Europe : La convenzione perduta

Le vie di fuga di uno spazio pubblico in un numero della rivista ” Multitudes”Article publié dans Il Manifesto, 16 décembre 2003La chiusura del summit di Bruxelles sul processo costituente europeo ha
visto prevalere gli egoismi nazionali e l’incapacità dei governi di
guardare al vecchio continente come uno spazio politico globale capace
di contrastare l’ideologia dominante neoliberista che ha nella guerra
preventiva la sua punta di diamante.

Il documento finale del forum sociale europeo ha ribadito la sua
opposizione alle politiche economiche dell’Unione europea, ma ha
rivelato l’impossibilità di elaborare una piattaforma di proposte in
direzione di un federalismo basato sul welfare state e su diritti
sociali di cittadinanza su base cosmopolita
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Tre anni dopo Nizza si è costretti ad assistere allo «spettacolo
pietoso» del summit di Bruxelles dello scorso fine settimana, il cui
bilancio appare «nullo e inquietante» (secondo l’efficace, ancorché
brutale, commento contenuto in Libération di ieri). Quanto accaduto a
Bruxelles – nella febbrile attesa del match di coppa intercontinentale
di domenica mattina, che a quanto pare era stato preso a parametro del
limite massimo di durata delle trattative intergovernative, per volontà
del presidente di turno del consiglio europeo (così osserva Le Monde del
13 dicembre) – merita ulteriori e più approfondite riflessioni. Per ora
basti rimarcare l’incapacità delle burocrazie governative di raggiungere
un accordo sul «progetto di trattato costituzionale» elaborato negli
scorsi due anni dalla Convenzione europea. L’opposizione del governo
spagnolo e di quello polacco (ossessionati dallo spettro delle loro
prossime elezioni nazionali) riguardo all’immodificabilità della
ponderazione del diritto di voto in seno al Consiglio dei ministri, così
come era stato previsto a Nizza nel dicembre 2000, nasconde una
incapacità di tutte le classi dirigenti nazionali di pensare lo spazio
continentale come dimensione politica post-statuale. L’Europa spaccata
sull’intervento armato in Iraq riproduce all’infinito le proprie
divisioni, paventando un’Unione a due velocità arroccata sull’asse
franco-tedesco. È un’ulteriore vittoria dei gelosi sovranismi delle
burocrazie governative, che da una parte mantengono assolutamente afona
l’Unione europea nel contesto globale (con ciò rallegrando l’attuale
amministrazione statunitense), mentre dall’altra rendono palese quanto i
funzionalismi economici abbiano terreno fertile nell’assenza di una
costituzione politica.

Ciononostante di fronte all’attuale stallo del processo
post-convenzionale e dopo il Forum Sociale Europeo di Saint Denis una
parte dell’opinione pubblica critica del vecchio continente continua ad
interrogarsi su quali possano essere le connessioni tra le
rivendicazioni e l’agire dei movimenti sociali e l’odierno contesto
istituzionale continentale in caotica e parziale transizione, anche per
ragionare sulle virtualità sopite in tale contesto, soprattutto partendo
dalla consapevolezza, recentemente sottolineata su queste pagine, che
«lo spazio pubblico europeo è contraddistinto da conflitti portati
avanti da movimenti sociali che hanno la `democrazia assoluta’ come
opzione di fondo»; il che «non sarà moltissimo, ma è già molto» (il
manifesto, 20 novembre 2003).

Per i movimenti sociali si evidenzia una difficoltà strutturale nel
rintracciare interlocutori di livello continentale adeguati; e non
potrebbe essere diversamente, dato che le loro istanze da ormai un
quinquennio hanno provato a rimettere in discussione i paradigmi
economici, politici, istituzionali esistenti. D’altra parte se
l’eccedenza delle rivendicazioni dei movimenti sociali sembra
irriducibile alle vecchie mediazioni politiche, l’attuale panorama
(istituzionale ed elettorale) europeo appare nella sua generalità
talmente desolante da invocare l’insegnamento del
ronin-maestro-massaggiatore Zatoichi (narratoci nell’ultimo film di
Kitano), il quale, con il suo fare sardonico e timido, consiglierebbe
alle opinioni pubbliche critiche d’Europa di chiudere gli occhi: prima
di tutto per non vedere – e quindi comprendere al meglio, ovvero poter
travisare – la realtà circostante, ma soprattutto per aguzzare i
restanti sensi e rendere almeno vagamente possibile l’intervento
risolutore della buona sorte.

I documento uscito dall’assemblea conclusiva del Fse appare comunque
come l’ennesima riproposizione dei pur sacrosanti «no al neoliberismo e
no alla guerra»; come se si fosse intimoriti dall’eventualità di mettere
i piedi nel piatto di un processo di trasformazione istituzionale
continentale che viene percepito come oscuro, incomprensibile e lontano.
L’eccessiva timidezza dei movimenti sociali ad articolare una
piattaforma (per quanto provvisoria ed aperta) di rivendicazioni che
leghi locale, continentale e globale stride con la loro innegabile
capacità di mobilitazione a livello continentale (Le Monde lo scorso 14
novembre osservava che nessun partito francese avrebbe attualmente la
capacità di riunire per cinque giorni consecutivi più di 50.000 persone).

