L’incompiuto mosaico della moltitudine Dopo Impero/Pensiero critico

Il Manifesto 11 novembre 2004Forme reticolari TRA COMUNANZA e singolarità, negli squilibri di un mondo ad assetto globale e l’uscita del lavoro da una pura dimensione economica, le domande aperte dalla scommessa politica di una molteplicità capace di conservarsi nell’agire comune, anzi di costituirne l’unico possibile fondamento. «Moltitudine» di Toni Negri e Michael Hardt

Modi di produzione Il paradosso dell’«uomo a molte dimensioni» che deve tuttavia essere ricondotto a quella unica della merce, è ciò che apre il campo alla moltitudine ma ne pone anche il problema
Il prefisso «bio» La crisi e l’evoluzione della forma moderna della sovranità, il potere e chi vi si oppone di fronte a un dominio che pretenderebbe di estendersi alla vita nella sua interezza
Di Moltitudine, l’ultimo lavoro di Toni Negri e Michael Hardt – Rizzoli, 496 pagine, 21 euro -, andrebbe detto innanzitutto che non è un libro risolto. Per subito aggiungere che qui sta forse il suo pregio e il suo motivo di interesse. Non è un grande affresco narrativo, come poteva essere letto Impero (uscito in Italia due anni fa, sempre per lo stesso editore), non un disegno compiuto, controverso, ma nitido nei suoi contorni, piuttosto un mosaico, o meglio un puzzle, la cui sistemazione definitiva dovrebbe essere affidata a un lettore scettico. Intendendo per lettore un soggetto dell’agire politico, qualcuno che si ponga cioè da quel punto di vista a partire dal quale ambiguità e paradossi possano essere sciolti, e cioè dal punto di vista dell’esperienza. Del resto, per l’epoca stessa della sua stesura, il volume non è semplicemente il frutto di uno studio appartato e metodico, ma raccoglie a suo modo una discussione che ha attraversato i movimenti degli ultimi anni, rispecchiandone incertezze ed entusiasmi, intuizioni felici, e momenti di impasse, inglobandone esperienze e difficoltà. Se non sempre le risposte appaiono esaurienti, le domande che vi sono poste mi sembrano comunque essere quelle giuste, così come lo è l’intenzione di non disperdere un patrimonio di riflessione accumulato negli anni e di restituirlo nella forma più estesa e produttiva possibile. Multitudo, insomma, il vecchio, seducente concetto «spinozista» che promette una molteplicità capace di conservarsi nell’agire comune, anzi di costituirne l’unico possibile fondamento, resta più che una garanzia un problema. Ma, si badi bene, tutt’altro che un problema campato in aria. Il testo di Negri e Hardt lo attraversa in tutte le direzioni, lo riconduce, talvolta un po’forzatamente, a esperienze concrete, lo mette a confronto con scenari e processi politici ed economici generali. Cerchiamo allora di ridurre questo confronto all’essenziale.
Il dispositivo politico della modernità, ossia quel meccanismo di delega delle prerogative dei singoli a un potere che li sovrasta (pretendendo di esprimerli) che va dall’assolutismo alla democrazia parlamentare, dallo stato monarchico a quello socialista, rivela i caratteri inequivocabili della crisi (che è cosa ben diversa da una sparizione o anche solo da una relativa ineffettività). Questa crisi dei modelli politici non poggia solo sul rifiuto morale degli squilibri e delle ingiustizie connessi all’assetto globale (e alla guerra che ne è divenuta strumento ordinario di governo), ma è incardinata nella profonda trasformazione dei modi di produzione. Essendone divenuti oggetti e soggetti, al tempo stesso, saperi e relazioni sociali, comunicazione e forme di vita, la classica separazione tra il produttore e il suo mezzo di produzione (tra la mente e il braccio) non è più perseguibile (pena l’annientamento della forza produttiva stessa) o lo è soltanto sul piano formale dell’arbitrio normativo che la istituisce (regole della proprietà intellettuale) e su quello sostanziale della forza che ne impone il rispetto.
