Diario di bordo

Version originale, dont une partie a été publiée dans art370, rub141

a/matrix, tropical butterfly generally uncommon to rare, but sometimes locally common. a/matrix, farfalla tropicale, esemplare raro che talvolta si manifesta in concentrazioni localizzate.

14 marzo – trame Ho scelto di autonarrarmi nelle pagine di un diario. Superare il timor vacui che la pagina bianca suscita ogni volta che si sperimenta la complessità di dare corpo con la parola alla propria molteplicità. E’ un piccolo shock. Un deserto da attraversare. Un modo per mettere in scena l’intreccio tra genealogie sempre in formazione, conflitti, desideri di sovvertimento/divertimento che attraversano il vissuto quotidiano.
Ecco allora un tentativo di autonarrazione, raccolta di pratiche, un inizio di autoinchiesta, sorta di terapia di gruppo, racconto per la costruzione di nuovi mondi fluttuanti, in cui si sommano contraddizioni, frivolezza e ricerca del piacere, riflessioni e confronto, piccole frustrazioni e nessi mancanti.
Sono a/matrix, prisma, fiction infiltrata nella rete, spazio in cui apprendere l’arte della dislocazione, trama di donne tutte lavoratrici (giornaliste, ricercatrici, statistiche, informatiche, accounts, operatrici sociali, restauratrici, artiste) che un giorno non lontano, ma di cui si è persa la memoria, hanno scelto di dar vita ad un nodo in cui si incontrano storie, declinazioni e stili diversi del femminismo, in cui si intrecciano senza sosta la gioia, quel sentire che aumenta la potenza d’azione, e la tristezza che la diminuisce, nella costruzione di progetti di volta in volta diversi.
Siamo figlie disagiate degli anni dell’euforia postmoderna, quelli in cui l’imperativo delle teorie critiche (e anche del mercato cannibale di forme di vita, strumenti, linguaggi) era “decostruisci certezze”, “genera differenza”, “crea molteplicità”. Già, ma dell’aspetto faticoso della gestione di queste esperienze, quello che sta dietro la retorica della proliferazione di differenze, quasi non si parlava.

Ora, smaltita l’ubriacatura del libero gioco di scambi identitari, e comunque alleggerite dal peso di appartenenze rigide, ci troviamo nell’impasse di reinventare modalità e forme per strisciare fuori dalle maglie della società di controllo. Libere “da un gruppo, una famiglia, un sé, una casa, diciamo pure anche da un femminismo tenuti insieme dalle esclusioni e dalla repressione che sottintendono ogni ideologia del medesimo”, siamo legate da relazioni di affinità sempre da verificare e mettere alla prova.
Perché ci vediamo? Perché alimentiamo a/matrix? Perché il confronto stimola riflessioni, individua snodi problematici, produce linee di fuga e strumenti di resistenza. La chiave relazionale è un networking corporeo e affettivo: cooperiamo, ovvero condividiamo porzioni di tempo ed energie, alla realizzazione di progetti.
Siamo tutte donne, non a caso. Non è forse vero che il femminismo è la madre di tutte le reti? Che il confronto orizzontale ha trovato proprio nel femminismo sorprendenti anticipazioni poi spesso disconosciute, oscurate, occultate, relegate in note a piè di pagina? Che i femminismi hanno tradotto l’insofferenza per il verticismo tipico del sistema, dei suoi partiti e movimenti, in forme di esodo e micropolitiche capaci di scardinare l’ordine materiale, simbolico, concettuale e sessuale?

Anche per questo, oggi, siamo ironicamente femministe. Post, trans(geniche), pop, cyber, ultrà, meta, iper femministe, al di là delle derive complici con la strategia espansiva del capitale, delle mosse moraliste, e delle riduzioni essenzialiste di alcuni femminismi e di tutti i maschilismi.
Soggettività eccentriche, in-generate e degeneri, abitiamo lo spazio della contraddizione che sta contemporaneamente dentro e fuori femminismi, comunismi, anarchismi, situazionismi, no-globalismi…, che li attraversa prendendo solo ciò che vuole.
Mettiamo in gioco le nostre intermittenti energie per forzare un’impasse che coinvolge anche il cosidetto movimento new global, moltitudine di moltitudini, la cui potenza è frenata anche da alcune ricorrenti rigidità identitarie e ossessioni autorappresentative. E se ossessione deve essere che sia queer!

