Postface alla ripubblicazione sul sito Multitudes dell’intera collezione Futur antérieur, –

Riguardo alla serie di Futur antérieur. Un grande lavoro, dieci anni di fatiche settimanali per produrre quattro numeri all’anno, più qualche supplemento. Un lavoro espansivo. Un’espansività che non fu solo quantitativa ma qualitativa. Una buona rivista è come una piovra che integra continuamente gli eventi teorici e storici nell’ambiente in cui vive. Questa rivista aveva un’anima -un’anima appassionata che tentava di assorbire quanto nel mondo attorno rivelava un interesse teorico, una scelta politica, una dimensione etica o semplicemente gioia di vita. L’anima di una rivista è la sua radicale volontà di rendere significante quello che tocca, di introdurlo in una tendenza teorica, di comprenderlo in un dispositivo pratico. Futur antérieur ha avuto un’anima. Anzi, molte anime: di qui in avanti né identificheremo qualcuna, ma questa stessa identificazione è subordinata all’impossibilità di fissare queste anime. Esse erano mobili, erano moltitudine, le alleanze all’interno della rivista finivano per essere plasticamente composte e sempre rinnovate. La congiuntura che mutava, riorientava il desiderio.
La rivista nasce sull’emozione del crollo del Muro di Berlino, nel ’89. La domanda che il gruppo dei fondatori si pose fu: come ricostruire, non semplicemente come rifondare, un’esperienza comunista? Tutti i fondatori di Futur antérieur venivano dal ’68, alcuni francese, altri italiano. Per i francesi l’esperienza post ’68 era stata politica e teorica, dentro le organizzazioni comuniste o trotzkijste, dentro le Università e le organizzazioni dell’estrema sinistra. Per gli italiani, quasi tutti esiliati, i problemi posti alla fondazione della rivista si ponevano in continuità con l’attività costruttiva del pensiero critico e dell’azione rivoluzionaria degli anni ’70. Come si sa il ’68 francese è stato breve, quello italiano lungo ed è durato almeno dieci anni, il primo era un evento ed il secondo una storia. Ora ci si trova assieme, con esperienze diverse ma con una comune esigenza: come ricostruire nella continuità della speranza comunista una nuova prospettiva di trasformazione radicale del mondo.

Si è detto che la rivista nasce sull’onda dell’emozione della caduta del Muro del ’89. Si badi bene, tutti noi, quelli cioè che contribuirono alla fondazione della rivista bevemmo champagne quella notte nella quale il Muro crollò. Era un tradimento del socialismo che lì si mostrava. D’altra parte il tentativo di Gorbaciov di democratizzare un regime completamente staccatosi dalle sue origini rivoluzionarie era ormai arrivato al limite… I partiti comunisti europei si convertivano alla socialdemocrazia con velocità proporzionale allo stalinismo di cui erano stati portatori: chi più era stato stalinista, più era oramai socialdemocratico. In questa congiuntura si trattava di intervenire, di rompere, di invertire la tendenza: bisognava reinventare la teoria, riconoscendo che il socialismo morto mentre il comunismo era possibile, e che se la mediazione politica era esausta, la costituzione comune del sociale era vicina. In questa congiuntura, dunque, quella che corrisponde alla caduta del Muro di Berlino, la teoria riafferma non la continuità dell’ideologia ma quella delle lotte…sconfitto, nella congiuntura, il socialismo ci lasciava un patrimonio di organizzazione, di lotte, di senso biopolitico dell’esistente, che poteva essere -nella misura in cui ci si distaccava da esso -proposto come base di una riappropriazione e/o di una costruzione di nuovi mezzi politici di trasformazione.

In seguito la rivista ha vissuto un’altra grande congiuntura. Essa ha seguito il costituirsi delle lotte, da quelle degli immigrati a metà degli anni ’80 fino alle grandi lotte metropolitane del ’95-’96, alla sommossa del proletariato sociale di Parigi contro i primi tentativi di privatizzazione del comune. L’estrema importanza di questo percorso era che, se da un lato esso si apriva verso la congiuntura a venire, verso i problemi che avrebbero caratterizzato l’epoca globale del neoliberismo, dall’altro coglieva, esprimeva ed esaltava le nuove caratteristiche del lavoro vivo. L’analisi congiunturale si allacciava profondamente a quella teorica sicché, a partire dalla crisi che si approfondì tra gli anni ’80 e i ’90, essa poté dichiarare la nuova natura del lavoro produttivo. Questo è un grande momento nella storia di Futur antérieur: fu infatti attraverso l’analisi delle lotte (e non certamente solo attraverso l’approfondimento della critica dell’ideologia) che la scoperta di quanto c’era di nuovo nel valore e nel lavoro vivo, divenne centro dell’analisi politica.

Oggi viviamo nel postmoderno. Analisi postmoderna del reale non significa semplicemente analizzare quel che accade intorno a noi nella figura dell’evanescenza e della globale alienazione; significa anche e soprattutto identificare, in quello che accade attorno a noi, una matrice produttiva che rivela, con la nuova natura del lavoro, l’evanescenza, la mobilità, la precaria sussistenza dell’esperienza ontologica del postmoderno. Le lotte del ’95-96 furono il luogo nel quale il nuovo modo di produzione capitalistico, postmoderno appunto, apparve e nello stesso momento andò in crisi. Futur antérieur aveva seguito questo processo e si trovò a descriverlo in maniera originale e potente.

