rivolte sono indirizzate: una forma di sovranità che non aspira a costruire alcun tipo di bene pubblico, ma che ha come unico scopo l’assoggettamento e l’obbedienza dei «nativi». Prendendo in prestito un’espressione di Ranajit Guha, uno dei fondatori dei «Subaltern Studies» indiani, si potrebbe dire che l’aspetto (post)coloniale di questa sovranità risiede nel suo progetto di un «dominio senza egemonia», fondato sulla mera coercizione e sullo stato di polizia, dove il potere si fonda ed esibisce se stesso esclusivamente come pura forza. Le banlieue come «postcolonie», dunque, in cui l’unico mediatore fra il potere e l’«indigeno» è il soldato, come scriveva Fanon nei Dannati della terra. Regioni in cui, secondo la sua potente descrizione, «attraverso un linguaggio di pura violenza» i gendarmi piegano alla disciplina gli indigeni «a colpi di sfollagente o di napalm» e in cui «l’intermediario porta la violenza direttamente nelle case e nei cervelli dei subalterni».
Non c’è da stupirsi, allora, se proprio questo aspetto sia stato in larga misura obliterato dalla copertura mediatica, significativamente anche a sinistra. In molti si sono chiesti il perché di questi roghi di auto, di scuole, di mezzi pubblici, apparentemente afasici o perfino auto-distruttivi, perché privi di una spiegazione plausibile secondo la nostra abituale logica politica. Quasi nessuno ha notato, invece, che seguendo delle precise direttive governative, i media non hanno mostrato i commissariati incendiati e le altre forme più immediate di resistenza alla polizia. Di attacco, cioè, alla prima, più manifesta e quotidiana forma di «mediazione» fra lo Stato e questi quartieri. Uno dei pochi meriti di un film ampiamente sopravvalutato come L’odio, di Mathieu Kassovitz, era mostrare proprio questo aspetto della rivolta, cioè l’interno di un commissariato di polizia devastato dal fuoco. Da quei luoghi partono le violenze delle forze dell’ordine, che agiscono nei quartieri come una vera e propria banda armata, la cui vendetta è sempre pronta a scattare, come racconta lo stupendo Wesh wesh, qu’est-ce qui ce passe? di Rabah Ameur Zaïmeche, uno dei pochi film realisti sulla violenza non «dentro» ma «contro» le banlieue.

Da ogni parte, ancora, si è cercato di spiegare o interpretare l’apparente irrazionalità e la furia cieca e distruttiva della «giovanissima feccia» delle banlieue. Senza poter vedere che la questione generazionale è stata l’ennesima invenzione governativa, ad esempio con l’imposizione di durissime sanzioni penali ai genitori che non riescono a tenere a casa i propri figli, giovanissimi e incendiari, nelle ore di coprifuoco. Non riuscendo a capire, inoltre, che senza un sostegno complessivo dei quartieri e di tutte le generazioni la rivolta non avrebbe potuto raggiungere le dimensioni e la durata che ha raggiunto. Di grandissima utilità, per cogliere questi aspetti della rivolta, la testimonianza diretta di Omeyya Seddik, uno degli animatori del «Mouvement de l’Immigration et des Banlieues», che ha partecipato le scorse settimane a una serie di incontri in tutta Italia. Un’ottima ricostruzione dei fatti è offerta anche da Guido Caldiron in Banlieue. Vita e rivolta nelle periferie della metropoli (Manifestolibri, 2005).

La femminista indiana Gayatri Spivak In Can the Subaltern Speak?, uno dei saggi più noti della letteratura postcoloniale, non esitava ad affermare in modo polemico che nei documenti o negli archivi storici è impossibile trovare «tracce» del subalterno coloniale. Proprio in quanto «subalterno», infatti, è rimasto confinato dal sapere occidentale egemonico entro i limiti di un (s)oggetto silenzioso. Non perché il subalterno non abbia mai parlato nella storia – «L’unico luogo in cui i neri non si rivoltano», scriveva Cyril L. R. James, nei Giacobini neri, «sono le pagine degli storici capitalisti» – ma perché l’apparato ideologico-discorsivo del sapere coloniale, eurocentrico e patriarcale, lavora continuamente per neutralizzare la sua soggettività. In quest’ottica non sono i subalterni a tacere, ma i `dominanti’ a non sapere e non volere ascoltare.

Qualcosa di simile è rappresentato dal suicidio di Majid nel film Caché di Michael Haneke: un gesto tanto violento, irrazionale e incomprensibile, che può solo essere dissolto e banalmente neutralizzato in una multisala cinematografica. Forse questa è una buona prospettiva per cominciare a comprendere, almeno in parte, quanto è accaduto e continuerà probabilmente ad accadere nelle banlieue francesi, con i subalterni che fanno sentire con forza la loro voce, che il più delle volte resta imprigionata entro l’universo simbolico della macchina politica e mediatica dominante. Ma il fuoco alle auto, che raramente è stato indiscriminato, quello alle scuole che non trasmettono alcun sapere o alle istituzioni di uno stato sociale che non assiste più nessuno, semmai ha assistito, è ancora lì. Intatto e «altro», come il suicidio di Majid. Come il Reale lacaniano, resiste a qualsiasi tipo di simbolizzazione. Come la lingua pura di Benjamin, comunica immediatamente nient’altro che se stessa.

Le banlieue in fiamme, in questo senso, hanno da insegnarci almeno tanto quanto la filosofia del realismo politico, classico e sovversivo. Quella del potere spettrale ma concretamente devastante della polizia, strumento di una violenza che pone e conserva il suo ordine, con le parole di Walter Benjamin. O quella per cui è il diritto di guerra – e non la mediazione giuridica del contratto – che abita al cuore della sovranità, che struttura il rapporto fra la moltitudine e lo Stato, nella sua forma moderna e postmoderna o postcoloniale. Nel diritto della cittadinanza, scriveva Baruch Spinoza, non rientrano quelle cose che suscitano l’«indignazione» generale. Un’indignazione che, in quest’ottica, non ha alcun retrugusto moralistico, ma il sapore di un conflitto, ora carsico ora esplicito, che attraversa continuamente i rapporti sociali e contesta il preteso universalismo occidentale, per affermare un altro concetto di democrazia: non semplicemente una forma di governo tra le altre, ma solo un altro nome per la resistenza. Una «resistenza attiva» che ridefinisce continuamente dal basso i termini dell’appartenenza e dell’inclusione.

La cannoniera francese ciondolava ancorata di fronte alla boscaglia. Colpi di cannone a intervalli regolari, una sottile fumata bianca, un minuscolo proiettile che sparisce, ingoiato da una giungla immobile, nera e silenziosa. Nessuna risposta dalla fitta vegetazione, nessuna resistenza. E come poteva essercene una? Siamo in una delle pagine più affascinanti e ambigue della letteratura conradiana, in viaggio verso il cuore di tenebra della modernità. Che senso ha cannoneggiare un intero continente? Ma che senso ha, d’altra parte, attendere una risposta dai nativi, selvaggi, muti e nascosti nel ventre minaccioso della giungla, forse impauriti o indolenti, forse semplicemente assenti. Questa l’ambivalenza, che denuncia la follia dell’imperialismo coloniale ma toglie al tempo stesso ogni parola, ogni consistenza e soggettività al colonizzato. Eppure Kurtz sibilava minaccioso: «sterminate quei bruti». Eppure Sarkozy urla minaccioso: «sbarazziamoci di questa feccia».