5 maggio – frammenti

a/matrix, “composto di frammenti i cui aspetti costitutivi includono sempre altri oggetti, altri soggetti, altri sedimenti” coinvolti nello sforzo di collocarsi nell’intersezione con l’altro-sé, ‘agire’ l’altro, senza tentare di annientarlo, di ex-perire l’altro, di ingenerare soggettività non solo per differenziazione, arricchite dalla differenziazione.
Abbiamo scelto i frammenti come una delle forme della messa in scena di un sé collettivo. Micronarrazioni che danno il senso di un tempo vissuto frazionato. Micronarrazioni che vanno oltre lo sbandieramento di slogan vecchi e nuovi, apoteosi dell’attimo fuggente o peggio, di quello, ahimè, fuggito! Strumenti che peraltro non disdegniamo. Eccone alcuni messi a punto per smontare quell’aberrazione giuridica che è la proposta di legge italiana sulla procreazione assistita:

VIENE PRIMA LA GALLINA DELL’UOVO
L’UNICA LEGGE è QUELLA DEL DESIDERIO
TRA MADRE E CONCEPITO NON METTERE IL DITO

Condensazioni semantiche prodotte in una serata di delirio creativo collettivo, uno di quei momenti in cui ci si connette sull’onda del non sense. Metodo che lascia dietro di sé una scia gioiosa.
Ma micronarrazioni e frammenti, sono intersezioni di registri diversi che giocano all’erosione dei confini tra testo e discorso, senso e non senso, ordine e caos, teoria e narrazione.
Come questa, in cui visioni dell’immaginario pop del cinema incontrano fanta/scienza femminista, teorie del controllo e dell’esodo:

Creature affatto innocenti e pure, abitiamo i confini sfocati di una matrice simulatoria senza centro né fuori alimentata dal terrore della guerra permanente, dall’ansia dell’individuazione del nemico, dal panico diffuso sotto forma di virus che arrivano da nessun luogo, dalla contrapposizione binaria tra McWorld e Jihad.
Nasciamo dentro e contro il campo di relazioni del capitalismo globale, nel cuore del regime del tecnobiopotere.
Come la Ripley dell’ultimo “Alien” siamo figlie illegittime dell’utero tecnoscientifico, nuotiamo nel suo liquido amniotico, placenta material-semiotica che ci contiene e si riproduce succhiando i nostri fluidi corporei e connettivi.
Non più umane né aliene, viaggiamo tra i flussi dell’impero come mostri biopolitici per sottrarci alle sue reti e godere delle nostre metamorfosi.

29 maggio – refrain e rituali

amatrix@inventati.org

Ciao gallinelle, allora ci si becca stasera?
Pare di sì, anche se c’è chi finisce di lavorare dopo le nove e chi a quell’ora comincia, chi va in palestra, chi sta su un treno sulla via del ritorno, chi propone di incontrarsi ad una festa. Ma, insomma, credo di sì.
A casa di From Vega, come al solito?
Si. Portate da bere: vino rosso please!
E non dimenticate smalto e acetone per Vixen! Puntuali eh, che siamo tutte stracotte. Tocco le tette a tutte, a dopo.
Ah, tbrown non ci sarà: sta in Galizia a ripulire i cormorani
Vabbè, chi non viene batta un colpo! Niente buche silenziose, por favor!
Vorrei tanto sapere chi ha inventato l’espressione “perdere tempo”, niente di più ideologico!

Mi manca il tempo. Ho bisogno di più tempo. Devo organizzarmi. Non ho neppure tempo di pensare che cosa farei se avessi più tempo. Sento il fiato del tempo sul collo.
E’ il refrain che risuona di continuo, una percezione triste che affolla lo spazio psichico e blocca il divenire. Non faccio altro che ripeterlo, maledetto loop ossessivo, mentre accendo l’ennesima sigaretta, rosa da un tabagismo compulsivo.
Per fermare la caduta libera nel buco nero prova il rito del miele. Hai bisogno di una vasca da bagno, ma anche la doccia può andare, e un barattolo di miele qualunque. Stacca i telefoni. Spogliati lentamente. Apri il rubinetto, mentre l’acqua scorre immergi le dita nel miele. Spalmalo su tutto il corpo. Assaporane il gusto con tutti i pori. Immergiti nel liquido fumante. Dai voce ai tuoi pensieri, abbandonati ad un fiume di parole. Quelle che di solito non riesci a pronunciare, quelle che inghiotti e tornano su. Lasciale fluire e galleggiare nell’acqua.
Voglio dedicarmi del tempo, fuori dall’ansia della performance.

