Serpica Naro: l’hoax dei precari contro il sistema moda

26 febbraio 2005: la prestigiosa Settimana della Moda di Milano volge al termine. Il piccolo mondo dello moda è in effervescenza e attende con impazienza la sfilata di una giovane creativa ancora sconosciuta, che farà parlar molto di sé. Poiché Serpica Naro, appena sedicenne, può vantare un profilo ideale per sedurre l’ambiente disincantato del lusso e dei media.

Oltre alla sua giovinezza, questa “creatura rimbaldienne dell’alta moda” vanta infatti una doppia nazionalità anglo-nipponica, un cosmopolitismo alla moda che non può che piacere, e coltiva già con delizia l’arte della provocazione e dell’autopromozione.

Attraverso le sue creazioni, pretende di “render sexy” e nobilitare un nuovo modello di vita urbana, quello della precarietà! La sua collezione promette d’essere “fashion” e rivoluzionaria.
Il suo slogan (“We are the new class”) e le voci curiose sapientemente fatte trapelare ad arte dal suo ufficio stampa han poi fatto crescere la tensione.

Serpica Naro, infatti, prima avrebbe tentato di affittare uno dei più importanti centri sociali della città per proporvi la sua sfilata, e successivamente avrebbe lanciato negli ambienti omosessuali un appello di reclutamento di persone affette dal virus dell’ HIV per fungere da mannequins . Scioccati da questo tentativo di banalizzazione, gli ambienti militanti e precari di Milano hanno quindi organizzato una contestazione per impedire la sfilata

Il giorno X le forze dell’ordine sono in febbrile attesa e dozzine di poliziotti presidiano il perimetro della manifestazione. Ma quando il corteo dei contestatori sfocia in prossimità della sfilata, i responsabili della DIGOS non credono ai propri occhi: le modelle della stilista e il suo addetto stampa fanno parte del gruppo dei manifestanti e uno dei partecipanti ha in mano il contratto di locazione del parcheggio dove è installato il tendone che accoglierà l’evento.

Basteranno alcuni minuti ai media presenti e al capo della polizia per realizzare che Serpica Naro non esiste, che è un anagramma di San Precario, il falso santo protettore dei precari inventato un anno prima dagli attivisti della crew Chainworkers.

Ben reale invece la collezione di moda di Serpica Naro che viene presentata in un vero e proprio happening, rivelando creazioni per lo meno insolite come un modello destinato alle donne incinte che cercano di nascondere la loro gravidanza per evitare il licenziamento, una tuta da lavoro reversibile in pigiama per poter passare la notte in ufficio o ancora una divisa per chi lavora dentro il fast food la mattina e nel call center il pomeriggio.
L’affaire avrà una grande eco tanto che il direttore della Camera della Moda, i cui uffici hanno ufficialmente accreditato la falsa stilista, sarà obbligato in seguito a scusarsi con i suoi sponsor, mentre più d’uno fra i più noti creatori di moda si ripropone di sfruttare l’opportunità comprando il nuovo brand.
La beffa, strumento del movimento sociale e dell’immaginario radicale