In Futur antérieur l’attenzione alla genesi culturale e politica del postmoderno si è accompagnata all’analisi dei soggetti inseriti nella modificazione del lavoro dei regimi postmoderni. Il lavoro immateriale, precario, la sussunzione del lavoro affettivo dentro e sotto la potenza produttiva capitalistica, la trasformazione della cooperazione sociale in elemento fondamentale di valorizzazione -tutto questo ha costituito un elemento fondamentale di ricerca e di esposizione teorica. Quando queste considerazioni si collegano alla definizione delle lotte e si articolano con la definizione di tendenza, allora siamo dentro il mutamento di paradigma: dal moderno al postmoderno, dal fordismo al postfordismo, insomma proprio su quel punto sul quale l’analisi del presente si apre all’analisi dell’avvenire.

In Futur antérieur tutto questo fu percepito ampiamente e comunemente discusso. Inoltre, il discorso sulla lotta di classe si accompagnò ad una ripresa profonda dei temi della filosofia francese più recenti. C’era una volta, nell’ottocento, una relazione (così aveva detto Marx) fra la Germania e la Francia: se in Germania la vinceva il pensiero metafisico, questo pensiero della trasformazione era stato ripreso dalle lotte dei lavoratori e del proletariato in Francia. Futur antérieur rappresentò un rapporto analogo tra Francia e Italia nel tardo novecento: era l’Italia, questa volta, che si presentava come luogo delle lotte, e la Francia che si presentava invece come luogo della teoria. In Futur antérieur l’operaismo italiano fece le sue prove sul terreno di una filosofia innovatrice europea e trasformò il pensiero socialista della totalità in pensiero comunista della differenza. E’ qui, in questa continuità ed in questa sintesi, che escono in maniera forte il tema del precariato e quello del reddito di cittadinanza, è qui che -pur attraverso delle forti polemiche-cominciano a definirsi nuove linee di sviluppo ed di rifondazione programmatica postsocialista.

Che dire ancora? La rivista ha vissuto, sia nei temi che essa proponeva che nelle polemiche che facevano vivere la redazione, per così dire, sul bordo estremo della possibilità di pensare ancora il socialismo e del desiderio di inventare il comunismo. La rivista è vissuta fra lo scarto rispetto al socialismo e l’eccedenza comunista.

Ma prima di concludere bisogna evidentemente anche sottolineare i limiti del discorso di Futur antérieur. In esso visse un certo eclettismo, sul terreno filosofico fra althusserismo e foucaultismo, fra critica del socialismo e tradizioni del comunismo, fra analisi delle lotte e varie aperture nella critica dell’ideologia: ne venne un’atmosfera assai contraddittoria, forse positivamente contraddittoria, tuttavia spesso aleatoria, talora incerta e tatonnante… La rivista fu postmoderna senza volerlo essere, in seguito alla polemica interna ed alla capacità che i redattori ebbero di trattenere la discussione verso un punto comune, un’emozione condivisa, un disegno utopico, piuttosto che dissipare la complessità, la radicalità e talora la contraddittorietà di quella esperienza in una polemica distruttiva. Resta il fatto che ci fu un certo eclettismo teorico ed un discorso filosofico assai dispersivo. Altro limite: le tematiche femministe furono sfiorate, non assimilate, anche se -per la prima volta forse-assunsero un ruolo centrale nell’elaborazione di un discorso comunista. Certo, Futur Antérieur pubblicò in Francia gli scritti di J. Butler, D. Haraway e di molte altre femministe. Il discorso femminista politicizzato che si concludeva nella semplice rivendicazione della parità dei diritti fu sistematicamente attaccato e affondato. La tematica della differenza femminile trovò in Futur antérieur un luogo di propaganda ed un esatto apprezzamento come programma politico. Ciò detto, Futur antérieur non seppe inserirsi in un meccanismo progressivo di assunzione dell’esperienza teorica e pratica del femminismo all’interno dei temi della postmodernità. Fu un limite forte, non attenuato dalla curiosità intellettuale e politica.

Voi non potete immaginare, cari lettori, quanto alto fosse il livello polemico, talora la tensione psicologica e fisica, attorno al tavolo della redazione di Futur antérieur. Che questo gruppo di compagni, proveniente dalle esperienze del trotzckijsmo francese post’68 e dall’operaismo italiano degli anni ’60 riuscisse a funzionare assieme, fu un miracolo. Ma ottimi furono i risultati. La redazione di Futur antérieur funzionò interrogando ed interrogandosi, collegando ricerche e teoria, interventi congiunturali e tentativi di elaborazione programmatica. La redazione di Futur antérieur ruppe con le tradizioni letterarie e giornalistiche del movimento operaio, ed in maniera strana ma estremamente positiva rinnovò molte cose nel progetto comunista.

Toni Negri,
Settembre 2003