[[3 luglio – paradigmi precari

Un tempo espropriato, frammentato in mille attività parallele, sincronizzato su ritmi frenetici, segnato dal multitasking, la gestione simultanea di molte attività e flussi di informazione. Come donne più o meno trentenni, bianche, occidentali, specializzate, flessibili, viviamo un tempo di lavoro pervasivo, soffocante, che spesso si scioglie nella vita quotidiana tanto da divenire indistinguibile. Il paradigma è il precariato, permanente sensazione del no future che si fa normalità. Compagna di viaggio abituale per chi fa parte della forza lavoro immateriale e flessibile.
Co.co.co., consulenti, lavoratrici autonome. Precarie, di fatto la regola, o quasi, con differenze che l’essere accomunate dal precariato non attenua ma anzi esalta: fra chi viene pagata ‘quasi’ normalmente e chi arriva a stento alla fine del mese, fra chi gestisce orari più o meno flessibili e chi lavora undici ore al giorno, fra chi può permettersi di non andare al lavoro quando c’è lo sciopero generale e chi se sciopera, semplicemente, il lavoro lo perde. Non è così per tutte, le eccezioni, poche, ci sono. C’è chi è riuscita a trasformare le proprie passioni in una professione stabile, garantita, riconosciuta, suggellata da diritti che ancora (vedremo per quanto) resistono.
Eccezioni, appunto. Per le altre la parola d’ordine, silenziosa ma assordante, è vivere la precarietà, e viverla con gioia, come fantastiche protagoniste dello spot del Prozac, che così diventiamo pure più produttive.
Senza garanzie certe, senza diritti riconosciuti, senza confini stabiliti, ci muoviamo attraverso geografie lavorative mobili e scivolose in cui anche il conflitto cambia pelle.
Un dato per tutti: discutiamo di postfordismo e lavoro cognitivo da qualche anno eppure nessuna di noi ha vissuto e vive esperienze di mobilitazione sul luogo di lavoro. Ammesso che un luogo di lavoro, inteso come luogo fisico, vi sia… lavoro immateriale, appunto. Pochi i diritti riconosciuti da difendere, pressoché assenti le strutture sindacali in grado di tutelarli, diversificate e multiformi – soprattutto – le esigenze e le rivendicazioni. Ciascuna come può, segna limiti e demarcazioni attraverso contrattazioni individuali, trattative sofisticate e faticose, micropratiche di affermazione e diserzione.
Il conflitto si trasforma anche seguendo i percorsi dei nostri desideri, sempre meno vincolati alle condizioni di lavoro tout court. Coinvolge gli stili del lavoro, il senso di quello che facciamo. Geometrie variabili in equilibri precari.
I nessi tra biopotere e femminilizzazione del lavoro ci appaiono evidenti nell’esperienza quotidiana. L’elemento relazionale, cooperativo, affettivo, la capacità di elaborare numeri e concetti, di tessere la ragnatela, sono le nostre risorse messe a profitto. Non ci viene nemmeno chiesto esplicitamente di valorizzarle: è scontato. Il capitale globalizzato incentiva, espande, generalizza e parassita alcune caratteristiche del lavoro di cura e la dissoluzione dei confini tra produzione e riproduzione. Al punto che il lavoro di cura tradizionale si riduce, e spesso viene delegato ad altre donne, quasi sempre immigrate. Non abbiamo figli e per ora non ne vorremmo. Anche se volessimo sarebbe quasi impossibile. Viviamo a Roma: l’affitto lo dividiamo in tre a volte quattro, dipende. Ma non è più solo una scelta, è un nuovo modello sociale.