Dietro a questa beffa audace ed echeggiante- una delle azioni di
disturbo politiche più sofisticate di questi ultimi anni – si nasconde
effettivamente il primo movimento auto-organizzato dei precari
dell’industria della moda.
Per circa un mese, più di uno centinaio di piccole mani – che per la
maggior parte fino ad allora a non avevano mai avuto un impegno
politico – hanno contribuito attivamente alla sua preparazione. Poiché
nel retro del fasto delle sfilate, delle top-models, delle stars dello
stile e dei miliardi di euro che rappresenta la moda nell’economia
milanese, ci sono migliaia di precari, dipendenti saltuari per salari
appena di cinque euro all’ora, che rendono possibile lo svolgimento
quattro volte all’anno della famosa settimana della moda.
Milano, capitale economica d’Italia e cuore dell’Impero mediatico
politico di Silvio Berlusconi, sogna in effetti di fondare la sua fama
internazionale attraverso l’industria del lusso. Tutto per detronizzare
Parigi e ridare lustro all’immagine della città lombarda. I budget
municipali stanziati per la cultura sono stati decurtati drasticamente
e le somme così risparmiate sono state reinvestite a sostegno del
settore della moda. Monumento alla gloria della moda e del design, il
progetto di una grande città della moda sulla base della speculazione
finanziaria/fondiaria e della gentrificazione dei quartieri popolari
sono all’ordine del giorno.
Ma Milano è prima di tutto la precarietà a oltranza, dove circa i tre
quarti dei minori di 35 anni lavorano sotto il regime dei contratti
atipici, questo precariato messo in atto dalla destra, perpetrato dalla
sinistra e in seguito consolidato sotto Berlusconi, ci dice Alex Foti,
creatore della May Day Parade, il primo maggio alternativo dei
“flexworkers” che ha riunito 120000 partecipanti nella città l’anno
scorso ed ha attecchito a macchia d’olio nelle numerose capitali
europee.
Serpica Naro, come San Precario, sono nati per riscattare i precari
dal loro isolamento e creare una forza rivendicatrice all’interno di
quei mestieri dove è impossibile organizzarsi sindacalmente senza
rischiare delle pesanti misure di ritorsione, aggiunge Zoe, grafica
free lance e altro pilastro del movimento.
“Noi vogliamo precarizzare chi ci precarizza, e siccome è proprio il
nostro isolamento che costituisce la loro forza, noi abbiamo scelto di
ricorrere alla potenza del simbolico e dell’immaginario creando una
figura libera e collettiva nella quale chiunque potesse incarnarsi
senza perdere la propria specificità; un nome multiplo che permetta a
ciascuno di agire preservando il suo anonimato” continua Zoe.
“Per noi”, precisa ancora Zoe,”la beffa non costituisce il fine
primario dell’azione. La beffa non è altro che uno strumento tra tanti
nel processo di creazione di immaginari radicali forti per costruire
un movimento sociale fuori dai sindacati e dai partiti istituzionali,
che non si sono nemmeno disturbati per la nostra situazione.Nel caso
Serpica Naro, la beffa è stato senza dubbio il mezzo più adatto per far
capire il nostro messaggio all’interno dell’ambiente molto particolare
della moda, del design e della comunicazione. L’immagine un po’
puttaniera e molto controversa di Serpica è stata costruita per questo
fine: sedurre un ambiente molto superficiale e comunque sottoporlo alla
finzione della trasgressione, e allo stesso tempo mettere in scena un
preteso antagonismo coi movimenti di protesta che abbiamo cercato di
far passare per arcaici e retrogradi”.
Alle firme dell’alta moda che dispongono di budget colossali per la
comunicazione, noi abbiamo dato dimostrazione, con qualche migliaia di
euro soltanto (spesi essenzialmente per l’affitto e il riscaldamento
della location della sfilata), che la settimana della moda non è così
prestigiosa e che i nostri nemici hanno le loro debolezze.
“In altri tempi, la nostra reazione avrebbe potuto essere quella di
rompere delle vetrine. Quell’epoca ormai è passata e noi abbiamo scelto
di rompere le vetrine dell’immagine, quelle di una Milano vampirizzata
dalla moda”, conclude Frankie, un altro ideatore di Serpica Naro.

Comincia il post hoax!

La cosa si sarebbe potuta concludere là, e il falso della Settimana della Moda alla fine sarebbe stato solo un’incursione mediatica effimera e senza conseguenze, se i suoi ispiratori non avessero cominciato ad estendere l’esperienza anche al di là della kermesse modaiola facendo ricorso ad altre forme d’azione, più concrete ma altrettanto creative.

Dopo la beffa dell’anno scorso, almeno una trentina di persone, inserite nella fitta trama del movimento milanese, hanno infatti deciso di continuare ed arricchire il progetto costituendo quattro gruppi di lavoro. Uno di questi ha preso la forma di un atelier di moda che permette ai partecipanti di concepire e realizzare i propri capi d’abbigliamento. Un altro si occupa dello sviluppo del sito (www.serpicanaro.com) per farne una comunità dove i giovani stilisti possano condividere saperi ed esperienze, scambiarsi consigli e pratiche di auto produzione per diffondere il principio di un’economia fondata sul capitale sociale piuttosto che sul capitale finanziario.

