Vulnerabilità sociale e precarizzazione

La questione del reddito è sempre più centrale in Italia e in tutto il mondo. L’aumento della precarietà esistenziale e della povertà è sotto gli occhi di tutti. E’ chiaro che si pone un problema di ridefinizione di una nuova politica di protezione sociale (”neo welfare”). E’ in questo vuoto che diventa sempre più impellente il nostro intervento e una nostra proposta all’altezza degli obiettivi e radicale nei contenuti.

Tuttavia, ciò non ci deve nascondere il fatto che dietro la parola reddito esistano diverse e anche opposte interpretazioni. Alcuni nodi al riguardo devono essere risolti e ampiamente discussi. I principali nodi sono:
il rapporto tra il concetto di salario e il concetto di reddito: si tratta di due sinonimi oppure di due concezioni diverse?
oppure, in altre termini: che rapporto tra il diritto al reddito e la questione salariale esplosa negli ultimi anni?
la forma del reddito di esistenza: semplice erogazione monetaria (quanto?) o commistione di denaro e servizi?
il tema del finanziamento: occorre occuparsene (proponendo delle soluzioni) oppure fregarsene?
i tempi di attuazione: il reddito di esistenza deve essere richiesto ora e subito oppure con gradualità?
chi è il soggetto che ne ha diritto? Tutti o una parte?

Proviamo ad azzardare qualche risposta, da porre all’attenzione e alla discussione di tutti/e.

1. Reddito e salario non sono mai stati sinonimi, ma nel contesto attuale i due termini si stanno sempre più assimilando. Ciò dipende dal fatto che dopo la crisi del paradigma fordista-taylorista con la sua netta divisione tra tempo di vita e tempo di lavoro, oggi nell’era dell’accumulazione flessibile e, in Occidente, del capitalismo cognitivo, l’intera vita viene messa al lavoro. Se il salario è la remunerazione del lavoro (dipendente e indipendente) e il reddito è la somma di tutti gli introiti che derivano dal vivere e dalle relazioni in un territorio (lavoro, famiglia, sussidi, eventuali rendite, ecc., ecc.) e che determinano lo standard di vita, finchè c’è separazione tra lavoro (salario) e vita (reddito), c’è anche una separazione concettuale tra i due termini. Tale separazione concettuale è anche giustificata dal fatto che il salario è una variabile che si determina nella sfera della produzione e dello sfruttamento, mentre il concetto di reddito si determina nella sfera della distribuzione e della domanda. Ma anche tale separazione tende a scomparire, in un contesto in cui ogni atto umano diventa atto produttivo. In un ambito bioeconomico, dove vige la sussunzione reale dell’agire umano da parte del capitale, il consumare in quanto attività relazionale, immateriale e informativa, comporta la produzione di valore. Esempi analoghi possono essere fatti nell’ambito del rapporto tra attività di produzione e attività di riproduzione. Occorre tuttavia considerare che tale dinamica dei meccanismi di accumulazione non è ancora riconosciuta e non trova riscontro nella sfera della distribuzione. Al momento attuale, infatti, l’attività di lavoro considerata socialmente produttiva e quindi remunerata è ancora definita come porzione (sempre più variabile e flessibile) del tempo di vita. Di fatto, la totale sovrapposizione tra lavoro e vita e quindi tra salario e reddito non è ancora considerata (ed è questo, non a caso, uno dei motivi per cui chiediamo il reddito di esistenza, ovvero reddito di vita). Dobbiamo partire da qui. Il reddito di esistenza è quindi definito da due componenti: la prima è una componente prettamente salariale, sulla base delle prestazioni di vita che immediatamente si traducono in prestazioni lavorative (tempo di lavoro certificato e remunerato, ma anche il tempo di vita utilizzato per la formazione, l’attività relazione e l’attività riproduttrice): la seconda è una componente di reddito (aggiuntiva alla prima) che è il frutto della distribuzione ad ogni individuo della ricchezza sociale frutto della cooperazione e della produttività altrettanto sociale del territorio (e che oggi è del tutto ad appannaggio dei profitti e delle rendite mobiliari e immobiliari).
Salario e reddito non sono quindi in contraddizione ma complementari.