La creatività permea il quotidiano ma con una serie di dissonanze: a volte è la consapevolezza di recitare dei ruoli, altre quella di giocare con dati e parole entro i limiti consentiti, altre ancora quella di costruire delle tele che non ci appartengono per nulla.
Così quando riusciamo a goderne è una piccola vittoria. Accade quando infiltriamo diverse possibilità del divenire; quando rosicchiamo brandelli di tempo al lavoro muovendo agili le dita della “mano sinistra”, quando mettiamo in gioco gli elementi sfuggenti, rovesciando a nostro favore la dissonanza, quando, ad esempio, scriviamo questo diario di bordo.
Il limite, per tutte, è l’esigenza di un reddito … Reddito di cittadinanza, reddito di esistenza, reddito sociale. Chiamiamolo come vogliamo. L’importante è che ci sia … dateci i soldi.
Per tutto il lavoro domestico e di cura che abbiamo svolto e che non è mai stato pagato; per il lavoro iperqualificato che prestiamo a costi irrisori senza alcuna garanzia sociale; per tutte le ore in cui lavoriamo comunque senza accorgercene; per i costosi assorbenti che acquistiamo ogni mese e di cui non possiamo fare a meno; per tutte le volte in cui non possiamo dire di no ad un lavoro sennò perdiamo il giro; per gli scioperi che non possiamo fare, per quelli che facciamo e per quelli che inventiamo; per tutte le ore di straordinario che nessuno ci ha mai pagato; per la nostra creatività diffusa, le innovazioni linguistiche ed estetiche divorate e messe a profitto dall’esercito di esperti marketing e comunicazione; per i nostri corpi monitorati da videocamere ed ecografie proiettate su grandi schermi; “per tutte le volte che i nostri nomi e dati personali sono stati messi al lavoro gratis dentro calcoli statistici per definire strategie di marketing”; per le merci che continuiamo docili a comperare contribuendo a sostenere la domanda; per tutte le merci che paghiamo anziché prendere e basta; per le case che affittiamo a prezzi esorbitanti e non occupiamo; per il tempo sottratto alle carezze, al sesso e all’amore; per le solitudini, le ansie, le turbe psichiche che soffriamo; perché non abbiamo più tempo e se è vero che il tempo è denaro qualcuno ci deve qualcosa; perché i profitti sono un furto e noi siamo stufe di essere pacificamente rapinate a mano armata tutti i giorni; perché non ci sono più le lucciole. Perché la terra trema.

8 luglio – feticci

“Every sperm is sacred, every sperm is great”.

Così recita il ritornello cantato da un coro di bimbi in una canzoncina in cui un cattolico romano spiega l’importanza della copula al solo fine riproduttivo. Ma forse non tutti sanno che i Monty Python sono gli insuperati maestri del cinema del non sense … a cui la realtà somiglia sempre di più.

Primavera del 1965. La copertina del magazine “Life” annuncia “Il dramma della vita prima della nascita”: un servizio di 16 pagine con immagini del fotografo biomedico svedese Lennart Nilsson. Le prime che mostrano, grazie all’uso di un endoscopio, “An unprecedented photographic feat in color”.
L’immagine del feto a colori, fluttuante in uno spazio amniotico, è simile a quella che chiude “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrik. Entrambe sono destinate a modificare l’immaginario collettivo.
E’ l’entrata in scena del tecnofeto e l’inizio del suo farsi feticcio. Icona che rimanda ai concetti di vita, persona, natura, origine, identità, vera star della discussione sulla legge italiana sulla riproduzione assistita (non ancora approvata mentre scriviamo).
Deputati in preda ad ataviche ansie maschili, vogliono vietare l’accesso alle TRA (tecnologie di riproduzione assistita) a singole e coppie omosessuali. Vogliono vietare la fecondazione eterologa, definita “adulterio biologico” e minaccia per “il patrimonio genetico”, la crioconservazione degli embrioni e l’aborto selettivo. Vogliono speculare sul turismo riproduttivo di classe. Imporre uno stato etico e controllare il corpo delle donne.
Il divenire feticcio del feto passa attraverso la sua visualizzazione trasfigurata in personificazione e affermazione della sua esistenza come soggetto autonomo dalla madre.
Se gli ultimi decenni sono stati quelli dell’empowerment dell’embrione, potente è l’evidenza di un grande rimosso: la madre e il suo desiderio.
La sua soggettività è esclusa, il suo corpo ridotto a utero pubblico, confortevole habitat del concepito.
Di fronte al potere del feticcio, con un ghigno sulle labbra ripeschiamo un antico ma sempre efficace motto del 1592

“libero cor nel mio petto soggiorna,
non servo alcun,
né d’altri son che mia”.

Ovunque le azioni di disobbedienza riproduttiva si stanno moltiplicando. Ovunque casi di diserzione e infiltrazioni da parte di singole e gruppi organizzati. Le incriminazioni per “cospirazione finalizzata a sovvertire violentemente” l’ordine etico riproduttivo dello stato non ci fermeranno.