In realtà questa interpretazione potrebbe apparire semplicistica e
fuorviante, perché negli ultimi tempi si è assistito ad un lento e
faticoso processo di pensare altrimenti l’Europa. Europe constituante?
in modo volutamente interlocutorio è infatti titolata un’ampia sezione
del numero 14 della rivista francese Multitudes, che attraverso dieci
interventi si interroga sulla possibilità di declinare diversamente
l’idea di Europa. A cominciare dal legame che il direttore della rivista
Yann Moulier Boutang istituisce tra l’altermondialisation e
l’altereuropéisation (per utilizzare la sua terminologia), al fine di
spezzare gli indugi in favore di quell’opinione pubblica continentale in
virtù della quale «sono possibili delle alleanze, per andare verso più
Europa e soprattutto verso un’altra Europa». Come in altre occasioni,
nell’intervento di Yann Moulier Boutang traspare una lettura radicale
del federalismo democratico continentale che qui si innesta «sulla
tradizione americana dell’Unione, sul suo momento costituente» e può
divenire principio ispiratore di un modello europeo a venire, in cui sia
possibile combinare protezione sociale, tutela dei diritti, nuove forme
di democrazia. Ciò impone un ripensamento, se non addirittura un
superamento, del tradizionale ragionare sull’identità europea, aspetto
sul quale si soffermano Franco Berardi (Bifo) («per un’Europa minore») e
Y. Citton («verso un’Europa post-identitaria») nella loro comune critica
all’ormai celebre testo europeista di Habermas e Derrida del giugno
scorso, accusato (pur tenendo nella giusta considerazione il valore non
solo simbolico di questo intervento) di «eccessiva postura moralista» e
di un punto di vista esageratamente appiattito sulle «problematiche
identitarie».

È questo un nervo scoperto che attraversa la riflessione sull’Europa,
come si evince dall’intervista di Antonella Corsani a Rosi Braidotti
(«l’Europa può farci sognare?»), la quale parte proprio dal tentativo di
immaginare «un’identità europea post-nazionalista», recuperando «le tesi
fondatrici di Spinelli» e combinandole «con una lettura del soggetto
nomade inspirato alla filosofia post-strutturalista»; in questa
prospettiva Braidotti auspica l’apertura di «dialoghi crescenti» tra i
«movimenti attuali e le altre teorie politiche radicali, come il
femminismo ed il post-colonialismo».

Questo volume di Multitudes sembra quindi contribuire all’elaborazione
di un nuovo vocabolario politico, culturale e di immaginario sociale
continentale, affiancandosi alle riflessioni e pratiche di quei
movimenti sociali che pongono l’orizzonte europeo come spazio dal quale
ripartire per praticare lotte globali per i(l) diritti/(o). È così che
sembra si possa contribuire a definire l’altra Europa immaginaria e da
immaginare, riempiendo il rifiuto del neoliberismo – e del paradigma
della guerra globale permanente che lo innerva – con ulteriori
rivendicazioni, che potrebbero alludere ad una piattaforma rivendicativa
con portata costituente continentale. Tutto ciò quando a livello
comunitario è lo stesso processo convenzionale «che ha offerto
l’occasione di discutere di quello che dovrà essere l’Europa», per dirla
con Daniel Cohn-Bendit, che in un articolo scritto con Alain Lipietz ha
parlato di edificazione dell’Europa politica come «primo passo verso
un’altra mondializzazione» (Le Monde, del 19 settembre 2003).
Cohn-Bendit (in parte anche nell’intervista contenuta in Multitudes) e
Lipietz si schierano apertamente per un cortocircuito tra il
protagonismo dei movimenti sociali e l’attuale transizione istituzionale
comunitaria, spingendosi fino ad auspicare un vero e proprio confronto
delle opinioni pubbliche continentali con il progetto di trattato
costituzionale attualmente congelato dalle diplomazie governative.

È questo uno snodo sul quale varrà la pena tornare con maggiore
puntualità; ma di fronte alla richiesta di più Europa e di un’altra
Europa, per avviare processi continui di trasformazione del dis-ordine
globale chiuso nella morsa liberista, il passaggio necessario sembra
essere quello di un’Europa politica vissuta dai movimenti come terreno
di riappropriazione di spazi politici e di rivendicazioni programmatiche
continentali e globali. Quasi che sia possibile alludere ad una
costituzione materiale dei movimenti sociali per l’Europa a venire, che
permetta sin d’ora di intromettersi tra le gelosie intergovernative ed i
funzionalismi tecnocratici, con una chiara opzione nel senso di un
federalismo continentale critico, cooperativo e solidale. Che di fronte
al tracollo di quello che è stato definito lo «stupido» patto di
stabilità sia possibile proporre un’inversione di tendenza rispetto alle
attuali scelte economiche e monetarie, avviando un confronto pubblico
sugli auspicabili strumenti comunitari per rilanciare politiche sociali
continentali, magari trovando anche «il coraggio di proporre il reddito
di cittadinanza» (per riprendere il titolo dell’intervista allo studioso
Philippe Van Parijs nel numero 78 della rivista Reset) e di pensare a
come articolare un nuovo Welfare continentale. L’attuale nebulosa
europea, ostaggio delle burocrazie governative e delle loro ossessioni
«sovraniste», impone dunque una presa di parola collettiva dei movimenti
sociali e di quella parte (esistente e da elaborare) di pensiero critico
disponibile a rimettersi in discussione per proporsi sia come il reale
meccanismo costituente dell’Europa politica e sociale, ma anche come vie
di fuga, rispetto agli attuali processi comunitari.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Dicembre-2003/art87.html

Il Manifesto, 16 dicembre 2003