Il paradosso dell’«uomo a molte dimensioni» che non può più essere privato delle sue prerogative ma, ugualmente, deve essere ricondotto all’unica dimensione della merce, è ciò che apre il campo alla moltitudine e ne pone, al tempo stesso, il problema. Per la prima volta un rapporto di reciproca fondazione tra comunanza e singolarità sarebbe dunque radicato non solo in un’istanza etica, ma nella necessità stessa del modo di produzione: «le forme dei movimenti evolvono in sintonia con le forme economiche», con buona pace di tutte le chiacchere sui valori. Vero è, semmai, che queste forme economiche sono intessute di qualità etiche e intellettuali, di merci sentimentali e sentimenti mercificati. Ma se questo processo mina la «sovranità organizzativa» del padrone (nel senso di renderla sempre più patentemente arbitraria) esso mina altresì il dispositivo della trascendenza politica, ovvero la forma moderna della sovranità, compresa quella democratica della rappresentanza. Tant’è che la sovranità è sempre più decisamente sospinta sul terreno ormai unitario e omogeneo dell’ordine pubblico e della guerra, riassunto nel nome accattivante ma improprio di sicurezza.
Questa evoluzione è definita dai due autori con il termine non esente da equivoci di «biopolitica». Che starebbe qui a indicare (ma nel corso del Novecento ha avuto molteplici accezioni) il confluire della politica, dell’economia, delle facoltà, delle abitudini, della stessa sfera affettiva in un unico elemento, l’uscita del lavoro da una pura dimensione economica, l’ingresso della politica nel processo del lavoro, lo svilupparsi di forme di vita e di comportamenti non più riconducibili separatamente all’una o all’altra sfera. E questo tanto sul versante del potere quanto su quello di chi vi si oppone.
In altre parole, poiché il dominio pretenderebbe di estendersi alla vita nella sua interezza, comprese le differenze che la contraddistinguono, e non alla semplice forza di lavoro (ma d’altro canto questa vita nella sua interezza è divenuta forza produttiva e proprio qui risiede la sua sfruttabilità) esso entrerebbe in una contraddizione irresolubile con la sua separatezza, con l’antica pretesa di trascendenza. Il che, seppur vero e dimostrabile, conduce a un inguaribile ottimismo, nonché a una proliferazione piuttosto caotica del prefisso «bio».
Questo stato di cose garantirebbe, diversamente dal passato, che efficacia, organizzazione e democrazia non possano più entrare in contraddizione. Ma è poi davvero possibile, o anche semplicemente auspicabile, pur senza nessun rimpianto per la vecchia dialettica, che tra questi elementi scompaia ogni forma di attrito, ogni tensione proiettata in avanti? Così come tra singolarità e comunanza, tra le quali, secondo Negri e Hardt, sarebbe caduta ogni contraddizione reale o concettuale? Più che uno stato di fatto, un sostrato da cui prendere le mosse, o un concetto degli sfruttati più inclusivo, di quello che ci era offerto dalla classe, moltitudine ha il significato di un progetto politico, di un dispositivo costituente, perfino della scommessa pascaliana su una forma evoluta delle relazioni sociali. Anche la classe, del resto, rappresentava un progetto politico e un processo costituente, ma in qualche modo centripeto, fondato su una gerarchia delle forme del lavoro, su una concentrazione di potenza, su una leva decisiva. Oggi, sostengono Negri e Hardt, un tessuto reticolare della produzione, dei rapporti sociali, dei movimenti, si confronta, senza alcuna gerarchia interna con un potere che presenta a sua volta forme reticolari. E’un’occasione di liberarsi finalmente dai virus letali che abitavano i corpi politici della modernità, ma anche un problema, una difficoltà nell’afferrare il bandolo della matassa, che infatti si ingarbuglia.