12 ottobre – giochi (di guerra) nell’acqua

H2O
k’an
k’an
l’abissale

precipitare dentro
acqua
viene dall’alto
precipita in fiumi e torrenti
suscitando ogni forma vivente

continuamente scorrere
acqua
ricolma le cavità che tocca
non rifugge da alcun luogo pericoloso
da nessuna caduta
procede nel pericolo
radicale
va avanti
non soccombe indugiando nel pericolo
acqua che scorre

Acqua
sudore che cola
appiccicoso e fluido
scivolare
acqua moto ondulatorio e ciclico del trasporto
ciclo biofisico di rinnovamento
fluido che fuoriesce
acqua sotterranea

acqua corsa
acqua lentezza
acqua ristagno
acqua mutazione
acqua silenzio
vibrazione
acqua
desiderio
acqua fluido
acqua umore
acqua migrazione
volume
acqua
infiltrazione
acqua
avanzamento
fenditura
movimento
nido
acqua colore
acqua rifrazione
acqua straripamento
acqua

“Ricordo la mia prima nascita nell’acqua. Intorno a me una trasparenza sulfurea e le mie ossa si flettono come se fossero di gomma. Oscillo e ondeggio, protesa a cogliere suoni lontani, suoni che orecchie umane non percepiscono, a vedere cose che occhi umani non scorgono.
Fendo l’aria con ampie pinne e nuoto attraverso stanze senza pareti.
Nessuna corrente di pensieri, solo la carezza del flusso e del desiderio che si amalgamano, si toccano, si spostano, si ritraggono, vagano”.

Panta rei. L’acqua scorre trascinando con sé conflitti passati, contemporanei e futuri, per la sua proprietà e il suo uso a livello locale, regionale, globale.
Almeno la metà dei fiumi del globo è inquinata e il resto è frazionato da dighe; nei prossimi trenta anni oltre la metà del mondo vivrà in penuria d’acqua e nella penisola arabica e nell’Asia occidentale nove persone su dieci non avranno accesso all’acqua; il pianeta è diviso tra chi abusa di questa risorsa e chi non la possiede o per accedervi deve pagare fino al 20% del proprio reddito; le multinazionali Vivendi-Générale Des Eaux e Suez-Lyonnaise, controllano, da sole, il 40% del mercato mondiale dell’acqua.
Acqua, risorsa strategica come il petrolio; ma la differenza è che mentre per il petrolio i popoli sono mandati a morire dai loro governi e dalle multinazionali, per l’acqua si autorganizzano in forme di resistenza e lotta contro la sua privatizzazione imposta dalla Banca Mondiale. Da Tucuman, dove 5 anni fa la popolazione ha cominciato a non pagare le bollette, agli scontri di Cochabamba del 1999 e alle marce di protesta di Montreal del 2000, fino ai blocchi stradali di Palermo e quelli dei maya lacandones e campesinos nel Chiapas dell’ultimo anno.

Acqua, sinestesia non replicabile, origine e fine multiforme del vivente, pubblicizzata in bottiglia, trasformata in discarica del capitalismo, elemento dalla straordinaria potenza simbolica.
a/matrix naviga un nuovo progetto: tracciare una cartografia liquida, creare un ipertesto in divenire, in cui muoversi attraverso links che connettono dimensioni immaginarie e reali, dati sull’accesso all’acqua e i conflitti che genera, scritture, giochi, riflessi poetici, desideri bagnati.
a/matrix, portatrici d’acqua perché “l’acqua falsa le proporzioni, tutto sembra più grande. E il tempo sta correndo.”

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Thanks to:
Anaïs Nin, Barbara Duden, Carla Lonzi, Donna Haraway, Ellen Ripley, I Ching, Luther Blisset, Moderata Fonte, Samuel Delany, Slavoj Zizek, Teresa De Lauretis, Wu Ming, amiche-amanti.

Links:

A/matrix flyer : http://www.rekombinant.org/article.php?sid=1697

A/matrix short story: http://www.rekombinant.org/article.php?sid=1691)

A/matrix chicken test: http://www.rekombinant.org/article.php?sid=1757

A/Matrix

A/matrix, papillon tropical, espèce peu répandue à rare, mais quelquefois courante localement ; A/matrix, tropical butterfly generally uncommon to rare, but sometimes locally common ;