ll futuro di un’europa senza radici

La questione europea è esplosa in maniera catastrofica dopo il verdetto degli elettori francesi ed olandesi, perché il ceto politico che ha lavorato nei decenni del dopoguerra alla costruzione europea non ha voluto o potuto suscitare un movimento culturale ampio. In questo modo la costruzione europea è rimasta un esperimento di ingegneria istituzionale, e di integrazione finanziaria, ma non ha potuto divenire movimento culturale. La novità del processo di costruzione europea, che non ha nulla a che fare con la storia passata delle nazioni, e mal si concilia con le forme istituzionali e politiche del passato, richiede invece la mobilitazione di energie intellettuali originali, la creazione di strumenti originali di elaborazione teorica e diffusione culturale. E’ il compito che sta davanti a noi, nel prossimo futuro. Ma quali energie, quali strumenti vediamo per svolgere questo compito?

Il rifiuto francese e olandese della Carta costituzionale significa in parte un rifiuto delle politiche liberiste e dell’impoverimento della società che queste comportano. Ma l’effetto non va certo in quella direzione. Al contrario assistiamo del tutto prevedibilmente ad un riemergere del nazionalismo e ad un rafforzamento della tendenza xenofoba mentre l’attacco ai diritti del lavoro procede anche in assenza di una formalizzazione costituzionale.
Nei prossimi anni avremo più liberismo e più nazionalismo insieme. E gli effetti saranno di impoverimento della società europea e di aumento dell’aggressività verso l’interno e verso l’esterno del continente europeo.
D’altra parte non ci sarà rilancio del progetto europeo senza un processo di ideazione collettiva che assuma le caratteristiche di un movimento. E questo presuppone un ripensamento del futuro d’Europa.

In un articolo recente Timothy Garton Ash, che è divenuto il cantore di un’Europa rassegnata al liberismo ha osservato che mentre in India e in Cina si cerca di realizzare la giornata lavorativa di 35 ore, l’Europa non può sperare di competere coltivando idee come quella della settimana di 35 ore. Se non si libera delle illusioni egualitarie e libertarie che hanno intessuto la storia del Novecento l’Europa non può competere nel gioco della crescita.
E’ vero, ma chi ha detto che sia l’unico gioco?
L’Europa può portare un contributo di consapevolezza nell’evoluzione del genere umano solo se saprà dichiarare la sua estraneità alla gara della competizione economica.
L’espansione della massa di merci, l’aumento del prodotto interno lordo, la privatizzazione della sfera pubblica sono l’unico modo per competere secondo i criteri dell’economia di profitto. Ma il futuro non sta nella crescita. Il futuro sta nella capacità di armonizzare la vita collettiva con una progressiva decrescita, con una riduzione della massa di merci, con una riduzione del tempo di lavoro. La crescita confligge con la sopravvivenza del pianeta e soprattutto confligge con la sopravvivenza della razza umana, della sua salute psichica e fisica. La ricchezza che dobbiamo accrescere è quella che consiste nel tempo per godere delle cose, non quella che consiste nella massa di cose di cui non abbiamo tempo di godere.
Deve aumentare il tempo di cura, non il ritmo della dipendenza macchinica.
Il piacere di vivere, questo è il contributo che l’Europa può portare nell’attuale passaggio evolutivo dell’umanità.

Se la sola gara è quella della competizione economica, di fronte alla Cina o agli Usa l’Europa ha già perso.
Accettare questa gara come la sola possibile porterà a perdere la specificità sociale della storia europea del novecento, il benessere e la libertà collettiva, ed a perdere anche la competizione economica.
Ma il sommovimento che stiamo vivendo in questo principio di millennio va alle radici stesse della modernità.
La catastrofe del campo socialista, il crollo dell’Unione sovietica, la crisi del movimento comunista internazionale hanno aperto la strada all’assolutismo del capitale. Distrutto il riferimento immaginario ad un’alternativa socialista, iIl capitale non ha più avuto alcun vincolo, alcun limite etico, giuridico, sociale.
Ma nel momento in cui nessun principio universale ha più valore di fronte all’arbitrio assoluto del capitale, la catastrofe del socialismo porta con sé anche la catastrofe dell’Illuminismo. . Il venir meno dell’universalità illuminista ha aperto la strada al dilagare delle appartenenze. Unica difesa di fronte all’assolutismo del capitale è rimasta la forza dell’appartenenza etnica, nazionale, religiosa. Una guerra medioevale combattuta con armi ultramoderne ha orribilmente riterritorializzato ciò che la dinamica del capitale aveva deterritorializzato con brutalità.

Al di là della decostruzione degli istituti sociali prodotti dal movimento comunista nel ventesimo secolo, al di là della decostruzione degli istituti giuridici prodotti dall’illuminismo politico dal Settecento in poi, ora ciò che vediamo in questione è il nucleo umanistico che sta a fondamento dell’intera storia moderna europea.
Nel “Discorso sulla dignità dell’uomo” del 1492 Pico della Mirandola diceva che l’originalità dell’essere umano sta proprio nella sua mancanza di essere. L’umano è il non definito, è lo spazio di un progetto aperto il cui soggetto è l’intrapresa intellettuale, tecnica, produttiva.
All’orizzonte della nostra epoca si delinea la dissoluzione di questa libertà umanistica. Una sfida radicale al fondamento umanistico stesso della modernità è implicdita nella costruzione di una Tecnosfera pervasiva che permea la sfera linguistica, cognitiva e biogenetica.