2. Il reddito di esistenza è essenzialmente costituito da erogazione di moneta. Per definire il suo ammontare, non vi è un’univoca risposta. Al momento vi sono tre posizioni:

Il livello di reddito ritenuto dignitoso è quello immediatamente superiore alla soglia di povertà relativa, sulla base di parametri calcolati dagli Istituti di Statistica nei vari paesi. L’opinione più comune è che tale somma sia pari al 60% del reddito pro-capite. In Italia, secondo i dati relativi al 2005, la soglia di povertà relativa individuale è secondo l’Istat pari a circa 520 euro mensili. Tale somma varia di anno in anno in funzione del tasso di crescita del reddito.
Un secondo approccio invece fa riferimento al concetto di povertà assoluta. Sulla base delle indicazioni relative al costo della vita e al godimento dei servizi essenziali (casa, trasporto, istruzione, abbigliamento, abitudini alimentare, tempo libero), si determina un paniere di consumo che viene ritenuto sufficiente al godimento della vita in modo dignitoso. Sulla base di tale paniere, si calcola l’ammontare del reddito necessario che viene mantenuto costante negli anni al variare del costo della vita (viene cioè indicizzato) e quindi non è dipendente dal tasso di crescita del reddito.
Infine, e non da ultimo, occorre considerare che ciò non significa che parte integrante del reddito di esistenza non possa essere costituito da servizi reali, la cui definizione è in funzione delle specificità del territorio di riferimento.

L’ammontare del reddito di esistenza è, quindi uno dei temi più complessi.
Possiamo qui presentare alcune ipotesi di partenza, sulle quali la discussione è aperta. La componente di reddito, che dovrebbe ridistribuire la produttività sociale, dovrebbe essere uguale per tutti e in funzione del livello di ricchezza sociale raggiunto (qui bisogna fare dei conti, a secondo dell’area considerata). Tale parte può essere costituita anche dall’accesso gratuito ad alcuni servizi primari (trasporto, istruzione, ecc.,ecc.). Riguardo la componente salariale essa varia al variare delle tipologie lavorative e alla condizione lavorativa.

3. Il tema del finanziamento non può essere evaso. Le due componenti del reddito di esistenza: la parte salariale e la parte reddituale, hanno forme di finanziamento diverse. La prima componente dipende dai rapporti di forza tra capitale e lavoro e dalla regolazione di tale rapporto. La componente di reddito dipende, invece, dalla produttività sociale e dal tipo di attività economiche che danno origine alla ricchezza sociale. Per questo si tratta di erogazione di reddito incondizionato, cioè non sottoponibile a qualche forma di contropartita (ad esempio, l’obbligo di frequentare corsi di riqualificazione professionale oppure di accettare date condizioni lavorative, ecc., ecc.). Il livello di produttività e il tipo di attività economiche variano da area ad area, da regione a regione, se consideriamo come unità territoriale di riferimento la regione (per approfondimenti, vedi oltre).
Ne consegue che:
il finanziamento è su scala regionale;
tale finanziamento trae origine dalla fiscalità generale a livello regionale. In altri termini, il reddito di esistenza non può essere pagato con i soldi dei contributi sociali, ma solo con il prelievo fiscali sui redditi diretti e indiretti.

4. L’ideale sarebbe l’introduzione immediata e per tutti del reddito di esistenza. Siccome siamo realisti e chiediamo l’impossibile, è auspicabile un certo gradualismo nella sua introduzione, coinvolgendo in primo luogo i soggetti più bisognosi e poi, via, via, tutti gli altri, secondo modalità attuative da decidere e discutere.

In conclusione, si può parlare di reddito di esistenza solo se si è in presenza di almeno quattro requisiti minimi essenziali:
titolarità individuale (e non familiare): individualità;
residenza e non cittadinanza, ponendo un vincolo di residenza di almeno 6 mesi per tutti (da discutere); residenzialità;
inesistenza di contropartite ovvero di precondizioni comportamentali per accedere all’assegnazione: incondizionabilità;
il finanziamento è a carico della collettività nel suo complesso secondo regole di progressività fiscale: fiscalità generale progressiva.

Fumagalli Andrea

Enseigne l’économie politique à l’université de Pavie. Ses recherches portent sur la transformation du capitalisme et l’hypothèse du capitalisme cognitif. Il a compté parmi les premiers à défendre en Italie la proposition d’un revenu garanti. Il participe à l’organisation du réseau EuroMayday. Il a publié récemment : Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazion, (Rome, Carocci, 2007) et, avec Stefano Lucarelli, « Basic Income and Productivity in Cognitive Capitalism » (in Review of Social Economics, vol. 68, n° 1, mars 2008).