Non è un mistero per nessuno che le nuove forme flessibili del conflitto stentano a raggiungere il livello di efficacia delle vecchie, rigide e ormai impraticabili. E non sarà l’applicazione generale del prefisso «bio» a risolvere il problema. Bisogna allora sottrarsi alla tentazione di vedere nella moltitudine una sorta di forza naturale, di energia primigenia, non attraversata da alcuna differenza, volta necessariamente a «realizzare la pienezza della vita», per restaurarne i caratteri di principio critico, di scarto, di dismisura che devono essere continuamente riaffermati e costruiti per produrre nella pratica quella eccedenza, sociale e individuale al tempo stesso, (chiamatela pure, se siete in vena di seguir le mode, una spirale «bioinflazionistica») irriducibile alla merce e alle sue leggi di produzione e circolazione e alla separatezza autoreferenziale del potere politico, ma anche alla potenza ipnotica dell’Uno, seppur trasferita dal mito reazionario del corpo collettivo, a quello progressivo della pura energia.
Moltitudine designa dunque, oltre a un progetto che muove dalla critica della rappresentanza (e dalla sua crisi) un terreno di conflitto che è anche il terreno dello sfruttamento e cioè quello del «comune». Laddove per comune non deve intendersi un mondo naturale, un patrimonio della collettività, oppure una autenticità incontaminata, ma una forma dell’agire e una apertura sul futuro. E’, insomma, la cooperazione sociale (non intesa, sia chiaro, nel vecchio senso strettamente produttivistico) che, per la prima volta dai tempi remoti delle cosiddette «civiltà idrauliche», può realmente trattenere presso di sé i suoi propri strumenti e i suoi propri risultati, difendendoli dalla «cattura» della proprietà e del profitto.
Resistenza e sviluppo di nuove forme politiche sono allora due facce del medesimo progetto. Forme politiche che, secondo Toni Negri e Michael Hardt, dovrebbero condurci fuori dallo spazio e dal tempo della sovranità, indissolubilmente legata a un rapporto di comando e obbedienza, foss’anche in nome della «volontà generale» democraticamente stabilita. Poiché la moltitudine non prevede questo sdoppiamento tra rappresentanti e rappresentati, tra interessi particolari e interesse collettivo, essa non può neanche manifestarsi come forma altra della sovranità, come restava invece implicito nel programma socialista. Ciò significa che il suo scontro con i poteri dominanti, che conservano, a dispetto della crisi che li attraversa e delle contraddizioni che li minano, caratteri sovrani, assumerà un carattere asimmetrico. Come asimmetrica è la guerra che oppone gli eserciti dell’impero alle guerriglie, alle resistenze e anche al terrorismo. Ecco allora il problema. La resistenza operaia nell’epoca della produzione fordista aveva un carattere perfettamente simmetrico al potere cui si opponeva, che ne determinava la forza, ma anche la deriva. C’è da dubitare che sia possibile restaurare oggi una nuova forma di simmetria altrettanto potente e per di più scevra da questi rischi. Tuttavia, la resistenza asimmetrica, come il terreno della guerra e la pratica del terrorismo non mancano di dimostrare quotidianamente, oscilla a sua volta tra inefficacia ed efferatezza. Queste circostanze sembrano insomma negare quel rapporto armonico tra efficacia, organizzazione e democrazia che la teoria positiva della moltitudine intende perseguire. Così come sembrerebbe difficile sostenere oggi che Zarqawi e la «biopolitica» dei kamikaze siano inefficaci, altrettanto lo sarebbe sostenere che il movimento globale per la pace lo sia stato a sufficienza. Dunque il problema resta drammaticamente aperto tra una forma dell’agire che produce risultati mostruosi e un’altra che moltiplica desideri inappagati, che pure possono essere letti come un motore potente. Eppure, dall’obiettivo che Moltitudine persegue, dall’analisi delle possibilità concretamente date e dei loro fondamenti materiali e storici, non è dato tornare indietro. Tornare cioè alle tristi dottrine della sovranità nazionale, alla nobilitazione del lavoro salariato, alla fede nelle virtù equilibratrici dello stato, alla coscienza separata del partito, alla promessa disattesa della rappresentanza e a ogni altra forma di trascendenza del politico. Non è poco, ma forse è presto per cantare vittoria.