Ripensare il destino d’Europa significa ragionare su queste cose. Non sulle radici d’Europa. L’Europa non ha radici, o forse ne ha troppe perché si possano districare.
I patrioti nordamericani pensano che la storia del loro paese sia segnata dal “destino manifesto” iscritto nell’imprinting puritano del Mayflower e nel razionalismo delle regole automatiche di una comunità di liberi agenti economici.
Per parte loro i patrioti cinesi credono che la loro potenza stia nell’impero etnico-politico Han unito alla potenza geometrica di un capitalismo schiavista.
Per l’Europa non è così. L’Europa non può fondarsi sulla compattezza etnica dell’Impero cinese, non può fondarsi sulla predominanza di una missione ideologica o religiosa.
E’ una debolezza? E’ una debolezza dal punto di vista dell’efficacia competitiva economica o militare. Ma è una forza straordinaria se pensiamo che nella storia evolutiva la competizione economica e militare possa essere abbandonata e possa iniziare un’altra storia, che con la competizione non ha pià nulla a che fare.

Intendiamoci: questo discorso non ha alcuna attualità politica. Nel prossimo decennio saremo spettatori (e vittime) di un processo di devastazione di quello che resta di sociale di razionale e di umano.
Gli eventi dell’ultimo anno – la rielezione di Bush, la banalizzazione della tortura e dello sterminio, la precarizzazione generalizzata del lavoro dipendente, e infine il crollo dell’Europa politica – dimostrano che l’eredità progressiva del moderno è dissipata.
Ma i punti di catastrofe si moltiplicano (sul piano ambientale, sul piano psichico, sul piano sociale) e occorre elaborare strategie di fuga, strategie di reset del cervello globale.
Il ruolo del pensiero autonomo in questa situazione è duplice.
In primo luogo coltivare interstizi di vita felice, di sperimentazione artistica sensibile, di ricerca indipendente, di tenerezza e di piacere che chiamiamo esodo.
In secondo luogo immaginare per il lungo periodo possibili fuoriuscite dalla guerra e dal sistema sociale schiavistico e concentrazionario che la guerra costruisce e rinsalda.

Ma nel lungo periodo saremo tutti morti? E’ probabile, ma l’esercizio dell’immaginazione ha il proprio scopo in se stesso. Non vi è altra condizione dell’essere felici che non sia quella di immaginare esiti condivisi di felicità, ancorché al momento impossibili.
Il movimento globale ha suscitato un’enorme energia, ma non ha saputo investirla nella vita quotidiana, nei rapporti di lavoro, negli spazi urbani. Quell’energia è rimasta in una sfera puramente dimostrativa. Ma quell’energia non è dispersa. Essa rimarrà in uno stato di sospensione dolorosa, negli anni a venire. Ma non potrà disperdersi, perché la resistenza etica e la creazione sono nella natura stessa del lavoro cognitivo.
Nessun trionfalismo moltitudinario ci viene in aiuto, a questo punto. E’ inutile ripetere il mantra della moltitudine per consolarsi della disfatta di ogni solidarietà sociale.
Occorre coltivare la cura di sé come risorsa intima ed inattaccabile, come impeccabilità dell’ironia che non si piega all’inevitabile. E al tempo stesso coltivare l’autonomia dell’intelligenza, la sua creatività progettuale che l’assolutismo del capitale punta a cancellare.

Nel corso del ventesimo secolo la politica, arte della volontà libera e consapevole, arte della ragione che persegue scopi universalmente umani, ha tentato di rendersi indipendente dal dominio cieco di interessi economici particolari, ma questi hanno finito per incarnarsi in forma di automatismi psichici finanziari e tecnologici.
La politica ha inoltre tentato di renderci indipendenti dall’appartenenza etnica, religiosa, tribale, familiare. La ragione ha tentato di rendersi indipendente dall’interesse e dal sangue. Non ce l’ha fatta, è bene riconoscerlo. Per questo l’esperimento moderno è concluso, o forse sospeso. Comunque fallito, al momento. Più tardi si vedrà.
A nulla servono più le affermazioni di intenti o le dimostrazioni di protesta.
Abbiamo protestato molto, tra il 30 novembre 1999 a Seattle e il 15 febbraio del 2003 in tutte le città del mondo. Ma la protesta è efficace quando di fronte ai dimostranti c’è un potere democratico, che ha bisogno del consenso ed è aperto alla discussione, allo scambio. Oggi il potere non è basato sul consenso ma sulla violenza militare e la colonizzazione mediatica. Dunque é inutile a questo punto protestare, dimostrare, partecipare.
E’ opportuno scomparire, lasciare del tutto deserto il territorio metropolitano spazio spettrale di una rappresentazione mortuaria. E’ opportuno avviare un processo di autorganizzazione dei processi di produzione del sapere, e lavorare meticolosamente a costruire la prossima insurrezione del lavoro contro il capitale che sarà l’insurrezione dell’intelligenza sensibile in allontanamento dalla fabbrica globale dell’infelicità.

Bifo (Franco Berardi)

Aussi appelé « Bifo », est un philosophe et militant issu du mouvement autonome italien des années 1970. Militant marxiste, cofondateur de la radio libre Radio Alice, il a aussi connu et travaillé avec Félix Guattari à la fin des années 1970. Il enseigne aujourd’hui l’histoire sociale des médias à Milan. Il a publié récemment Tueries. Forcenés et suicidaires à l’ère du capitalisme absolu (Lux, 2016).