Un terzo gruppo si concentra sulla preparazione delle azioni da realizzare durante le scadenze ufficiali. Serpica Naro quest anno ha scelto di non sfilare, per non ripetere le proprie gesta e per evitare di dare vita ad un rituale militante senza creatività. Ciononostante il gruppo continua a disturbare la Settimana della Moda con la propria presenza attivista. Prima vittima di quest anno: la nota casa di moda di Enrico Coveri che, resasi conto che il marchio Serpica Naro non era stato depositato a livello internazionale, ha deciso di impadronirsene registrandolo unilateralmente. Ma mal gliene incolse! A fine Febbraio 2006 la sua sfilata milanese è stata infatti oggetto di un happening punitivo da parte dei precari che non hanno avuto difficoltà a metterne in ridicolo l’immagine negli ambienti della moda.

Il quarto gruppo di lavoro, infine, si dedica specificamente ai temi della proprietà intellettuale e del libero accesso alla conoscenza. La posta in gioco è più che considerevole nell’universo del lusso e della moda dove molto spesso è la marca in sé stessa a costituire il valore di un’impresa e la ragione principale dei suoi margini di profitto.

Ma la questione è del resto altrettanto centrale per Serpica Naro che, obbligata l’anno scorso a depositare il marchio per ottenere i permessi dalle autorità milanesi, non aveva alcuna intenzione di trovarsi inserita passivamente in quella logica commerciale che contesta radicalmente. Era quindi necessario fare di questa anomalia un punto di forza.

Ispirandosi ai principi che sottostanno allo sviluppo del software libero e all’esperienza acquisita dai loro amici danesi di Superflex , i promotori della stilista virtuale hanno così deciso di fare di Serpica Naro un marchio liberato, “una versione generosa del trademark, tutti coloro che vi si riconoscono possono parteciparvi, “un processo open-source” o ancora, come il refrain di una recente dichiarazione del gruppo “una produzione autonoma di senso, un metodo di condivisione, apertura pubblica dei ‘codici’, liberazione e messa in rete di competenze e intelligenze.”

Concretamente il marchio Serpica Naro è adesso gestito attraverso una licenza collettiva inedita che prevede che ciascun prodotto con quel marchio e quel nome sia liberamente e gratuitamente riproducibile e modificabile. L’uso artigianale del marchio è totalmente libero, a condizione di mettere in condivisione i suoi utilizzi all’interno della community www.serpicanaro.com.

Il suo utilizzo a fini industriali è ugualmente aperto ma vincolato al rispetto dei principi enunciati nella licenza, dall’applicazione dei diritti del lavoro e sociali all’osservanza di alcune basilari regole etiche.

Ormai vero e proprio ‘media sociale’ e ‘meta brand’, Serpica Naro comincia così a mettere in connessione una rete informale di persone e gruppi – sia in Italia che negli altri paesi europei – desiderosi di detournare il sistema di creazione della moda, spostandolo dai meccanismi produttivi e commerciali classici fondati sullo sfruttamento del lavoro ad un sistema fondato sull’intelligenza collettiva e sul desiderio di ciascuno.

Autrice del falso originario che ha dato inizio ad un’autentica mobilitazione all’interno di un settore fino ad allora caratterizzato dall’assenza di antagonismo sociale, Serpica Naro è un caso raro ma emblematico di come l’intervento sull’immaginario possa produrre degli effetti concreti sul reale.

André Gattolin
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1) In un paese dove la produzione e distribuzione della birra sono oggetto di un vero monopolio, gli attivisti di Superflex sono riusciti con successo, trasportando in questo settore il modello di creazione e sviluppo del software libero, a produrre la ” Free Beer “, una birra liberamente riproducibile e modificabile da tutti.

2) Per maggiori dettagli, fare riferimento alla licenza del marchio collettivo Serpica Naro
http://serpicanaro.realityhacking.org/licenza/?c=3_licenza-legale

Gattolin André

Universitaire et spécialiste des sciences de l’information et de la communication, a enseigné le journalisme et la communication politique à l’Université de Paris III-Sorbonne Nouvelle, après avoir longuement travaillé dans l’univers des médias et de l’opinion (CSA, Ipsos, quotidien Libération…). Il a été élu en 2011 sénateur des Hauts de Seine. Au Sénat, il est membre du groupe écologiste, Secrétaire de la Commission des Affaires européennes, ainsi que membre de la Commission Culture, Education et Communication.